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 2011  ottobre 17 Lunedì calendario

PARMALAT, IL SALASSO FRANCESE [ INCHIESTA SULL’AFFARE LACTALIS ]

La terza vita di Parmalat riparte con un corso accelerato di francese e l’addio, amaro ma prevedibile, al tesoretto di Bondi. A quattro mesi dall’Opa che ha portato l’83,3% della società italiana nel portafoglio di Lactalis, il nuovo padrone transalpino ha iniziato – senza troppe fanfare – a muovere le sue pedine in una partita destinata a cambiare volto a Collecchio. Trasformandola, come sembrano confermare le prime scelte di Parigi, in una provincia dell’impero da 10 miliardi della famiglia Besnier. Nessuno, a dire il vero, si era fatto troppe illusioni. Lo stile della dinastia bretone è noto da anni ai mercati. Poche parole – Lactalis non pubblica i suoi bilanci e la storia delle stampa d’Oltralpe non ricorda un’intervista a un Besnier – ma molti fatti. E la campagna d’Italia 2011 non ha fatto eccezione. Prima il doppio blitz a Piazza Affari su Parmalat, con l’acquisto del 15% dei fondi e la superOpa che hanno smascherato il bluff delle cordate tricolori e la retorica spuntata dei paladini politici dell’italianità. E ora lo sbarco a due facce in Emilia: soft nella forma («secondo me fino a primavera prossima cambierà poco», dice Mauro Macchiesi, segretario nazionale della FlaiCgil), basso nei toni – i contatti con il mercato sono stati ridotti sotto il livello, già da minimo sindacale, dell’era Bondi – ma deciso nei fatti. Quanto basta per capire che dopo la prima, segnata dalle follie dei Tanzi, e la seconda con l’incredibile resurrezione pilotata dal manager aretino, la colonna sonora della terza vita di Collecchio sarà la Marsigliese.
Il primo avviso ai naviganti che speravano in una gestione "italiana" della nuova Parmalat è arrivato con la nomina dell’amministratore delegato. In molti davano per scontata la scelta di Roberto Sala, numero uno della divisione tricolore di Lactalis, come segnale di attenzione alla filiera agricola e alimentare tricolore. Invece no. Parigi ha designato un presidente di rappresentanza come Franco Tatò, ma al volante dell’integrazione ha preferito mettere un fedelissimo: Yvon Guerin, da 21 anni alle dipendenze dei Besnier, l’uomo che ha gestito negli scorsi anni l’acquisizione della spagnola Puleva.
Guerin non è rimasto con le mani in mano. E anche la seconda mossa "pubblica" testimonia come i francesi – fatta l’Opa e liquidati con un ricco assegno di 3,9 miliardi i soci di minoranza – considerino ormai Collecchio come una sorta di riserva di caccia di famiglia. «Il cda di Parmalat ha deliberato all’unanimità di aderire al sistema di cash pooling di Lactalis», recita un comunicato di inizio ottobre. Il gergo è tecnico, ma il significato è chiaro: gli 1,2 miliardi di liquidità raccolti grazie alla cause a banche e revisori durante l’era Bondi e messi in cassaforte per finanziare nuove acquisizioni finiscono nel calderone della tesoreria del colosso transalpino.
Nessuno scandalo, naturalmente. Il prospetto d’Opa anticipava ipotesi di questo genere. Una fairness opinion di Mediobanca quantifica in 21 milioni l’anno i benefici per Collecchio dall’operazione, sottolineando come l’azienda italiana possa pretendere la restituzione del tesoretto in ogni momento con un preavviso di tre giorni. E l’offerta sul 100% del capitale – una rarità nella foresta pietrificata di Piazza Affari – ha consentito a chi voleva, di valorizzare il suo investimento con un incasso superiore del 62% agli 1,6 euro della quotazione attuale.
Il nodo però è venuto subito al pettine. Lactalis, come ammette Piazzetta Cuccia nella sua perizia, sarà costretta a «mettere a punto operazioni di natura straordinaria» per rimborsare i debiti contratti per la scalata (la prima tranche da 1,5 miliardi scadrà a gennaio 2013). E saranno proprio queste operazioni di natura straordinaria, con ogni probabilità, a disegnare il futuro industriale di Parmalat. Come faranno i francesi per far quadrare i conti finanziari del loro blitz italiano? Per saperlo non c’è bisogno di consultare un oracolo. Il primo passo è stato già fatto, mettendo le mani con il cash pooling sulla liquidità e trasferendola ai piani superiori di casa Besnier. Il secondo – è tutto scritto con grande trasparenza nel prospetto per l’Opa su Collecchio – sarà quello di trasformare questo parcheggio temporaneo in un trasloco definitivo.
Guerin, dicono le indiscrezioni, è già da tempo al lavoro su questo dossier e la strada è già segnata nero su bianco nei documenti ufficiali: «Faremo di Parmalat un campione nel latte di rilevanza mondiale con sede, organizzazione e testa in Italia» grazie a operazioni che potranno andare in porto anche nell’anno successivo all’Opa, ha scritto Parigi nel prospetto. L’ipotesi più gettonata è quella di «far confluire a Collecchio le attività del gruppo transalpino nel latte confezionato in Francia e Spagna». Tradotto in soldoni: i Besnier girano alla società emiliana uno dei business a minor valore aggiunto del gruppo. E l’azienda italiana paga la partita di giro con il suo tesoretto, finanziando così in sostanza con la sua liquidità la scalata di Parigi a Collecchio.
Un’altra alternativa praticabile per raggiungere lo stesso obiettivo è la fusione di tutte le attività italiane di Lactalis in Parmalat. Galbani, Invernizzi, Cademartori & C. hanno un giro d’affari annuo di 1,35 miliardi con 25 milioni di utile. Ma soprattutto hanno sul groppone qualcosa come 850 milioni di debiti che verrebbero in buona parte compensati proprio dai soldi della exrivale.
La finanza, naturalmente, non è tutto. E Guerin nei suoi primi quattro mesi a Collecchio ha iniziato anche ad accendere un faro sul business industriale della società italiana. Un fronte sul quale per ora sembra deciso a muoversi con i piedi di piombo. Parigi ha avviato una due diligence su tutti i siti produttivi del gruppo inviando i suoi rappresentanti per i primi sopralluoghi destinati a valutarne efficienza e redditività.
Il timore dei sindacati è che alla chiusura di questo processo si possa arrivare a una riduzione dei siti ben al di sotto dei 10 attuali. «Noi abbiamo sollecitato un incontro con l’azienda per fare chiarezza – dice Macchiesi – e il primo appuntamento è stato fissato a inizio novembre». le maggiori preoccupazioni sono concentrate soprattutto sugli insediamenti in Sicilia e nel Lazio, punti di riferimento fondamentali per la filiera del latte in quelle aree. Parigi non ha scoperto finora le sue carte anche se in molti scommettono che in occasione della presentazione del piano industriale nel prossimo anno Lactalis possa chiedere qualche sacrificio.
Qualcosa in più invece si muove sul fronte dell’organizzazione industriale, uno dei capitoli su cui esistono più sinergie con gli altri business nazionali del gruppo. Lactalis ha già fatto intendere di voler procedere a una radicale riorganizzazione del modello voluto da Bondi che aveva concentrato il business solo sulla grande distribuzione.
L’idea è quella di allargare a Collecchio lo stile Galbani: i camioncini che procedono alla consegna a iper e super cui però vengono dati incentivi per provare a piazzare i marchi di casa anche ai negozi al dettaglio, un canale che Parmalat aveva dimenticato del tutto. Allo studio c’è anche un lifting al management del gruppo. Dopo l’addio di Bondi e di Pierluigi de Angelis, la "testa" finanziaria del salvataggio dal crac dei Tanzi, i Besnier non hanno voluto toccare altre pedine, procedendo solo a un accentramento delle funzioni verso la Francia. Chiuso il periodo di rodaggio, però, le cose potrebbero cambiare anche per dare ai vertici di Collecchio una struttura più allineata alle strategie di marketing e di vendita di Parigi.
Lo sbarco di Lactalis non sembra invece, almeno per ora, aver materializzato uno degli spauracchi paventati dai paladini dell’italianità di Parmalat: l’invasione del latte francese sul mercato italiano. Gli osservatori più attenti del settore non si stupiscono: Galbani ha continuato ad acquistare materia prima tricolore (il 60% del suo fabbisogno) anche dopo essere passata sotto la bandiera francese. E in fondo anche Collecchio è sempre stata costretta dalle croniche carenze della filiera di casa nostra a fornirsi in parte con latte arrivato dall’estero.
La partita resta comunque aperta, se non altro perché la fusione italofrancese ha concentrato ancor di più un mercato già abbastanza polarizzato: LactalisParmalat lavora oggi circa il 20% del latte prodotto nella penisola. Una posizione dominante che finora non ha portato a distorsioni ma su cui le grandi organizzazioni degli allevatori hanno acceso un faro nel timore di future guerre dei prezzi. Si vedrà. Le priorità di Parigi nella riorganizzazione della nuova provincia dell’impero, al momento, paiono decisamente altre.