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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

«SONO NOBILE MA NON HO AMBROGIO VIAGGIO SOLO CON LO SCOOTER»


Scusi, siamo sicuri che lei sia proprio la signora in giallo dello spot Ferrero Rocher?

«Lee Skelton, piacere. Come mai tanti dubbi?».

Beh, dalla Rolls Royce allo scooter...

«Ahahaha! Il motorino è la mia salvezza, senza non riuscirei a girare per Roma».

Basterebbe un autista come Ambrogio...

«È sempre stato il mio sogno, sa? Al di là della pubblicità, però, non ho mai avuto nessuno che mi portasse in giro. Anche se nobile lo sono stata per davvero».

Poi approfondiamo. Restiamo al presente: lo scooter al posto della Rolls Royce e un maglioncino bianco senza niente di giallo.

«No, guardi, c’è una sfumatura sul foulard. In verità il giallo è un colore che non ho mai portato prima della pubblicità. Figuriamoci dopo... ».

Già, nel frattempo sono passati molti anni e di lei ormai non si sa più nulla. Dove vive, che fa... È stato difficilissimo anche rintracciarla.

«Nel periodo dello spot non potevo più muovermi, venivo fermata anche al supermercato. Ho deciso di farmi da parte, un po’per timidezza e un po’ perché non ho mai voluto capitalizzare quel personaggio. Così, una volta smesso di fare l’attrice, ho difeso la mia privacy».

Facciamo un piccolo aggiornamento, allora. Di cosa si occupa?

«Da settembre sono presidente dell’Awar, Associazione donne americane a Roma. Organizzo galà e incontri per raccogliere soldi da dare in beneficenza ai bisognosi qui in città».

È la sua attività principale?

«No. Il mio lavoro è fare la musa ispiratrice del vino».

Buona questa. E cioè?

«Lo scorso anno mi sono sposata per la seconda volta, dopo 10 anni di fidanzamento. Mio marito è Guido Venturini, proprietario della Tenuta Castelnuovo Tancredi (http://www.castelnuovotancredi.it/) a Buonconvento, provincia di Siena. Sono sommelier e seguo il lavoro dell’enologo. Produciamo vino di nicchia, 30 mila bottiglie. Bianco e rosso. In più gestisco il casale della tenuta e l’affitto delle camere. Vivo un po’ a Roma e un po’in Toscana».

Figli?

«Due dal precedente matrimonio. Dal 1985 al 2000 sono stata sposata con Lorenzo, un principe romano».

Urca, famiglia nobile per davvero?

«Ho fatto la vita della principessa per 15 anni. Gregorio ha 23 anni e studia biologia a Bologna. Lavinia ha 19 anni, vive con me e studia comunicazione».

Lee, lei è in grandissima forma. La gente la riconosce ancora?

«Capita che qualcuno mi fissi. Come per dire: ci siamo già visti? Se c’è il tempo per chiacchierare, poi, scatta la domanda tipica. Che è sempre la stessa».

Quale?

«“Che fine ha fatto Ambrogio?”».

Appunto, che fine ha fatto?

«Non so, non lo vedo da quando abbiamo terminato di girare lo spot. Tempo fa».

A proposito di tempo, torniamo indietro. Alla piccola Lee.

«Il nome vero è Beverly. Nasco il 23 gennaio 1958 a Berkeley Heights, cittadina di 20 mila abitanti nel New Jersey. Prima di tre figli, siamo una famiglia benestante: papà è ingegnere, mamma casalinga».

La perfetta famiglia da sogno americano.

«Tutto come nei film. Autobus giallo, cassetta delle lettere, gente in giro in bicicletta, villette. Anni bellissimi. Non come ora...».

In che senso?

«Là non ci torno più, è deprimente. Gli abitanti sono quasi tutti cinesi, è tutto diverso».

Torniamo al tempo delle scuole.

«Sono una brava studentessa, già con il pallino della modella. Ma sono timida e mi vedo brutta. E in effetti sono un po’ sfigata».

Perché?

«Non faccio parte delle ragazze pon pon perché non ho il fisico: sono alta 1.79, troppo. E non sono formosa. Non faccio musica. Non sono una cervellona. Insomma, non sono una ragazza popolare e conosciuta all’interno della scuola. E non ho nessun fidanzato».

Quando il cambiamento?

«A 20 anni prendo sicurezza e decido di provare a fare davvero la modella, vado a New York e cerco lavoro. Finché conosco un agente francese che mi propone di diventare indossatrice. Nel 1981 mi porta in Europa, sfilo per Armani a Milano e Lancetti a Roma. A Parigi, poi, conosco Givenchy, il sarto di alta moda più importante dell’ambiente che mi vede come la sua Ava Gardner. Ma mi obbliga a non mangiare perché ho tre centimetri di troppo sui fianchi. La regola è che non deve essere la donna a portare il vestito, ma il vestito a portare la donna».

Ricorda le sue misure?

«Solo il 93 di fianchi, un incubo: loro avrebbero voluto un 90. La sera giro per Parigi tra banconi di pesce e ostriche, senza poterle mangiare: per me, buongustaia, è una sofferenza terribile. E inutile, perché è una questione di ossa quindi è impossibile dimagrire!».

Il mondo della moda è difficile. E pericoloso.

«Figuriamoci per una ragazza country appena arrivata in Europa, ingenua e timida come me. L’impatto è difficile, gira molta cocaina. Sono gli anni di Terry Broome a Milano, la ricorda?».

Certo, la modella americana che il 26 giugno 1984 uccise – con cinque colpi di pistola – il playboy Francesco D’Alessio.

«In quel periodo è quasi impossibile dire di no alla droga. E chi si rifiuta di frequentare certi giri non va avanti e non diventa top».

Modelle famose con cui ha lavorato?

«Clarissa Burt, nata nel paese confinante al mio. Ci siamo conosciute qui in Italia e ora è una delle mie più grandi amiche. Vive in Arizona».

Lee, torniamo a lei. Quando l’incontro con il suo primo marito?

«Nel 1982 sono a New York e un’amica mi chiede un piacere: “Lee, viene a trovarmi un italiano che ho conosciuto qualche tempo fa. Ora però sono fidanzata, ci esci tu stasera?”. Sì, insomma, me lo scarica. Dico di no. Insiste. Accetto».

E vi innamorate.

«Macché. Sto sulle mie, ma non so ancora che a un italiano più dici di no e più è sì...».

Corteggiamento insistente?

«Terribilmente insistente. Tanto che mi convince, cedo e nel 1985 ci sposiamo».

Lee Skelton entra a far parte di una famiglia nobile romana. Diventa principessa?

«No. Il mio titolo nobiliare era “Donna Lee dei Principi”».

Scusi, perché usa l’imperfetto? Non lo è più?

«Nel 2000, tra gli accordi per il divorzio, c’era anche la restituzione del titolo. Mi è stato revocato, ma gli amici continuano a chiamarmi Donna Lee».

Lee, restiamo agli anni Ottanta. Impatto con l’ambiente aristocratico?

«Qualche difficoltà iniziale a imparare il galateo a tavola, ma nessun problema. Si ricordi che sono un po’attrice...».

Lei ha vissuto e frequentato gli ambienti più raffinati. Casa sua era una reggia?

«Ma no! Gli amici ci chiamavano i principi della soffitta. Avevamo ristrutturato una mansarda che anticamente era la lavanderia, 120 metri quadrati, e vivevamo lì. Meravigliosa».

Lee, sia sincera. Ha mai avuto un Ambrogio nei 15 anni da principessa?

«No, purtroppo no».

Quando invece l’incontro con l’Ambrogio vero (Paul Williamson), quello dei Ferrero Rocher?

«A fine anni ’80 le sfilate sono sempre meno, soprattutto a Roma. Cerco lavori alternativi e interpreto spot tipo quello della Neutro Roberts e della Johnnie Walker. Mi dicono che per una pubblicità del cioccolato c’è bisogno di una donna, sono gli anni della telenovela Dynasty e la vogliono che assomigli a Joan Collins».

Si presenta ai provini.

«Mi scelgono, faccio un secondo provino e c’è da decidere l’abbigliamento. Tentiamo con un vestito color lilla, ma non funziona. Poi indosso il giallo ed è la scelta definitiva».

Dove registrate?

«A Milano. Mi presentano Ambrogio, attore di teatro londinese che ha 65 anni e lo vedo anziano. Simpaticissimo. Ci fanno salire su una Rolls Royce e ci danno il copione».

Il testo lo ricorda ancora a memoria? Proviamo?

«Ambrogio».

“Signora”.

«Avverto un leggero languorino».

“Ci fermiamo a prendere qualcosa?”

«Mmmmm. Non saprei che cosa Ambrogio. La mia non è proprio fame. È piùùùù voglia di qualcosa di buono».

“Capisco signora”.

«Dovremmo tenere in auto qualcuno di quei Ferrero Rocher».

“Mi ero permesso di pensarci”.

«Bravo Ambrogio, pensi proprio a tutto!».

Complimenti. Lo spot fa subito il boom perché è raffinato, ma dal facile doppio senso. Sa che in rete è stato rifatto in tutti i modi hard possibili? La infastidisce?

«No, mi diverte. È la dimostrazione che quella pubblicità piaceva».

Quanti spot avete girato?

«Quello in auto. Uno ad un’asta. Uno in treno. Uno in una serra. Uno a Budapest e l’ultimo durante un ritratto».

Quanto tempo è stata “signora in giallo”?

«Dal 1990 al 1998».

Ha guadagnato molto?

«Non abbastanza».

Perché ha smesso?

«Ad un certo punto decidono di puntare su Richard Gere dandogli un sacco di soldi, tengono Ambrogio e fanno fuori me. Ma sarà un mezzo flop. E io mi ritiro per fare la mamma a tempo pieno».

Lee, ultime domande veloci. 1) Una pubblicità che le piacerebbe interpretare?

«Quella della “Lavazza”».

2) Musica preferita?

«Ascolto tutto, da “Biondi” ai “Dire Straits”».

3) Un film nel quale le piacerebbe vivere una settimana? «“Vacanze romane”».

4) È golosa?

«Non particolarmente. Nella vita non ho languorini da dolce...».

5) Rapporto con la religione?

«Sono presbiteriana».

Ultima. Ha paura della morte?

«Un po’ sì. Sono claustrofobica, mi spaventa l’idea di essere rinchiusa in una cassa da morto».

Ultimissima. Ha un sogno?

«Andare in India. Prima o poi parto, vedrete. E senza bisogno che ci sia un Ambrogio a portarmi...».

Alessandro Dell’Orto