Giulio Giorello, Il Sole 24 Ore 16/10/2011, 16 ottobre 2011
IL DELITTO CHE NON PUÒ AVERE CASTIGO - È
in uscita per il debuttante editore milanese Indiana il volume di Alberto Radicati di Passerano, Liberi di morire. Dissertazione filosofica sulla morte, a cura di Frédéric Ieva, con una prefazione di Giulio Giorello di cui anticipiamo di seguito uno stralcio.
«Il suicidio è un delitto che sembra non poter ammettere una pena propriamente detta poiché ella non può cadere che o su gl’innocenti, o su di un corpo freddo ed insensibile». Così nel 1764 dichiarava Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, aggiungendo che la volontà di qualche legislatore di punire il suicidio era tanto assurda quanto quella di «sferzare una statua». A meno che non si volesse colpire non «il reo medesimo» ma la «di lui famiglia», magari col pretesto che lo spauracchio di tale rappresaglia potesse «ritrarre un uomo determinato dall’uccidersi». Tattica che a noi parrebbe in linea con le regole di certi paesi totalitari, dove la punizione per chi espatria clandestinamente viene fatta ricadere sui suoi cari. Certo, per ovvie ragioni cronologiche Beccaria non aveva avuto il discutibile piacere di conoscere realtà come l’Urss di Stalin e affini; aveva però ben compreso l’analogia tra il diritto di lasciare questa nostra terrena esistenza e quello di uscita da un qualsiasi Stato o nazione: «La legge che imprigiona i sudditi nel loro paese è inutile ed ingiusta. Dunque lo sarà parimente la pena del suicidio; e perciò, quantunque sia una colpa che Dio punisce, perché solo può punire dopo la morte, non è delitto avanti gli uomini». In tempi come i nostri, in cui si teorizza un diritto alla vita che in realtà è un obbligo a vivere a ogni costo (quali che siano le condizioni del nostro corpo e della nostra mente) e si prospettano leggi che privano i sudditi – non saprei trovare termine diverso – del l’autodeterminazione, imponendo quello che Mina Welby ha chiamato «il sondino di stato» («Corriere della Sera», 13 luglio 2011), è sempre bene rileggere un testo come quello di Beccaria, che non si riduce ai celebri argomenti contro la pena di morte e la tortura.
È di questo tipo di Illuminismo che abbiamo ancora bisogno: forse oggi più che allora. Ben prima del capolavoro di Beccaria era apparsa a Londra, nel 1732, la Philosophical Dissertation upon Death, scritta in inglese ma per mano di un italiano: Alberto Radicati di Passerano. «Credo davvero che si tratti del libro più empio e immorale che io abbia mai letto», ebbe a dirne il magistrato Philips Yorke, al quale si era rivolto il vescovo di Londra perché prendesse i debiti provvedimenti. Ben diversa l’opinione maturata su Radicati da Piero Gobetti, che nel lontano 1926 lo definì «primo illuminista della Penisola» e «primo nobile clamorosamente ribelle allo spirito di casta dei nobili». Radicati sosteneva la liceità del suicidio prescindendo totalmente dall’ira di quel Dio castigatore cui Beccaria renderà ancora omaggio, seppur in modo meramente formale. In Radicati, semmai, la natura, «costante e perpetua» nelle sue operazioni, ha già preso in modo esplicito il posto della divinità. Ne consegue che la morte appare come una mera «dissoluzione delle parti corporee, che dopo essersi separate le une dalle altre assumono forme diverse e ricevono movimenti diversi, poiché la natura, sempre impegnata a creare e distruggere, utilizza le parti di un corpo distrutto per formarne un altro che sta creando». Di per sé, questo non è uno scenario inedito. Mi piace ricordare una straordinaria battuta che Galileo Galilei nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) mette in bocca a Sagredo, là dove questi dichiara la propria ripugnanza intellettuale per la tradizione peripatetica che contrapponeva la perfezione delle sfere celesti alla generazione e corruzione del mondo sotto la Luna: «Io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e sì diverse alterazioni, mutazioni, generazioni, eccetera, che in lei incessabilmente si fanno. (...) Questi che esaltano tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, eccetera, credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d’incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in ista tue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono».
Immagine che ci pare consonante non solo con l’insistenza di Radicati sul fatto che «nessun corpo è perpetuo, e che in generale ogni essere presto o tardi deve subire una dissoluzione», ma pure con l’analisi che il libero pensatore piemontese ci offre della paura destata in noi dalla constatazione che «la natura ama e desidera il cambiamento». Ora, per Radicati «Il timore della morte non può essere innato, poiché i bambini, gli idioti, i folli e i vecchi che hanno smarrito interamente la memoria non la temono affatto». Ma allora tale paura è stata pressoché pianificata da «individui ambiziosi che, insoddisfatti dello stato di eguaglianza in cui la natura li aveva posti, sono giunti a bramare il dominio sugli altri». Si è trattato di un’opera di «sottigliezza e astuzia», una sorta di sistematico sfruttamento delle credenze più superstiziose; «audaci impostori» si sono spacciati per gli esclusivi «interpreti della volontà divina, e sovrani di quella umana!».
Dunque, «l’uomo ha iniziato a temere la morte non più meramente per paura, o per una riluttanza a cessare di vivere: bensì per il timore di incontrare mali nuovi, più dolorosi di qualsiasi cosa esperita o sofferta in vita». È nata così una burocrazia della morte, che opera mediante l’amministrazione della paura. Ed è contro questa perversione insieme dell’intelletto e dell’immaginazione che Radicati compie quella che lo storico Jonathan Israel ha definito una vera e propria «rivoluzione della mente». L’idea del conte di Passerano di ripulire la comprensione umana da ogni forma di vano terrore non è solo funzionale alla scelta degli individui di come morire, ma anche alla scelta degli individui di come vivere. (...)
Il relativismo morale è così inserito nella sua giusta cornice: l’universo senza confini, definibile come una sfera il cui centro è ovunque, la superficie da nessuna parte; idea che a suo tempo aveva esaltato Giordano Bruno e fatto rabbrividire Blaise Pascal. In tale immensità, il destino di ogni singolo essere è rilevante quanto quello di una goccia nel l’oceano; ma in Radicati ciò non porta ad alcun senso di cosmico spaesamento, bensì costituisce il quadro concettuale in cui inserire quell’intuizione dell’autonomia delle scelte individuali di cui oggi abbiamo tanto bisogno. La sua difesa del suicidio rientra in una visione al tempo stesso naturalistica e libertaria dell’esistenza: «È evidente a tutti che ci sono mille porte per uscire da questa prigione vitale, cosa che sarebbe impossibile se la natura non le avesse lasciate aperte».