MASSIMO RIVA , la Repubblica Affari&finanza 17/10/2011, 17 ottobre 2011
BCE, I TRE NODI DELL’ERA DRAGHI
La scorsa settimana, nella sua ultima uscita pubblica davanti al Parlamento europeo, JeanClaude Trichet ha lanciato l’allarme forse più minaccioso da quando è seduto al vertice della Banca centrale europea parlando di un "rischio sistemico" che impone a governi di agire in modo "rapido e deciso". In contrasto con la gravità di questi richiami, per la prima volta da anni, il suo viso appariva tuttavia disteso se non addirittura sereno. La coscienza della serietà del momento non gli impediva evidentemente di lasciar trasparire anche la consapevolezza che ormai tra pochi giorni le responsabilità di gestione della crisi passeranno in altre mani. Un sollievo anche comprensibile da parte di chi si è trovato a guidare l’autorità monetaria europea durante la peggiore tempesta finanziaria dei tempi moderni e oggi, in cuor suo, sente che il peggio non è ancora alle spalle e che la costruzione stessa dell’Europa sarà chiamata ad affrontare gli stress più difficili della sua storia. Questo, dunque, lo scenario plumbeo ad ogni angolo dell’orizzonte nel quale Mario Draghi raccoglierà il testimone da Trichet il prossimo primo novembre. C’è la questione della stabilità delle banche che fino a qualche mese fa sembrava tornata sotto controllo ma ora si sta riaffacciando in termini anche più preoccupanti del passato.Ad essa si affianca e si sovrappone il problema dei giganteschi e talora traballanti debiti sovrani di molti Stati, non solo europei. Di regole più stringenti contro gli avventurieri della finanza molto si dibatte, ma senza che ancora governi nazionali e istituzioni internazionali abbiano concluso granché.
Il Fondo di stabilità europeo, cui tutti guardano come allo strumento salvifico per eccellenza, è tuttora un problema più che una soluzione. La politica monetaria ovvero la strategia in materia di tassi d’interesse è al centro del tradizionale contrasto fra chi privilegia la lotta all’inflazione e chi reclama l’urgenza di stimolare una ripresa economica latitante in quasi tutto il vecchio continente.
Già con questo ce ne sarebbe abbastanza per concludere che il compito che attende Draghi si annuncia ben più arduo e complesso di quello svolto dal suo predecessore al vertice della Bce. Ma, purtroppo per lui, il presidente italiano dovrà anche scontare un "handicap" di nazionalità che il suo predecessore non aveva, anzi.
Per tradizione politica inveterata, infatti, i governi francesi sono sempre schierati a pieno sostegno dei loro connazionali quando questi siano chiamati a rivestire incarichi internazionali. Una consuetudine sconosciuta in Italia dove addirittura nel caso specifico il governo Berlusconi, soprattutto per le tiepidezze del ministro Tremonti, ha dato l’impressione di subire più che di spingere la candidatura Draghi alla Bce. E tuttora a Palazzo Chigi si sta facendo il possibile per sminuirne l’autorevolezza tirando in lungo scandalosamente la designazione del successore in Banca d’Italia nella persona suggerita dal governatore uscente.
Altro fattore critico è poi la situazione di oggettivo imbarazzo nella quale il neopresidente della Bce rischierà di trovarsi per il fatto stesso di provenire da un paese che tiene sulle spalle il maggior debito pubblico dell’intera Europa. Sotto la guida di Trichet la banca di Francoforte ha realizzato e continua ad operare sul mercato importanti interventi di sostegno ai titoli del Tesoro italiano. E lo ha fatto sia superando le resistenze di alcuni paesi la Germania soprattutto sia dettando al governo di Roma gli specifici provvedimenti da assumere per meritarsi l’aiuto europeo. Non sarà altrettanto agevole per l’italiano Draghi proseguire sulla stessa strada. La possibilità che i tanti oppositori di questo genere di aiuti gli possano rimproverare una sorta di sottostante conflitto d’interessi è tutt’altro che peregrina.
Certo, la lettera con cui Trichet dettava i compiti al governo italiano recava anche la firma dello stesso Draghi. Ma che cosa accadrebbe se si rendesse necessaria una nuova missiva e stavolta a prima firma Draghi? Con l’aria che tira oggi a Roma c’è perfino il rischio che a contestarne il merito siano gli italiani. Forse è anche per questo che nel suo recente intervento pubblico il governatore ha voluto mettere le mani avanti dicendo che tocca essenzialmente all’Italia salvarsi da sola senza troppo contare sull’intervento di "eserciti d’oltralpe". Un chiaro messaggio con una doppia finalità: rassicurare i governi europei che la Bce di Draghi non avrà un particolare occhio di riguardo per il nostro paese, far sapere fin d’ora al governo di Roma che non potrà contare né su sconti né su trattamenti preferenziali. In realtà a trarre d’impiccio il neopresidente di Bce potrà essere soltanto il varo definitivo del cosiddetto Fondo salva Stati, cui passerebbe il compito di effettuare gli acquisti di titoli sul mercato. Ma sui tempi di questa svolta l’incertezza regna sovrana.
Il primo e spinoso banco di prova per il neopresidente della Bce sarà comunque quello dei tassi d’interesse. Con due successivi rialzi di un quarto di punto la Bce ha portato il saggio ufficiale all’uno e mezzo per cento. Un livello considerato da molte voci autorevoli il Nobel Paul Krugman ne ha fatto un suo cavallo di battaglia tale da frenare il rilancio dell’economia e da ostacolare il finanziamento delle banche in difficoltà.
L’aspettativa generale vorrebbe che uno dei primi atti della gestione Draghi sia il taglio di almeno un quarto di punto del tasso ufficiale. Avrà questi la forza e il coraggio di esordire con una simile decisione? Per tranquillizzare gli inflessibili e un po’ ottusi custodi dell’ortodossia monetaria tedesca, la cancelliera Angela Merkel motivò il suo consenso alla nomina di Draghi dicendo che gli era sembrato "il più tedesco" dei candidati. Un viatico tagliente come un coltello a lama doppia che non renderà semplice al neopresidente della Bce gettare alle ortiche l’abito tedesco che gli è stato cucito addosso.
Un campo nel quale, viceversa, il successore di Trichet potrà muoversi con maggiore libertà di pensiero e di azione è quello delle banche in difficoltà. In questo caso, anzi, la nazionalità italiana potrebbe giovargli perché i problemi maggiori non riguardano gli istituti di casa nostra. La questione si presenta, tuttavia, molto complessa anche perché intrecciata con la nota dolente dei debiti sovrani. Al principio della crisi i governi di Berlino e Parigi (e fuori dall’euro quello di Londra) hanno impegnato montagne di denaro pubblico per soccorrere i bilanci delle banche svuotati dai contraccolpi di avventure finanziarie spericolate. In una fase più recente sono stati poi effettuati importanti aumenti di capitale per riequilibrare il rapporto fra mezzi propri e impegni delle banche. Ma né la prima né la seconda operazione hanno dato gli sperati frutti di stabilizzazione.
Una volta contenuti gli effetti delle temerarie speculazioni su derivati e altri strumenti tossici, ora il problema si sta ripresentando sul versante dei tanti, troppi titoli di Stato di paesi a rischio (da Grecia a Portogallo fino a Irlanda, Spagna e pure Italia) sottoscritti a mani basse da molte banche, soprattutto in Francia e Germania. Al punto che la natura del Fondo europeo concepito per scongiurare il "default" dei paesi critici sta subendo, cammin facendo, un mutamento di indirizzo per essere rivolto in prima istanza non più tanto a beneficio diretto dei governi in difficoltà quanto ad aiuto delle banche creditrici di quei medesimi governi. Un cambiamento destinato a rinfocolare lo scontro politico tra fautori e oppositori degli interventi di denaro pubblico a sostegno di banche private. Scontro che divide i governi europei ma anche ciascun paese al proprio interno.
In materia Mario Draghi arriva a Francoforte con la grande esperienza maturata in simili conflitti alla guida del Financial Stability Board. Nel quale, tuttavia, le contrastanti opzioni dibattute non hanno finora prodotto la maturazione di efficaci soluzioni condivise in tema di nuove regole per l’attività finanziaria internazionale. E’ possibile che, almeno nell’ambito più ristretto dell’eurozona, al nuovo presidente della Bce sia meno arduo mediare nella diaspora delle scelte nazionali. E’ un fatto, in ogni caso, che l’autorità monetaria europea si trova ad agire in un quadro istituzionale che non le consente di rimediare all’incapacità politica dei singoli governi a convergere verso strategie comuni. Il solenne principio delle decisioni all’unanimità che fa da democratica corona all’Unione potrebbe rivelarsi alla fine l’ostacolo maggiore alla sopravvivenza della stessa.
Insomma, Mario Draghi assume il suo alto incarico non soltanto in uno dei momenti più critici della vita economica e finanziaria dell’eurozona, ma anche in un frangente nel quale le sfide forse più temibili vanno affrontate sul terreno dell’arretratezza istituzionale della costruzione europea. Gli auguri più calorosi sono il meno che si possa fargli, tanto più nella consapevolezza che la leva monetaria, strumento principale nelle mani dei governatori centrali, opera come una corda: ottima per stringere, non altrettanto per spingere.