WALTER GALBIATI , la Repubblica Affari&finanza 17/10/2011, 17 ottobre 2011
COMPRARE MENO, COMPRARE MEGLIO IL CARRELLO DELLA SPESA SI ALLEGGERISCE
Per bere e mangiare, in casa o fuori spendiamo a valori correnti qualcosa come 215 miliardi di euro. È una fetta considerevole dei consumi degli italiani, perché insieme per bevande e generi alimentari i buongustai di casa nostra rappresentano a valori costanti (166miliardi) oltre il 22% del totale dei consumi, che nel 2010, secondo i dati Istat erano pari a oltre 750 miliardi di euro. È l’insieme dei generi alimentari e bevande alcoliche e no che finiscono nel carrello quando si va a fare la spesa oppure che si ordinano quando ci si siede a tavola in qualche ristorante.
I dati dimostrano che un po’ per necessità un po’ per piacere è difficile rinunciare alla buona cucina. Ma dimostrano anche che i consumi alimentari sono tornati indietro (a valori costanti) all’anno 2000, quando anche allora valevano complessivamente 166miliardi di euro. Molto meno del 2007, l’anno di picco degli ultimi 10 anni, quando erano saliti fino a 174 miliardi.
«Il calo più grande è avvenuto all’interno delle mura domestiche, dove i consumi alimentari hanno avuto una contrazione maggiore. Fuori casa, invece, si continua a mangiare e bere allo stesso modo», spiega Denis Pantini, responsabile di agricoltura e industria alimentare di Nomisma, società di studi specializzata in consulenza. Tra i generi alimentari, compriamo soprattutto carne (22%), pane e cereali (18,5%), ma anche frutta e ortaggi (17,2%). Il pesce (6,1%), pur essendo l’Italia un Paese completamente circondato dal mare non è in cima alla lista. Pesano di più latte, formaggi e uova (13,1%), prodotti il cui costo è sicuramente più accessibile. Tutte le bevande contano per poco più del 10%, la metà delle quali sono acque minerali, bevande gassate e succhi. In genere comunque mangiamo e beviamo le stesse cose di venti anni fa, anche se una bevanda, come il vino, che contraddistingue la tavola italiana e che tanto viene sbandierata in giro per il mondo non ha più lo smalto di una volta. In media ogni italiano consuma 40 litri di vino l’anno, contro i 60 che si consumavano nel 1992. «Il motivo è legato a un cambio delle consuetudini alimentari. Le nuove generazioni pasteggiano sempre meno a vino, privilegiando anche altre bevande. Da qui una contrazione dei consumi legata soprattutto a motivi anagrafici. Gli ultrasessantenni consumano da soli oltre il 25% del vino che finisce sulle tavole», spiega Pantini. Dal 92 ad oggi, l’incidenza dei vini e delle bevande alcoliche sul totale dei consumi è scesa dal 6,2 al 4,9%, proprio per la diminuzione del vino.
Eppure tutto quello che ci serve per vivere, i beni di prima necessità tengono meno delle spese voluttuarie. La telefonia, per esempio continua a essere dominante nel carrello virtuale della spesa degli italiani, anche se la tendenza graduale al recupero dei consumi che era in atto da qualche mese, ha subito un nuovo arresto nei mesi estivi. La Confcommercio ha registrato in agosto rispetto a luglio una contrazione dei consumi dell’1,5%, con una variazione nulla per i servizi e del meno 2,1% per i beni, all’interno dei quali gli alimenti e le bevande hanno fatto segnare un modesto recupero dello 0,5%. E non sembra facile che le cose possano cambiare a breve. Del resto pesa anche l’aumento dei prezzi. Il passaggio dell’Iva dal 20 al 21%, contenuto nella manovra economica, causerà nel 2012 un ulteriore calo dei consumi delle famiglie tra lo 0,3 e lo 0,5%, secondo le stime di Confcommercio, che ha sottolineato come la previsione si concretizzerà quando si saranno realizzati tutti gli incrementi dei prezzi di beni e servizi.
«Allo stato attuale è poi difficile stabilire se l’economia italiana, dopo la battuta d’arresto che si profila nel terzo trimestre del 2011, riprenderà il lento processo di superamento della crisi del 2008-09 oppure se stiamo entrando in una nuova fase recessiva. Le probabilità che si realizzino questi eventi alternativi sono ormai uguali», sostiene Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio. Secondo Bella «l’indebolimento dello scenario economico generale e gli effetti delle misure di finanza pubblica, tra cui l’aumento dell’Iva, spingono al ribasso le previsioni di Pil e consumi sia per il 2011 che per il 2012: per quest’anno, infatti, il tasso di crescita si attesterà a +0,7%, rallentando ulteriormente nel 2012 con un +0,3%». I consumi vanno di pari passo con l’andamento economico. «È difficile che i consumi tornino ai livelli precrisi, ovvero al 2007. Un viaggio di ritorno che invece Paesi come la Germania e la Francia hanno già intrapreso», sostiene Pantini di Nomisma. E uno dei motivi principali è la diminuzione del potere di acquisto delle famiglie.
Stando ai numeri della Banca d’Italia, oggi una famiglia di tre persone possiede in termini di ricchezza liquida, quindi spendibile in consumi, circa 10 mila euro in meno rispetto a quanto aveva nel 2008. Il calcolo evidenzia per il reddito procapite una flessione del 7% in termini reali, cioè ciò che si può acquistare, pari a un calo di 1.260 euro a testa. In quattro anni la ricchezza finanziaria procapite è scesa del 6%, pari a meno 2.980 euro.
Il paragone con i principali Paesi dell’area euro non è incoraggiante. Nel 2008 il reddito pro capite degli italiani era di 30.600 dollari e la previsione è che nel 2012 sarà sempre lo stesso. In Germania, invece, un tedesco guadagnava in media 35.600 dollari e nel 2012 ne guadagnerà 38.500 e lo stesso discorso vale per i francesi. «Siamo di fronte a una perdita del potere di acquisto degli italiani, un dato allarmante se si tiene presente che la relativa tenuta dei consumi è compensata dal fatto che gli italiani per mantenere gli attuali livelli di spesa, stanno penalizzando i propri risparmi. O dando fondo alle riserve di casa, o più semplicemente non risparmiando più», conferma Pantini.