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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

LA PENNA FATATA DI GUY

Maupassant, anzi Guy come lo chiamavano tutti, aveva un viso regolare, dominato dai grandi baffi. In pubblico stava generalmente in silenzio. Le spalle larghe e il corpo tarchiato erano ben visibili sotto gli abiti modesti. Tra amici, gli piaceva vantare la sua forza muscolare e la sua resistenza sessuale. Per questo e per il collo taurino un filosofo, Hippolyte Taine, l’aveva soprannominato il «Toro triste».

Nel 1881, quando aveva deciso di pubblicare i racconti, aveva da quattro anni la sifilide di cui si vantava: «Ne sono fiero, perdinci!». Il contagio aveva influito anche sul suo modo di narrare dilatando quella vena fantastica che, in un inedito accostamento, aveva intrecciato a quella realistica. Per questo, secondo Leon Daudet, in Maupassant c’erano tre persone: «Un bravo scrittore, un imbecille e un malato». Era più libero perché, rassicurato dal successo della sua scandalosa novella, Palla di sego, si era licenziato dal ministero. Per dieci anni Maupassant aveva dovuto lavorare prima in quello della Marina e poi in quello dell’Istruzione. Un impegno mortificante che lo faceva sentire «una cosa agli ordini di un campanello elettrico».

La sifilide, che l’avrebbe portato alla pazzia e alla morte, l’aveva presa frequentando case chiuse. In quella riserva di goliardica libertà, Guy si sentiva finalmente sciolto dalle costrizioni e si esibiva davanti agli intimi, tra cui il suo padre spirituale Flaubert, in prodezze amatorie. E proprio a quelle donne Maupassant avrebbe dedicato una lunga serie di racconti, in cui, come nella Casa Tellier, spaccato della vita quotidiana in un postribolo di provincia, le prostitute venivano viste in tutta la loro umanità. Una scelta scandalosa in un periodo in cui la doppia morale della borghesia si impegnava a nascondere ufficialmente un’abitudine estremamente diffusa. «Madame aveva saputo imprimere alla casa un andamento molto a modo ed era carina e cortese con tutti...».

L’inesauribile appetito di Guy si estendeva a ogni cosa, dal sesso alla scrittura, dallo sport allo sguardo penetrante degli occhi grigi. Quando era impiegato, approfittava di ogni momento libero per andare a remare sulla Senna. Era il mondo sano, rustico e gaudente dei canottieri, ripreso in tante tele degli impressionisti, da Monet a Renoir. E i colori accesi che l’autore usa nella Casa Tellier sono gli stessi della Grande Jatte di Cézanne, 1886, dedicata alla Senna tanto amata da Guy.

Lo stile scabro, semplice e lineare di Maupassant veniva da una lunga fatica. Per farlo nascere aveva avuto il maestro più esigente, Gustave Flaubert, che lo aveva spinto a lavorare a lungo sulla scrittura. Il risultato era stato straordinario. La distanza tra il suo stile e quello dei contemporanei risalta in un dialogo tra lo scrittore e il suo cameriere. «Ho letto l’articolo del signore: è buono». «Ah, vedo che non ti piace...». «Mio Dio!». «Cos’hai da rimproverargli?». «Signore, glielo devo dire... Il signore a volte manca di eleganza negli aggettivi qualificativi. Sono troppo semplici. Nell’articolo di stamattina il signore dice di un’orchidea che è bella. Un’orchidea è indubbiamente bella. Ma non è una vaga bellezza che rende la caratteristica di un’orchidea. L’orchidea, signore, è strana, malsana, perversa, ingannevole e sconcertante. Io avrei scritto: la sconcertante orchidea».

Quei racconti erano i primi di un’eccezionale stagione creativa.