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 2011  ottobre 17 Lunedì calendario

«QUESTO GOVERNO NON PUO’ DURARE. MAGGIORANZA AMPIA O SI VOTERA’ PRESTO»

Presidente Pisanu, lei un anno fa sul «Corriere» chiese a Berlusconi di fare un passo indietro per favorire la nascita di un nuovo governo con una maggioranza più ampia. Un suggerimento ripetuto più volte, senza esito. Lei crede ancora a questa possibilità?
«Feci quella richiesta perché ero convinto che il governo Berlusconi-Bossi non sarebbe stato in grado di reggere, da solo, il peso enorme della crisi finanziaria e politica che si era abbattuta sull’Italia. E infatti da allora ad oggi il sistema Paese ha più volte piegato le ginocchia, correndo il rischio, tutt’altro che scongiurato, di trascinare nella caduta la moneta unica e la stessa Unione politica europea. Perciò l’ampia, anzi amplissima maggioranza è ancora più necessaria. Al di fuori di questa possibilità, vedo solo il danno grave delle elezioni anticipate. E mi chiedo come farebbe il centrodestra a spiegare ai suoi elettori la dissoluzione della più grande maggioranza della storia e la fuga dalle responsabilità di governo, proprio nel momento di massima difficoltà per il nostro Paese».

La maggioranza numerica però, incidenti parlamentari a parte, c’è ancora.

«Non è questione di numeri più o meno risicati, ma di forza e di volontà politica. Intendiamoci bene: io penso che oggi un governo di centrosinistra, con gli stessi numeri parlamentari, sarebbe egualmente inadeguato. Serve invece un esecutivo senza precedenti per una situazione senza precedenti, una compagine di alto profilo politico in grado di rimettere l’Italia in cammino e di rassicurare i mercati e la comunità internazionale sulla serietà delle nostre intenzioni».

La situazione economica e sociale è davvero così grave? Berlusconi lo nega e parla di «partito dei declinisti».

«Declinista è chi favorisce il declino, non chi lo denuncia per contrastarlo. Le cose vanno male e tendono al peggio. Dalla scuola al lavoro, dalla famiglia all’impresa. La causa principale è nell’intreccio perverso che si è creato tra crisi economico-finanziaria e crisi politica: l’una alimenta l’altra. L’esempio più eclatante viene dal cosiddetto spread che ci fa apparire più deboli della Spagna, benché la nostra economia sia nettamente più forte. All’evidenza, è un divario di credibilità politica».

Come giudica l’operato di Tremonti e il suo attuale isolamento? Il ministro dell’Economia deve lasciare? O può essere della partita di un nuovo governo?

«Tremonti ha il grande merito di aver tenuto in ordine i conti pubblici, resistendo a molte pressioni. Però ha sottovalutato o taciuto i rischi della recessione, ha trascurato la crescita e ora si ostina ad andare avanti di testa sua senza indicare, peraltro, una strategia di uscita dalla crisi. Penso che Tremonti procederà in solitudine, concedendo formalmente qualcosa al Consiglio dei ministri e fidandosi soltanto di Umberto Bossi».

Esiste davvero un gruppo di pidiellini pronti ad andare oltre l’attuale partito?

«Vedo molti colleghi delusi dal populismo del Pdl, dall’inconcludenza del governo e dalla mancanza di prospettive chiare. Non so cosa produrrà in positivo questa delusione. Noto comunque una diffusa aspirazione ad andare oltre le angustie dell’attuale bipolarismo, a costruire su basi nuove una più ragionevole democrazia dell’alternanza».

Lei si fida di Claudio Scajola? Come sono davvero i vostri rapporti?

«Sono quelli di sempre, un po’ discontinui e abbastanza cordiali. Di recente ho condiviso con lui talune valutazioni politiche, senza però stabilire patti di alcun genere e tantomeno, per intenderci, di tipo correntizio. Non si pone dunque alcuna questione di fiducia. Come dicono giustamente Verdini e La Russa, io non ho truppe. Ho solo qualche idea, che mi porta a dialogare e a intendermi con molti colleghi del Pdl: colleghi e amici, non Sturmtruppen alla Bonvi».

E i suoi rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, di cui tanto si parla in questi giorni?

«Mi dispiace quando se ne parla a vanvera. Ho con le gerarchie i rapporti che può avere un parlamentare cattolico, consapevole, per lunga esperienza, che vescovi e cardinali sono innanzitutto sacerdoti sempre disposti ad ascoltare, a discutere e a infondere speranza. Personalmente ne traggo beneficio; anche in termini di autonomia politica».

Nascerà davvero il nuovo partito dei cattolici?

«Penso di no, perché non è nelle corde della storia. Comunque mi aspetto molto dai cattolici, riuniti a Todi per delineare un nuovo progetto socio-culturale. Secondo me il futuro ha un gran bisogno della dottrina sociale della Chiesa e delle idee dei cattolici italiani. Mi auguro che avanzino nel solco della Costituzione e del Concilio, col proposito di aiutarci a decifrare i segni dei tempi: la crisi dell’Occidente, la globalizzazione e la "terza rivoluzione industriale" di cui ci parla Jeremy Rifkin».

Casini può esercitare una leadership in quel campo? Come si sta muovendo?

«A Todi non ci sono interlocutori politici privilegiati. Ma chi è interessato si è messo già in ascolto, con l’idea di sviluppare i messaggi di una fede che prima si fa cultura e poi politica. Su questa linea intravedo un movimento politico liberale, laico e cattolico, che esca dai vecchi schemi della destra e della sinistra, mettendosi a disposizione delle forze del mutamento, specialmente dei giovani e delle donne. Casini può dare un contributo decisivo alla nascita e alla guida di un simile soggetto».

Anche il Pd è diviso. Veltroni sostiene la necessità di un governo di transizione. Bersani punta a elezioni subito. Come finirà secondo lei? La sinistra può farcela da sola a governare?

«La penso come Veltroni, anche se le elezioni anticipate sembrano, purtroppo, più vicine. Secondo i sondaggi il centrosinistra le vincerebbe, ma con l’assetto attuale si ritroverebbe a fare i conti con un Paese stremato, risentito e ancor meno governabile».

D’Alema al «Corriere» parla della necessità di aggregare una maggioranza del 60%. Secondo lei moderati e progressisti possono allearsi?

«Oggi il Paese ha bisogno di tutti. Del cento per cento. Domani si vedrà. Nulla è escluso».

Il referendum per abolire la legge Calderoli è uno scossone utile secondo lei?

«Sarebbe, dopo la raccolta delle firme, un secondo salutare scossone. Purtroppo le elezioni anticipate ne imporrebbero il rinvio».

Come giudica il movimento degli Indignati?

«Bisogna seguirlo con attenzione, perché pone problemi seri anche se non indica soluzioni convincenti. Ma questo è compito dei gruppi dirigenti, che però devono aprirsi ai giovani in modo che possano partecipare effettivamente alla costruzione del proprio futuro. I giovani hanno il fiuto della storia: è da stolti ignorarlo. Ricordiamoci la lezione terribile del ’68: allora furono anche la sordità, la chiusura dei Parlamenti e dei governi a spingere tanti ragazzi e ragazze nella spirale della violenza e della lotta armata».

Lei era un dirigente dc ai tempi del caso Moro ed è stato ministro dell’Interno dopo Genova. C’è un rischio di ritorno della violenza politica?

«I segni premonitori si erano visti un po’ dappertutto nei mesi scorsi. Sabato a Roma ne abbiamo avuto drammatica conferma. E dobbiamo temere il peggio se alla protesta della piazza e al malessere sociale dovesse aggiungersi l’ulteriore inasprimento dello scontro politico. Il rimedio più immediato è potenziare la prevenzione e la repressione della violenza organizzata; ma quello più efficace è innalzare gli argini alla crisi generale col concorso di tutte le forze disponibili».
Aldo Cazzullo