Sergio Bocconi, Corriere della Sera 16/10/2011, 16 ottobre 2011
BPM, DECLINO DI UN MODELLO BANCARIO. FINISCE L’ERA DELLA POPOLARE «SINGLE»
Si prevede una mobilitazione record per l’ assemblea che il 22 ottobre segnerà comunque la svolta per la Banca Popolare di Milano. Ma in fondo di primati la Bpm ne ha già vinti almeno due in quest’ ultima «battaglia». Anzitutto: pur in una declinazione «cooperativistica», si avvera per la prima volta lo scenario-limite di una banca oggetto di due Opa (se così si possono chiamare gli interventi di Sator-Matteo Arpe e Investindustrial-Andrea Bonomi) di fronte alle quali si divide il «patto del sindacato», cioè i soci dipendenti riuniti nell’ Associazione amici Bpm che con il 3,5% del capitale ha finora controllato l’ istituto. Un quadro imprevedibile in una situazione Popolare e quindi di voto capitario, dove sono possibili solo Opa subordinate alla trasformazione in spa e sono virtualmente impossibili accordi di blocco.
In secondo luogo il previsto passaggio al modello dualistico, reso in queste ore da Bankitalia ancora più «severo» nel dare potere alla gestione e nel toglierlo ai soci-dipendenti-sindacati, rappresenta un passo obbligato ma controcorrente: la governance con doppio consiglio, abbandonata in più casi (da Mediobanca al Banco Popolare) si rivela ancora una volta (come nelle fusioni) un modello di scopo, funzionale in determinate occasioni. A parte poche eccezioni, mostra però con il tempo anche i limiti dell’ affollamento e di una faticosa manutenzione.
Un finale di partita del resto inimmaginabile solo qualche mese fa, quando Bankitalia ha avviato il pressing su ricapitalizzazione e governance subendo anche un alt dall’ assemblea governata dall’ Associazione sull’ aumento delle deleghe. Un’ ultima prova di forza del parlamentino sindacale che ha probabilmente messo a nudo che, con la sfida e la resistenza alla Vigilanza, per il «modello Bpm» il tramonto era ormai segnato. La difesa a oltranza (pur con qualche forzata attenuazione) delle prerogative e dei privilegi, ha costretto la Popolare fondata nel 1865 da Luigi Luzzati a un sempre più faticoso cammino stand alone che la rende incapace oggi di opporre difese adeguate agli stress-test dei costi (il cost-income supera il 73%) e del patrimonio.
Cammino peraltro molto lungo e segnato da battaglie, colpi di scena, ingressi e uscite che ha visto quasi sempre il nocciolo sindacale fare e disfare situazioni e vertici. Esercitando un’ influenza costante e di frequente contrassegnata da timori rivolti agli equilibri di potere interni. Come quando negli anni Cinquanta-Sessanta i presidenti Cesare Merzagora e Libero Lenti e il consigliere delegato Angelo Saraceno (fratello dell’ economista Pasquale) iniziano i tentativi di aggregazione (Popolare di Roma, Briantea, Banca agricola milanese) che non vanno a segno anche perché capaci di diluire la presa dei soci dipendenti. E che costeranno non poco ai loro promotori.
La storia della Bpm è in fondo contrassegnata da duelli sulla governance e da esplorazioni «matrimoniali» sfumate. Dopo la più che ventennale guida di Piero Schlesinger, saranno proprio i soci dipendenti a «liquidare» nel ’ 97 il successore Francesco Cesarini, nonostante avesse rimesso a posto i conti della banca: la sua «colpa» è stata il tentativo di mettere mano al governo societario. Stessa sorte tocca nel 2001 a Paolo Bassi che nel corso del suo mandato ha spinto per l’ apertura del board ai soci non dipendenti. Dopo di lui arriva Roberto Mazzotta, che cerca con più decisione la via delle nozze. L’ ex numero uno della Cariplo prova a unire Bpm con la Popolare di Lodi, quindi con la Bper ma l’ operazione viene fermata nel consiglio decisivo. E anche con l’ aiuto di advisor esplora altre strade (Unipol, Montepaschi, Interbanca, Crédit Mutuel), ma niente da fare. Il progetto Superpopolare tramonta. E insieme tramonta anche la presidenza Mazzotta, che nell’ aprile di due anni fa viene abbandonato dai soci dipendenti a favore di Massimo Ponzellini. Che ora lascia.
Chi vincerà la sfida il 22 ottobre? Difficile dirlo. Più facile è un pronostico che guarda in là: per la Bpm la svolta significherà probabilmente anche l’ abbandono della «singletudine», costata così cara alla Popolare dei milanesi.
Sergio Bocconi