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 2011  ottobre 17 Lunedì calendario

CHI PERDE PAGA PIÙ TASSE

Quattro imprese su dieci sono in perdita. Ma il fisco non ci crede, e ha deciso di obbligarle a fare utili. Per decreto. Non importa se il vento gelido della crisi globale sta spazzando i conti economici delle realtà produttive di mezzo mondo. Il legislatore italiano ha deciso che tutti devono guadagnare. E chi non lo fa sarà punito da una tassazione da manicomio. Il principio è semplice: poiché nessuno lavora per la gloria, se una società dichiara perdite per due o tre anni si presumere che l’utile sia stato nascosto per non versare le imposte. La minimum tax dei poveri è contenuta nella manovra di fine estate (articolo 2, commi 36 quinques-duodecies). In pratica si prevede che se una società non dichiara utili per due periodi d’imposta e anche nel terzo non raggiunge un livello minimo prestabilito deve pagare le tasse su un imponibile calcolato applicando i criteri previsti per le società di comodo: aliquota Ires al 38% su un imponibile fittizio e limiti alla spendibilità fiscale delle perdite. Così, anche se un’azienda o un intero settore economico sono messi in ginocchio da una situazione sempre più intricata a livello globale o da contingenze particolari, l’arroganza del fisco non vuole sentire ragioni. Chi non guadagna, paghi. Chi perde va punito. È indegno di restare sul mercato. Vogliamo solo aziende belle e forti, le altre, per favore, si accomodino fuori. E stiamo parlando di oltre 300 mila imprese, il 40% delle società di capitali. Esiste in verità la possibilità di proporre al fisco l’istanza per la disapplicazione della disciplina delle società di comodo. Ed è facile prevedere l’arrivo di una valanga di lettere strappalacrime per giustificare la cocciutaggine dell’imprenditore nel restare sul mercato nonostante le difficoltà del momento. Ma non sarà facile convincere un fisco sempre più affamato che non ha il diritto di consumare il banchetto che qualcuno gli ha graziosamente apparecchiato. Eppure, i dati economici degli ultimi tre anni non sono un dato oggettivo sufficiente a giustificare che una impresa possa produrre perdite invece di utili? Il calo del Pil, la stretta del credito, la concorrenza internazionale, la stagnazione dei consumi, il crollo dei mercati finanziari, l’aumento dei fallimenti, l’allungarsi dei tempi di pagamento delle imprese e della Pubblica amministrazione, sono tutte invenzioni giornalistiche? La situazione risulta ancora più paradossale se si pensa che nella manovra di luglio il legislatore, per venire incontro alle imprese «che stanno uscendo da una crisi economico-finanziaria senza precedenti» (relazione al dl 98/2011), ha cancellato i limiti temporali al riporto delle perdite. Ora invece sono state cancellata le perdite. Per decreto.