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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

MIRACOLO ITALIANO. SENZA L’AIUTO DELLA POLITICA


Il dato secco fa gioire: nel secondo trimestre 2011 l’export italiano è cresciuto del 28,8 per cento rispetto allo scorso anno. La Germania 25,6%; la Francia 22,2; la Cina 22,1; gli Stati Uniti 17,7 e il Giappone 3,6 (performance di gran fattura se si considera lo scenario di partenza, cioè il devastante terremoto di un anno fa). Insomma lo stato di salute delle aziende italiane è assolutamente positivo: i fondamentali dell’imprenditoria italiana sono solidi e tuttora validi nel mercato globale.
Ora provate a pensare cosa sarebbe l’imprenditoria italiana se avesse una politica che, invece di perdersi in chiacchiere e di tirare a campare, s’affiancasse agli imprenditori e ai lavoratori e rendesse la corsa delle aziende libera da zavorre. La rabbia di chi sta dalla mattina alla sera tra i macchinari, sui prodotti, nei laboratori è proprio la rabbia di chi vede come girano le cose dalle altre parti del mondo e sa che il know-how misto al genio italiano sarebbe da primato mondiale se solo potessero esprimersi al meglio. Invece così non è.
La politica si è fatta la guerra lasciando sul campo degli interventi normativi (chiamarle riforme mi sembra improprio: di questo termine abbiamo abusato fino a impoverirlo del tutto di significato) buoni ma per il solo fatto di avere una data paternità venivano cancellati, come a voler prendere lo scalpo all’avversario. In questa guerra tra schieramenti ne hanno fatto le spese un po’ tutti, le aziende un po’ di più. Le due crisi del Duemila, quella dopo l’undici settembre e quella finanziaria, potevano costituire il presupposto per un’azione di sistema, un’azione concertata. Invece la smania di metterci l’etichetta ha fatto perdere di vista il bene generale.
Non è una questione di nomi ma davvero si può pensare che alle aziende italiane, quelle che dati alla mano abbiamo visto convincere i mercati esteri coi loro prodotti, possano servire ministri e sottosegretari dedicati alla crescita economica come quelli che figurano in questo governo? Quanto ci vuole per partorire un piano sviluppo degno di tal nome e che non sia un vestito da arlecchino? La triste realtà è che il passo veloce degli imprenditori non incrocerà mai in nessuna parte e in nessun luogo il passo lento di governo e parlamento. Se i capi azienda avessero pensato e agito con la testa della politica, col piffero che le esportazioni sarebbero cresciute quasi del 30 per cento.
La verità amara è che le aziende con la testa proiettata ai mercati esteri più che a quelli italiani se ne fregano bellamente della politica e del suo misero teatrino. Certo, sono arrabbiate e deluse per la chance che la seconda Repubblica, col suo carico di promesse, aveva generato invano. In quel 30 per cento scarso di crescita non c’è alcun contributo della politica; la politica avrebbe potuto rafforzare la percentuale se avesse ammodernato lo Stato. Invece nessuna norma di fiscalità o di politica del lavoro hanno davvero inciso nei meccanismi delle imprese. Il successo delle imprese all’estero è il successo di chi ha studiato prodotti nuovi – districandosi tra burocrazia e costo del lavoro – di chi ha macinato chilometri di strada e ore di incontri per convincere gli investitori.
Dentro quel 30 per cento c’è la bellezza del fare impresa. Non c’è la bellezza della finanza né della politica. Spiace dirlo perché noi siamo ancora convinti che la politica e la finanza abbiano una funzione precisa. Non la stanno svolgendo. Forse anche perché molti loro interpreti non sono adeguati. Del resto se lo fossero stati, la lettera della Bce non sarebbe arrivata perché non ve n’era bisogno.
La crisi è mondiale, sentiamo dire. E chi lo mette in dubbio? Ma se l’export italiano cresce significa che gli asset italiani sono robusti, sono solidi. Avrebbero bisogno di levarsi quella zavorra che uno Stato anti-moderno qual è il nostro rende di anno in anno sempre più forte.
Un’ultima osservazione. Dentro la crescita delle esportazioni c’è il successo della fabbrica, dell’azienda, del prodotto. Spesso della manualità, quella manualità che scuola, famiglia e innamoramento folle per la finanza hanno sempre snobbato perché stabilimento significa manualità, lavoro, fatica, sacrificio. Mi è capitato di conoscere imprenditori che fatturano quasi tutto su mercati esteri: sapeste che fatica fanno a trovare personale specializzato, con la stessa voglia di lavorare di quei cumenda che valigietta in mano girano per il mondo...

Gianluigi Paragone