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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

L’IMPERO IN UN ALBUM DI FAMIGLIA

Il 1° maggio 1876, Vittoria, regina del Regno Unito, divenne Imperatrice delle Indie. Il titolo era stato inventato dal suo primo ministro Benjamin Disraeli, un ebreo sefardita di origini italiane. La nuova imperatrice era un po’ più inglese del suo primo ministro ma non di molto: sua madre era tedesca, come quasi tutti i suoi antenati. Un tale cosmopolitismo era emblematico del nuovo mondo moderno del quale l’Impero britannico era il centro indiscusso. Non era stato il frutto di qualche grandioso disegno, ma nacque in modo alquanto casuale e mancava di unità e coerenza. Il Canada non era governato come l’India e l’India non era governata come l’Egitto. Alcuni Paesi come l’Argentina, che non erano colonie, si comportavano come se lo fossero. Per molti, in Inghilterra, l’Impero non era solo la dimostrazione della propria superiorità sui popoli "primitivi" ma rappresentava anche una vasta rete di coloni inglesi d’oltremare, dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda al Sudafrica. E questi coloni potevano essere progressisti (con la loro gente) e barbari (con gli "altri"), spesso all’interno dello stesso territorio: alla fine dell’Ottocento, la Nuova Zelanda aveva stabilito un sistema di welfare più avanzato di quello della Germania o dell’Inghilterra ed era il primo Paese ad aver introdotto il suffragio per le donne (1893), eppure i suoi coloni bianchi trattavano i maori con sommo disprezzo e arroganza.

L’Impero britannico era il più grande del mondo, ma come ha osservato Bernard Porter nel suo saggio intitolato Absent-minded Imperialists («Imperialisti distratti», inedito in Italia, ndt) del 2004, gli inglesi, che appartenessero alla classe media o a quella operaia, cominciavano appena a rendersene conto. La storia imperiale non veniva nemmeno insegnata all’università. Secondo Porter i veri imperialisti erano una fascia relativamente esigua di disadattati: aristocratici irlandesi, esponenti della middle class con pretese sociali, uomini (e donne) sessualmente frustrati, canaglie, furfanti e... scozzesi.

La Scozia, per quanto fosse stata unita all’Inghilterra nel 1707 su un piano di parità, aveva col resto del Paese un rapporto simile a quello che c’era in Italia fra Meridione e Settentrione, dopo il 1861: povera e frustrata, ma anche patria di un’intellighenzia insigne e influente e di una classe media in cerca di opportunità. La Scozia del Settecento, per quanto piccola fosse (due milioni di abitanti), era pur sempre la terra di Adam Smith, David Hume, Adam Ferguson e dell’inventore James Watt.

Il brillante libro di Emma Rothschild The Inner Life of Empires. An eighteenth-century history («La vita privata degli Imperi. Una cronaca del Diciottesimo secolo», ndt, Princeton University Press, Princeton-Oxford, pagg. 484, $ 35,00) è la microstoria di una famiglia scozzese, i Johnstone, e del loro rapporto con l’Impero britannico del XVIII secolo, uno strano partenariato fra Stato e imprese private come la Compagnia delle Indie orientali (i veri padroni dell’India fino al 1858).

La famiglia Johnstone incarna perfettamente quel primo imperialismo. È la storia di sette fratelli e quattro sorelle le cui vicende familiari si intrecciano con la storia più ampia dello sviluppo degli imperi commerciali settecenteschi e delle nuove idee e teorie economiche emergenti. I Johnstone appartenevano a quella nobiltà di second’ordine che aveva bisogno di fare soldi, per loro l’Impero non era solo motivo d’orgoglio ma anche risorsa economica. Gli scozzesi poveri emigrarono in America, ma quelli come i Johnstone, che provenivano da un ambiente più agiato, avrebbero potuto rappresentare dei potenziali piantagrane per la monarchia londinese, se non ci fosse stata una prospettiva di crescita nell’espansione d’oltremare. Per inseguirla dovettero diventare "globali", come si direbbe oggi. Solo una delle sorelle, Barbara, restò tutta la vita in Scozia. Margaret appoggiò l’insurrezione giacobita nel vano tentativo di restaurare gli Stuart e deporre i re di Hannover; arrestata e imprigionata, riuscì a evadere e visse esiliata in Francia. James e Alexander si arruolarono nell’esercito inglese. William studiò con Adam Smith con il quale aveva vissuto per quattro anni, sposò un’ereditiera e sedette in parlamento per trentasei anni, e quando morì era l’uomo più ricco della Scozia. George diventò ufficiale di marina e poi governatore della Florida Occidentale (una colonia inglese di scarsa importanza all’epoca). John e Patrick lavorarono per la Compagnia delle Indie orientali. I diversi membri della famiglia andarono in India, America, Francia, Penang e Grenada, nelle Indie occidentali. La loro era un’epoca davvero eccezionale, un periodo pressoché ininterrotto di guerre: la Rivoluzione americana, le guerre del 1756-1763 in India che portarono al crollo dell’Impero Moghul, la Rivoluzione francese e quella di Haiti (all’epoca Santo Domingo) del 1793. Sei fratelli presero parte alle guerre in India. Fra il 1768 e il 1805 c’era sempre almeno un membro della famiglia in parlamento, a volte anche tre. L’incarico parlamentare era uno strumento indispensabile per esercitare la propria influenza, procacciare favori, allargare il proprio campo d’azione.

Sparpagliati in giro per il mondo, i Johnstone si scrivevano di continuo offrendo a Emma Rothschild, che scoprì le loro lettere, l’opportunità unica di consegnarci una saga che si legge come un romanzo (seppur complesso, data la schiera di personaggi così numerosa da rischiare di perdere il filo), ma si fonda su una montagna di erudizione documentata da più di 150 pagine di note dettagliate, una miniera d’oro per gli storici che verranno. L’obiettivo dell’autrice era quello di tracciare una mappatura dell’Impero britannico nel Settecento, dal punto di vista di una grande famiglia, dei suoi domestici e dei suoi schiavi, e ci è riuscita egregiamente.

Una delle schiave, una donna di nome Bell o Belinda, portata dal Bengala, fu accusata di infanticidio, ma venne rilasciata per mancanza di prove e deportata in America dove fu venduta. Il denaro ricavato dalla vendita venne usato per pagarle il viaggio e risarcire il proprietario, John Johnstone. Fu l’ultima persona a essere considerata schiava nella Scozia di Adam Smith (che era contrario alla schiavitù) e David Hume (che credeva comunque che i neri fossero inferiori). Di fatto la questione del commercio degli schiavi divideva la stessa famiglia e tali divergenze rispecchiavano le vicissitudini della politica internazionale. Quando con il Trattato di Parigi del 1763, gli inglesi acquisirono Grenada (oltre al Canada, alla Florida e a molto altro), l’ufficiale dell’esercito Alexander Johnstone si comprò una piantagione con tanto di 178 schiavi – fra i quali anche bambini – ma fu lo stesso Alexander a lanciare una protesta contro il maltrattamento degli schiavi perpetuato dal governatore dell’isola. William, il più ricco di tutti i fratelli, era un acceso sostenitore della schiavitù. John Johnstone, che si era portato Bell o Belinda dal Bengala, era stato direttamente coinvolto nelle politiche della Compagnia delle Indie orientali in nome della quale bisognava negoziare con i governanti locali, che si trattasse dei nababbi musulmani o dei maharajah indù; questo comportava una prassi corrente di regalie, fino a quando nel 1765, Robert Clive, che governò il Bengala per la Compagnia delle Indie orientali, decise di mettervi fine ritenendola indegna per un suddito britannico. Durante questa "mani pulite" anglo-indiana, John venne accusato di estorsione e fu costretto a dimettersi. Rientrò in Gran Bretagna, ma da ricco.

L’Impero fu così anche un’impresa di famiglia, per quanto instabile fosse, non solo a livello di confini territoriali ma anche di quelli esistenti fra pubblico e privato, Stato e commercio. I Johnstone vissero questa nuova politica economica, non ancora industriale ma già "borghese", senza coglierne davvero pienamente la portata. Vissero in una condizione di aspettativa di felicità e guadagno, ma anche in uno stato di incertezza rispetto al futuro, ai disordini che potevano insorgere, alle sorti dell’Impero. In altre parole, i Johnstone erano moderni.

(Traduzione di Francesca Novajra)