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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

LA «VOLOFOBIA» CURATA DALLA ASL

Prima il training autogeno per rilassarsi. Poi il visore che proietta nella «realtà» di un volo virtuale. Allacciata alla poltrona del simulatore con pedana vibrante e casse stereo per gli effetti speciali, Francesca Florio, insegnante di 41 anni di Licata, comincia a sudare e a sbuffare. Ci troviamo a Palermo, nella stanza del Laboratorio per i disturbi psicosomatici, al primo piano di un palazzo in via Roma, sede del Servizio di psicologia dell’Azienda sanitaria provinciale 6. Francesca segue con un po’ di apprensione le istruzioni sul decollo (virtuale) impartite da Maria Teresa Triscari, la psicologa che dirige il Laboratorio. «Come va Francesca?». «Bene, ormai non posso scendere...». «Da uno a 10?». «Due». Con il visore, si gira verso il finestrino disegnato dal computer e guarda scorrere la pista. Un volo di pochi minuti, accompagnato da qualche scossone della pedana quando Viviana Urso, che con Valerio D’Angelo e altre due colleghe fa parte del team di psicologi del Laboratorio, impartisce dalla tastiera l’ordine «perturbazione».

Fino a dieci anni fa, Francesca volava davvero. Poi l’ansia aveva cominciato a scavare, era diventata panico davanti ai suoi figli e di aerei non ne aveva più voluto sapere. L’anno scorso ha visto in televisione un servizio sul corso «Paura di volare? No problem!», si è iscritta e a maggio ha iniziato. Assieme a Eva Benzi, 32 anni, assistente di gestione del personale, Giovanni Scarcione, 46 anni, agente di commercio, e Maria Rosa Brancato, di 52, l’unica a non avere mai volato, Francesca sta affrontando la fase conclusiva della terapia. Con altri due gruppi di cinque pazienti, si sottoporranno alla «demo» in aeroporto, che prevede una simulazione di partenza su un aereo fermo in pista con i motori accesi e la visita a sala radar e torre di controllo. Poi, il battesimo del volo da Palermo a Roma e ritorno. Sempre accompagnati dalla responsabile del corso. «All’inizio ero un po’ scettica, perché avevo una paura folle — racconta Francesca —. Adesso però posso dire che il corso è stato anche superiore alle aspettative».

Maria Teresa Triscari annuisce soddisfatta. È stata lei, cinque anni fa, a creare l’unico corso «pubblico» in Italia sulla paura di volare, in collaborazione con Wind Jet, Gesap Aeroporto di Palermo ed Enav, l’Ente nazionale di assistenza al volo. Anche Alitalia e Lufthansa offrono corsi, a pagamento, che si svolgono in un fine settimana e di solito non c’è un controllo dei partecipanti a distanza di tempo.

I l programma di Palermo invece comprende 10 sedute, ha un ticket di 100 euro e rientra in un progetto scientifico con follow up dei pazienti dopo 6 mesi. Tanto che il ministero della Salute ha riconosciuto Palermo come Centro di riferimento nazionale per questo disturbo multifattoriale. «Gli altri corsi seguono un metodo che si chiama flooding, cioè un lavoro di impatto — spiega Triscari —. Anche i loro risultati sono molto buoni. Noi però facciamo una cosa diversa, una psicoterapia, lavorando sulla patologia e sul retroterra della persona. Inoltre, i dati sul follow up ci confermano se i pazienti hanno superato o no la paura». Il Laboratorio dell’Asp 6 ha stipulato anche un protocollo di ricerca scientifica con la Valk Foundation di Leida (nata nel 1987 da università di Leida, compagnia aerea Klm e aeroporto Schipol di Amsterdam), il centro olandese che fatto scuola in Europa specializzato nel trattamento della paura di volare, con le università di Leida e di Palermo. Assieme a Lucas Van Gerwen, direttore di Valk Foundation e autorità in campo internazionale sulla volofobia, la psicologa ha scritto il libro che prende il nome dal corso (edizioni Idelson-Gnocchi). In cinque anni, al corso si sono iscritte 700 persone. Da una ricerca su 540 di loro, il 99% è risultato «guarito».

Gli iscritti sono quasi tutti siciliani, anche se la fobia del volo non è certo un’esclusiva dell’isola. Secondo le statistiche, un italiano su due ha paura di volare e un terzo di questo 50% si rifiuta di prendere l’aereo. Evitare di prendere l’aereo provoca come effetto seri problemi professionali e conseguenze sociali, così il 20% di chi vola affronta la paura assumendo alcol o sedativi. Giovanni Scarcione che ha volato l’ultima volta a Medjugorje otto anni fa racconta: «Mi sono bloccato in Croazia nel "finger", il tubo che collega il terminal all’aereo. E dire che volavo due volte alla settimana a Firenze, per lavoro. Ora ci vado in macchina o in treno». Nel giorno della «demo» all’aeroporto Falcone e Borsellino, si respira un certo comprensibile nervosismo. «Ho fatto un corso diverso cinque anni fa — spiega un altro paziente, Mauro Faraci, 45 anni, agente di commercio —. Ma non avevo mai preso un aereo. Era andata bene. Per un anno ho volato. Poi l’ansia mi ha bloccato». Il comandante Dario Catalisano, responsabile della sicurezza di Wind Jet, accoglie i tre gruppi con un sorriso rassicurante. Spiega il programma, li guida attraverso il metal detector dell’ingresso per il personale e poi in pullman fino all’aereo. Affrontano la scaletta in silenzio, poi sotto lo sguardo gentile dell’equipaggio, entrano e si siedono. «Come vi sentite?», butta lì Maria Teresa Triscari. Volti pallidi, labbra serrate. Ansia. Mal di stomaco. In cinque si alzano e cominciano a passeggiare in fondo al corridoio. Quando il portellone si chiude, uno sbotta: «È un trappolone!».

I motori salgono di giri. Ma è solo scena. Serve a misurare le reazioni. Poi partono domande a raffica. L’aereo può ribaltarsi? Può restare fermo in volo? E se si spegne il motore? Può staccarsi un’ala? Se succede qualcosa, il comandante deve dire la verità? Dario Catalisano ha una risposta per tutti. «Volare è sicuro», garantisce snocciolando dati. La tensione cala. Convinti? Sì, insomma. L’aereo di Wind Jet deve ripartire. Si scende, per fortuna. Sulla scaletta torna il sorriso. Al battesimo del volo, qualche settimana dopo, uno solo dei partecipanti al corso non riuscirà a salire.
Ruggiero Corcella