Paolo Bricco, Il Sole 24 Ore 16/10/2011, 16 ottobre 2011
IL CARO PREZZO DI CIBO E PACE
«La Somalia produce nei suoi campi il 50% del suo fabbisogno di cibo. I somali sono da sempre grandi allevatori. Nel 2010 hanno esportato oltre quattro milioni e mezzo di animali. E sono abili commercianti di derrate alimentari. I grossisti somali operano a Londra, a New York, a Gibuti e a Dubai. Questa rete internazionale, in costante dialogo con i piccoli commercianti dei clan, ha sempre coperto il deficit alimentare del Paese. Ora è saltato tutto. Per la siccità, ma anche per la crescita sproporzionata dei prezzi delle commodity sui mercati internazionali».
Luca Alinovi, 47 anni di cui venti spesi in Africa, è il rappresentante della Fao in Somalia, dove guida una squadra di 220 fra analisti e operativi. «La Somalia è uno dei luoghi simbolo di quanto sta succedendo in tutto il mondo - riflette dall’ufficio di Nairobi questo economista prestato alla cooperazione - l’aumento dei prezzi e soprattutto la loro volatilità inceppano meccanismi e minano equilibri secolari. Un anno, qui da noi, i campi davano meno frutti? I commercianti somali importavano dall’estero quantità maggiori a prezzi più bassi». Oggi questi arbitraggi informali non si possono più fare. «Qui - continua Alinovi - i poveri hanno sempre mangiato il sorgo. I benestanti, invece, il riso. Nel luglio del 2006 un chilo di sorgo costava 2.133 scellini somali. Un chilo di riso 6mila. Cinque anni dopo il sorgo è a 21.333 scellini, il riso a 26mila scellini. Il costo del cibo dei poveri ha quasi raggiunto il costo del cibo dei ricchi».
La Somalia, dove la Fao stima che rischino di morire di fame nell’immediato 750mila persone, concentra i tre elementi che stanno condizionando da due anni gli scambi commerciali e la quotidianità di tutti: prezzi alti, volatilità e strutture di mercato frastagliate e inefficienti che amplificano irrazionalità e saliscendi delle quotazioni. L’indice sintetico dei prezzi del cibo della Fao, che racchiude la carne, il burro, i cereali, l’olio e lo zucchero, era nel 2000 a quota 90. Nel 2008 era a 200 punti. A gennaio di quest’anno era a 231, per poi scendere a settembre a 225 punti. Anche i singoli prodotti stanno sperimentando la stessa tendenza: i cereali, dagli 85 punti del 2000, sono arrivati a un picco di 265 nell’aprile di quest’anno, per poi assestarsi a 245 a settembre. Lo zucchero, che undici anni fa era a 116 punti, ha raggiunto il suo massimo a 420 punti a gennaio di quest’anno per poi tornare, a settembre, a 379. «L’elevata volatilità dei prezzi rende tutto più complicato - osserva Giorgia Giovannetti, economista dello sviluppo dell’Università di Firenze - è difficile prendere decisioni "giuste" in una situazione di incertezza: i meccanismi ai quali gli operatori sono abituati non funzionano, gli investimenti crollano o vengono comunque ritardati con conseguenze sia sulla sicurezza alimentare immediata che sulla produttività e quindi sulla disponibilità di cibo in futuro. Diventa difficile anche elaborare politiche di razionalizzazione e di sostegno dei mercati».
L’ultimo agricultural outlook di Ocse e Fao, che fa proiezioni sul periodo 2011-2020, ha identificato, fra le cause dell’instabilità e dell’erraticità dei prezzi, il cambiamento climatico, la riduzione delle scorte, la diffusione del biofuel che trasmette volatilità dall’energia ai mercati dell’agricoltura, il boom demografico. Tutti questi fattori si sovrappongono e si intersecano, producendo dinamiche economiche e sociali imprevedibili. Le organizzazioni internazionali hanno stilato una lista dei "Food importer", i Paesi che non producono abbastanza alimenti all’interno, dove tutto precipita quando i prezzi sono alti e volatili. Molti di essi sono gli stessi che, nel rapporto di Fao, Ifad e Wfp "The state of food insecurity in the World 2011", si trovano nella parte "sbagliata" di una cartina che ha come asse verticale l’andamento dei prezzi e come asse orizzontale l’andamento della sottonutrizione: Malawi, Uganda, Senegal, Mozambico ed Etiopia, realtà dove esplodono sia i prezzi sia la malnutrizione. In questo grafico l’unico Paese che coniuga mitigazione dei prezzi e calo della sottonutrizione è la Cina. «Anche se almeno a Pechino - dice Carlo Gioja, un matematico che da dieci anni fa business fra la capitale e Hong Kong - ho visto nel 2010 un forte aumento dei listini della carne e della verdura. In Cina non c’è una scelta del Governo o una elaborazione del Partito che non contempli il problema della sicurezza alimentare. Lo sviluppo urbanistico, le grandi opere, la nascita di nuove città. Ogni decisione è vincolata alla domanda: dove è il cibo?».
Il problema dei prezzi del cibo e la sicurezza alimentare, dunque, sono in cima all’agenda dei Governi, di ogni segno, e delle autorità di regolazione (presunta o vera) dei mercati. Anche perché alimentano dinamiche in grado di disarticolare le strutture sociali. «È successo adesso in Nord Africa - spiega da Panama Gemmo Lodesani, direttore regionale per l’America Latina e i Caraibi del World Food Program - ed era già successo nel 2008 ad Haiti con i moti della fame. Uno dei grandi problemi dell’America Latina è l’inflazione, che crea disuguaglianze abissali. E l’andamento delle derrate alimentari ne costituisce una componente essenziale». In questo caos, con i prezzi impazziti, le informazioni distorte e i mercati che sono vasi non comunicanti, un elemento di razionalizzazione potrebbe essere fornito dalle nuove tecnologie. «Oggi - sottolinea Giorgia Giovannetti - un contadino del Kenya, dove è stata promossa una grande diffusione della telefonia mobile, può sulla sua sim vedersi accreditato del denaro con cui fare acquisti. Inoltre, con il suo cellulare può conoscere la quotazione dei cereali alla Borsa di Chicago. E, così, quando tratta con il rappresentante locale di una società di trading con sede a Londra o a New York, ha più informazioni e maggiori margini di manovra».