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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

I FANTASMI DEL BOSHOI

Mosca. Su una panchina che dà le spalle alla statua di Karl Marx, nel centro di piazza Teatralnaya, Alesja Shuzhiraskaja, splendida pensionata di quarantasette anni, guarda gli operai che danno gli ultimi ritocchi al Bolshoi. Il racconto viene fuori da solo. Senza pause, e con gli occhi un po´ lucidi.
«Più che gli applausi, ricordo i funghi e le patate che ci portavamo in giro per il mondo negli anni Settanta e Ottanta. Eravamo proprio delle strane star io e le altre ballerine di prima fila. Gli americani, i francesi, tutti, impazzivano per noi. I nostri politici erano fieri del nostro mito esportato in Occidente. Eravamo la vetrina della macchina invincibile dell´Unione Sovietica. Sorridevamo con quell´aria di leggera supponenza che copiavamo dalle foto dei divi di Hollywood. Poi trasformavamo le nostre suite in un campeggio e tiravamo fuori dalle valigie in similpelle quello che ci eravamo portate».
«Cetrioli e salsicce sfuggiti ai controlli con la complicità degli equipaggi dell´Aeroflot. L´importante era non spendere un centesimo dei 15 dollari giornalieri di diaria per ogni tournée. E investire tutto nell´unica cosa che contava: regali per gli amici, jeans, profumi, qualche disco proibito dei Beatles, cioccolato. All´inizio era un gioco. Poi cominciai a organizzarmi. Un po´ di risparmi nascosti nella biancheria. Un capitale per comprare merce da rivendere o regalare a Mosca in cambio di piccoli favori indispensabili: l´inserimento nella cooperativa che costruiva nuove case, una fornitura di elettrodomestici rarissimi, un salto in avanti nella lista d´attesa per una Zhigulì. Ma non crediate che ci sentissimo inferiori a nessuno. Io, ero orgogliosa di essere una protagonista nel corpo di ballo più famoso del mondo. Non una stella di prima grandezza come Ekaterina Maksimova, per intenderci, ma neanche l´ultima arrivata. I giornali sovietici dicevano che chiunque di noi avrebbe potuto essere la prima donna in qualsiasi teatro occidentale. E forse avevano ragione. Ero fiera della qualità della nostra danza. E, lasciatemelo dire, grata al sistema per essere diventata quello che ero. Nei primi anni Settanta non era come adesso che danza chi vuole danzare. Perché ha i soldi o perché lo vogliono i genitori. C´era una ricerca scientifica dei talenti come del resto avveniva per gli atleti. A otto anni fui obbligata come tutte le bambine a fare delle prove a scuola. Poi mi ordinarono di fare un altro test davanti a Jurij Grigorovich, il più grande coreografo di tutti i tempi. Ma figuratevi, mia madre era ingegnere, niente di più lontano dall´arte. Io stessa eseguivo gli esercizi per puro dovere, come facevo quelli di matematica o di grammatica. Ma la selezione era implacabile. Fui assegnata alla scuola del Bolshoi. E non ci fu discussione. Arrivarono richieste anche da altri celebri teatri, dallo Stanislavskij per esempio, ma ero stata giudicata da Bolshoi e fu detto loro di non insistere. Avevo un talento, anche se non lo sapevo, e dovevo metterlo al servizio della Patria.
In cambio ho imparato un´arte che adesso non si insegna più. Alla corte di Marina Timofeevna Semionova, un mito per chi conosce un po´ di storia della danza. Niente super allenamenti, niente ossessione perfezionistica, non fidatevi dei luoghi comuni. Studiavamo danza ma anche recitazione e pianoforte. E sapete in cosa consisteva la nostra superiorità? Nell´anima. Adesso vince il modello occidentale, spettacolare, potente. Si strappa l´ovazione con il salto più in alto, con le piroette più difficili. L´arte però è un´altra cosa. Non puoi ballare Ciaikovskij come fosse Ravel e viceversa. Devi entrare nel ruolo, sentire la musica, metterci il cuore. E non era solo arte. Il prestigio sociale era immenso. Ricchi no, guadagnavamo anche meno degli operai. Ma quanti privilegi. Vi dico solo una cosa. Mi davano due biglietti omaggio per ogni rappresentazione. Il prezzo era alto ma soprattutto le code infinite. Quei tagliandi erano oro puro. Con soli quattro biglietti regalati a ginecologo e ostetrica ho rimediato un trattamento da regina per il mio primo parto. Con meno di una decina, ho ricevuto per mesi forniture alimentari introvabili al bancone dei negozi.
Certo, c´era anche il rovescio della medaglia. A cominciare dall´indottrinamento politico. Penso a quelle lezioni alle otto di mattina, quando avevamo finito uno spettacolo la sera prima a mezzanotte. Tutti assonnati, docente compreso, fingevamo di occuparci del socialismo e dei suoi obiettivi. Una farsa, ma si doveva fare. E prima di ogni tournée, quanti interrogatori e raccomandazioni. Erano terrorizzati dalle fughe. Un omino del Kgb ci seguiva ovunque. Implorava, poveretto: non fuggite, non stavolta che ci sono io, sarei rovinato. Ma per fuggire ci voleva coraggio, motivazione politica. Io stavo bene. Non ho mai visto l´Occidente come il Paradiso in terra. Piuttosto un sogno che mi capitava di vivere spesso. Ricordo il mio primo viaggio, a New York, da allieva, nel ´74. Avevo dodici anni. Impazzii per le Barbie. Mai visto bambole così. Ne comprai tre. E non vedevo l´ora di tornare dalle mie amiche a Mosca. Io, la piccola ballerina del Bolshoi. Quella con le Barbie».