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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

Sindrome G8 L’ordine agli agenti: non dovete reagire - «Maledetti! Guardate là il collega fe­rito, è la fine del mondo, guardate quan­ti incappucciati circondano il blindato dei carabinieri

Sindrome G8 L’ordine agli agenti: non dovete reagire - «Maledetti! Guardate là il collega fe­rito, è la fine del mondo, guardate quan­ti incappucciati circondano il blindato dei carabinieri. Altro che pochi violenti isolati,diamine.È un’altra Genova,que­sta. E noi stiamo qui a fare le belle statui­ne mentre in testa ci piove di tutto. Fer­mi, dietro ai blindati, carne da macello mentre quelli (indica il furgone dell’Ar­ma circondato dai black bloc, ndr ) alpo­sto di guida vedono la morte in faccia e magari pensano a quello là, come si chiamava, a quello che ha sparato a Giu­liani a Genova. Una follia, cazzo. Una follia. Questa maledetta politica buoni­sta è una follia. Perché la parola d’ordi­ne sapete qual è? La volete sapere? Ab­bozzare. Attendere. Ripiegare. Non ri­spondere. Dobbiamo ab-boz-za-re sempre e comunque! Dal G8 di Genova l’ordine è sempre quello, altrimenti ci danno della polizia cilena e fascista. Ob­bligati a nasconderci dietro i mezzi, sta­re fermi come birilli anziché risponde­re come siamo addestrati a fare. Guar­date che scempio. Guardate gli occhi dei colleghi sotto ai caschi: vorrebbero correre e affrontare quegli scalmanati e invece no, zitti e buoni. Quelli forse arro­stiscono là dentro e lo Stato al massimo concede ai blindati i caroselli con sire­na, qualche lacrimogeno, idranti obso­­leti, rare reazioni di alleggerimento. La solita strategia difensiva a oltranza. Ab­bozzare perché sennò ci scappa il mor­to, ma quale morto? Perché se muore una divisa, chissenefrega. Se muore uno che ti sta lanciando in faccia un estintore, diventa un caso internaziona­le con qu­ei politicanti che parlano sem­pre di pochi facinorosi. Non ce la faccia­mo più: abbozziamo allo stadio, per la Tav, in strada coi black bloc. Scrivetelo, cazzo. Scrivetelo». Detto, fatto. Scritto tutto alla lettera, tra i lacrimogeni e la rabbia. Scritto a imperitura memoria di chi pensa all’italica maniera del meglio non fare per non rischiare di far male. Lo sfogo del poliziotto che stringe rab­bioso lo sfollagente, che s’è fatto Geno­va e che ogni weekend se la rischia con gli ultras, si interrompe al passaggio di un superiore che raccomanda calma. In piazza San Giovanni, in disparte, c’è gente che si danna l’anima quando ser­ve, vaccinata agli scontri, abituata alla guerriglia, come il dirigente Maurizio Ariemma del contingente Milano oppu­re il vicequestore Antonio Adornato del gruppo Senigallia, vecchia scuola della Celere romana, uscito indenne non si sa come dal linciaggio che ha colpito i colleghi del Settimo Nucleo guidato dal comandante Vincenzo Canterini, il «fa­migerato » Canterini della Diaz. Che si fa vivo a sorpresa nel pieno della bara­onda romana: «In questo momento tor­no indietro negli anni, ho un brivido, sento uno spiffero di Genova. Questi teppisti sono meno organizzati rispetto a quelli del G8 ma sono tanti, e da quel che vedo usano tattiche da ultras, pen­so che provengano in gran parte del­l’estero. La politica del “contenere” non funziona più se si lascia la piazza a un’orda di teppisti che si fomenta di mi­nuto in minuto e fa proseliti, anche tra chi non ha cappucci neri in testa. Occor­re una reazione, composta, ma ferma». Canterini, in contatto coi suoi ex uomi­ni in piazza, fa poi un’osservazione ad alta voce. Da non sottovalutare: «Se la manifestazione era pacifica a che servi­vano decine e decine di “ avvocati demo­cratici” a spas­so se non a di­fendere i mani­festanti even­tual­mente coin­volti negli scon­tri? I disordini, l’input a gettare scompiglio nel corso del cor­teo, evidente­mente è qualco­sa che è stato pianificato poli­ticamente dal­la stessa orga­nizzazione in­ternazionale di Genova, che ha raccordato antagonisti violenti da tutta Europa». Poco più in là, piegato su un tenente dei carabinieri con il volto coperto di sangue, il colon­nello dell’Arma Pino Petrella predica tranquillità mentre piovono bombe car­ta e sampietrini. Lui situazioni «bollen­ti » come queste le ha vissute sulla pro­pria pelle, ferito in Val Di Susa dai black bloc versione No-Tav. Non ha tempo per le reprimende dei residenti del quar­t­iere Monti che al pari di tanti carabinie­ri e poliziotti si chiedono perché il cen­tro cittadino è pieno di guardie rilassate a guardia dei palazzi istituzionali men­tre tutt’intorno regna il delirio. Perché sono stati lasciati per strada cassonetti d’immondizia, puntualmente dati alle fiamme. Perché non si è vietato il par­cheggio indiscriminato, là dove i roghi hanno incenerito auto e scooter. Per­ché 70 feriti dopo i 120 della Val di Susa. Perché si è permesso l’assalto a chiese, banche, ministeri, supermercati. Per­ché, soprattutto, non si è intervenuti a difesa del furgone dei carabinieri ab­bandonato all’inferno sul modello di quanto accadde in corso Torino a Geno­va sotto lo sgua­rdo compiacente del pre­te antagonista don Vitaliano. Come cer­tifica lo spray sul portellone annerito dal fumo, «Carlo vive», l’obiettivo era vendicare l’icona Giuliani. Nessuno vuole pensare che serva un morto am­mazzato a svegliare gli «attendisti» del­l’ordine pubblico. Ma occorre che qual­cosa cambi, subito. Perché chi ha schi­vato sassi, molotov e bulloni, oggi farà nuovamente la bella statuina: allo sta­dio Olimpico c’è il derby. «Abbozzare» ancora? Auguri.