Francesco Bertolini, Libero 16/10/2011, 16 ottobre 2011
VIAGGIO AL TERMINE DELLԁFRICA DOVE I TOPI FANNO GLI SMINATORI Π
Sono le 7 del mattino, fa freddo e allԯrizzonte del binario che corre lungo queste poche capanne si vede una scritta, Mapai, un puntino sulla mappa del Mozambico. La fila si allunga al Ponto de Encontro, unico luogo dove possibile una sosta nella traversata dal Mozambico meridionale al Sudafrica attraverso una pista sterrata che farebbe invidia alla Dakar dei vecchi tempi.
La gente in fila al posto di telefono pubblico, il solo contatto con il mondo esterno nellԡrco di centinaia di chilometri. Qui infatti non funzionano i cellulari, siamo nel bel mezzo del niente, vicini al fiume Limpopo con i suoi coccodrilli e ippopotami, e lontani da Maputo e dal confine sudafricano. Ci sono pochi letti al punto di incontro, spartani ma dignitosi. Non cՏ acqua, i bagni sono un buco nero in una capanna,come in tutta lԁfrica rurale.
Al mattino fa freddo; in questo inverno australe le donne sono imbacuccate in attesa del loro turno, per chiamare un figlio, una sorella, un cugino che andato via, a Maputo, in altre localit sulla costa a elemosinare un lavoro con i turisti che cercano nuove spiagge immacolate, o in un ristorante mozambicano in Sudafrica. In un angolo una donna prepara la colazione, friggendo patate, ingrediente sempre presente, dal mattino alla sera, quando si accompagnano, nelle grandi occasioni, a una cena a base di gazzella. Anche lei bardata come se fosse in alta montagna, l da sempre, nata e cresciuta in questo villaggio, dove Orlando, qualche anno fa, ha organizzato questa specie di bed and breakfast allԡfricana per i pochi avventurieri che seguono questa rotta nel tragitto verso il Sudafrica. Si spendono 120 meticals per dormire, circa 3 euro, una cifra importante per un paese dove il reddito medio di 320 dollari lԡnno, ma priva di senso se contestualizzata in quella realt, dove la popolazione vive di sussistenza e non si sogna nemmeno di ci che esiste oltre quei confini.
VILANKULO E MAPUTO
Al punto di incontro ci si arriva dopo una lunga traversata che parte da Vilankulo, di fronte allԡrcipelago di Bazaruto, paradiso naturalistico protetto e a numero chiuso che vuole essere una cartolina al mondo del nuovo Mozambico. Tra Vilankulo e lԩsola di Benguera si estende un vasto banco di sabbia bianca, visibile solo con la bassa marea, che le tradizioni locali chiamano lԩsola dei ladri, perch qui venivano portati i malcapitati fuorilegge, che venivano lasciati annegare quando saliva la marea. Vilankulo un grosso villaggio, che deve il suo nome a un vecchio capo tribale Gamala Vilankulo Mukoke. Molti residenti si chiamano Vilankulo di cognome, a rivendicare la discendenza dal vecchio capo. Chiss se si chiama Vilankulo anche quel ragazzotto che mi vende delle funi, necessarie per eventuali insabbiamenti durante la traversata? Dopo una lunga trattativa riesco a comprarle, e mi avvio verso la macchina, ma non passano che pochi minuti che un uomo sulla quarantina, et non comune in Mozambico, dove si immersi in un oceano di bambini e ragazzi (lԡspettativa di vita infatti di 41 anni), mi chiede di restituire le funi appena acquistate.
Chiede in modo veemente al gruppo di giovanotti di rendere il denaro, questi, dopo una lunga discussione che rischia di trasformarsi in violenza, se ne vanno, dileguandosi a gambe levate attraverso le stradine del mercato con, strette tra le mani, le banconote. Non erano loro i proprietari delle funi, mi avevano venduto merce di una povera donna che si era allontanata un attimo dalla sua postazione, e come in un film di Tot allԡfricana, si erano improvvisati venditori al suo posto; la truffa mi costa pochi euro, ma per pochi euro, qui, possono esplodere allԩmprovviso vecchi e nuovi rancori che si trasformano rapidamente in tragedia.
Sono infatti molti i rancori che seguono una guerra civile, guerra che insanguin il Paese dal 1977 al 1992. La guerra venne combattuta da due movimenti contrapposti: il Frelimo (Frente de Libertaao de Moambique) di ispirazione marxista-leninista fondato nel 1962, con lԯbiettivo di contrapporsi allԡmministrazione coloniale portoghese ed ottenere lԩndipendenza, poi ottenuta nel 1975 e la Renamo (Resistencia National Moambicana) di matrice anticomunista, appoggiata dal Sudafrica, che vedeva nellԩnstaurazione di un regime comunista una minaccia al suo modello sociale centrato sulla segregazione razziale.
Il Mozambico ancora un Paese ferito, uno dei pi poveri al mondo, e le ferite della guerra sono pi evidenti nelle citt, a cominciare dalla capitale Maputo, dove il degrado ovunque, in uno scenario di brutti palazzoni di ispirazione sovietica, la stragrande maggioranza dei quali ormai fatiscente. Non cՏ quel fascino decadente delle vecchie capitali coloniali, i rifiuti ovunque, le strade dissestate e i marciapiedi divelti hanno abbruttito Maputo, e non si vedono segnali di inversione di tendenza. Valerio per ama questa citt, la sua speranza nel futuro, vuole organizzare una scuola di moda ed buffo quando mima a delle ragazzine il portamento che devono tenere sul lungomare di Maputo. Qualunque cosa tu abbia bisogno, ci penso io, mi dice Valerio, come qualunque buon faccendiere di qualunque angolo di mondo. Fortunatamente non ho bisogno di Valerio, il brutto Hotel Mozambicano pi che sufficiente per la notte; di fronte grossi topi e strani personaggi con fucile a pompa a tracolla ti fanno capire che Maputo non un luogo ideale per una passeggiata notturna, allԩnterno giovani e grasse ragazzotte aspettano clienti e quando vedono un bianco sembra si accendano come se avessero trovato un codice segreto universale per il bancomat.
矢rutta Maputo, secondo le nostre convenzioni, ma per molti di coloro che qui vi arrivano dalle campagne rappresenta il punto di arrivo, la citt con il suo traffico e la zona dei ricchi. Per molti sembra di piombare improvvisamente in un sogno, che nella stragrande maggioranza dei casi svanisce molto rapidamente, spingendo questi giovani, arrivati qui con grandi speranze e illusioni, ai margini della citt, in squallide baracche di lamiera, molto pi inospitali delle capanne dei loro villaggi dԯrigine. Eppure, da qualche decennio la spinta a fuggire dai propri luoghi di origine si incredibilmente accelerata, creando megalopoli sempre pi impossibili da gestire e in cui la vita un inferno; la popolazione urbana continua a crescere a scapito di quella rurale, soprattutto nei Paesi sottosviluppati, dove la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai Paesi sviluppati. E cos anche a Maputo, fondata all’inizio del XVIII secolo, quando fu chiamata Loureno Marques, dal nome del commerciante portoghese che esplor la baia nel 1544, per cambiare poi il nome in Maputo dopo l’indipendenza. Lԩnfluenza portoghese si sente ormai poco in questa citt; la guerra civile ha distrutto tutto, anche le radici coloniali.
Il palazzo del governo e la brutta cattedrale moderna confermano questa sensazione; lԩnfluenza europea distante anni luce, solo alcuni ragazzi che cantano durante la messa ci ricordano lԩnfluenza cattolica dei colonizzatori, coniugata con lԡncestrale senso per la musica e per il ritmo degli africani. Il ritmo si ritrova lasciando Maputo, impresa ardua in un traffico infernale che attraversa un infinito mercato dove, come nelle nostre vecchie citt rinascimentali, quando cԥrano la via dei falegnami, la via dei fabbri e cos via, interi tratti di strada con tronchi e tavole di legno si alternano a tratti dove si vende di tutto, da ricambi di automobili a ciabatte mischiate a pannelli fotovoltaici. Appena si esce da Maputo il paesaggio umano comincia a diluirsi, fino a cambiare decisamente quando si abbandona la strada nazionale, arteria vitale del Paese. E il paesaggio umano e naturale ancora diverso nei villaggi che si incontrano dal Punto di incontro al confine sudafricano, in un tratto caratterizzato da baobab giganti che lasciano il posto a paesaggi spettrali dove a volte intravedi uno sciacallo alla ricerca di cibo. CՏ un ponte di legno sommerso da attraversare, immersi per un metro nelle acque minacciose del fiume Limpopo, per continuare la traversata verso il confine.
DUE PASSI ALLԉNFERNO
Guadato il fiume si entra in una zona del Paese con pochissime persone, in paesaggi spesso danteschi, e non conforta sapere che nel paese sono ancora presenti un numero incalcolato di mine, e la bonifica ancora lontana dallԥssere terminata.
Per accelerarla si stanno impiegando ratti giganti appositamente addestrati, che riescono a coprire aree di grandi estensioni in breve tempo. I poveri roditori non hanno grandi esigenze, individuano le mine con il loro fiuto e sono abbastanza leggeri da non innescare i dispositivi esplosivi. Mine e ratti sminatori, sar forse anche per questo che le poche persone che si incontrano non sembrano appartenere a quello stereotipo tipicamente occidentale dei Ѱoveri sorridentiѮ I bambini non hanno la divisa da scuola, come quelli, migliaia, che si incrociano sulla strada nacional, in cammino nei loro viaggi verso casa, kilometri che devono compiere ogni giorno. Qui ti guardano con occhi preoccupati, come se avessero gi perso lԩnnocenza e la speranza nel futuro; temono lo straniero, vengono da periodi in cui non ci si poteva fidare di nessuno, e questa paura si riflette nei loro sguardi poco inclini a fare lԯcchio Ѥa fotografiaѬ cos squallido e triste se inserito nellԡrroganza delle richieste degli occidentali che vanno a fare un bagno nella povert di una settimana, solo per il gusto di poterlo poi raccontare nelle loro chiacchiere da salotto.
In questa parte del Mozambico non vogliono insaponare i bagni di povert degli stranieri; si deve fare il conto con la realt, ruvida e antipatica, ma dignitosa, di questa gente, che non vuole apparire come un trofeo nel safari fotografico di chi attraversa quei posti. Bisogna conquistarselo il trofeo, come se fosse un leopardo da seguire, ascoltare e annusare per giorni prima di poterlo immortalare con uno scatto, cos con i figli della guerra del Mozambico, orgogliosi e fieri, anche della loro dignitosa povert.
Per loro il Punto di incontro, con le sue patate fritte a colazione, un punto di arrivo.
Francesco Bertolini