Paolo Bianchi, Libero 14/10/2011, 14 ottobre 2011
CHIEDONO AIUTI ALLO STATO POI RIFIUTANO I BESTSELLER
Solo un giornale sfascista come la Repubblica, che vede disastri ovunque, poteva aggrapparsi alle dichiarazioni rese dal presidente dell’Associazione Editori Italiani (Aie) Marco Polillo mercoledì alla Fiera di Francoforte per sostenere che se c’è preoccupazione per l’andamento del mercato librario nel 2011 la colpa è di un governo di centrodestra che non sostiene l’editoria. Primo: Polillo ha parlato più genericamente di un «disinteresse dei politici» per le fiere del libro.
È vero, ma è un disinteresse trasversale. La classe politica italiana non brilla per attaccamento alla cultura, solo per attaccamento alla poltrona. Secondo: non è vero che le librerie sono vuote (di clienti). Il 2011 non è ancora chiuso e parlare del «crollo di agosto» come se si fossero polverizzati i listini di Wall Street è semplicemente ridicolo. Finora, nel resto dell’anno, il comparto ha tenuto, con momenti di ripresa. Terzo: è vero che l’editoria non è assistita e che lo Stato «non dà un euro di aiuto», ma non si vede perché dovrebbe. Gli editori sono, a tutti gli effetti, imprenditori e le loro società sono soggette al rischio d’impresa, come accade per tutti coloro che lavorano in proprio, dalla Luxottica alla Pizzeria Marechiaro.
Rischio d’impresa
Con una differenza, che Marco Polillo conosce bene e che difficilmente smentirà: l’editoria libraria è, nella maggior parte dei casi, un’attività a basso margine di profitto. Addirittura di segno negativo. Lo è per sua natura. Ci sono, intanto, editori grossi (cinque o sei) e editori piccoli (svariate migliaia). La differenza tra i primi e i secondi è che i primi hanno i soldi e i secondi no. Quelli che hanno i soldi possono reinvestire continuamente non solo nel catalogo, ma nella pubblicità, nel marketing, nella distribuzione, nella promozione. Gli altri devono arrangiarsi. Un modo c’è.
In un bell’intervento di Sandro Ferri, delle edizioni e/o, editore piccolo ma resistente da molti anni e autorevole, apparso qualche settimana fa sul quotidiano on line Affaritaliani.it e circolato in rete, sono illustrati alcuni principi di base. Ferri la mette un po’ sul tecnico, noi cerchiamo di semplificare. Se il prezzo di copertina di un libro è 100, il costo medio di produzione di quel libro è 114. Ohibò. Vuol dire che su ogni copia l’editore perde il 14 per cento. Non solo non guadagna, ma paga per produrre libri.
Questo avviene perché i costi sono all’incirca così ripartiti: distribuzione: 60%, diritto d’autore: 10%, traduzione: 8,33%, costo fisico: 8,33%, spese fisse: 14-28%. Il totale va da circa il 100% (nella migliore delle ipotesi) al 114,66%, appunto. Un paradosso economico. I costi di distribuzione sono micidiali perché comprendono la promozione, ovvero i rappresentanti che vanno nelle librerie a presentare le novità librarie (si chiama anche “re - te vendita”); la distribuzione (trasporti, magazzini dislocati in vari punti del Paese, incasso dei pagamenti); le librerie vere e proprie (o comunque i punti vendita, i cui immobili hanno un costo, basti pensare per esempio all’affitto).
Ovviamente che il totale sia superiore al 100% significa che l’editore o dovrà tagliare su qualche voce di spesa o dovrà vendere più copie del libro modificando automaticamente le percentuali in questione. In genere, quello che succede nella realtà di tutti gli editori è che la maggior parte dei libri che pubblicano perde denaro, mentre pochi titoli guadagnano e compensano le perdite degli altri.
Scovare il “caso”
E qui sta il busillis. Detto in parole povere, ogni tanto l’editore deve beccare il bestseller, il libro che, da solo, compensa le perdite di tutti gli altri e permette addirittura di raggiungere un margine di profitto. Per arrivarci, conta la fortuna, ma non solo. Un lavoro serio, fatto da gente che conosce il mestiere, porta inevitabilmente alla scoperta di qualche perla, di alto valore artistico, o commerciale, o tutt’e due. C’è poco da far gli schizzinosi però.
Se davvero Alessandro Dalai non ha rinnovato a Susanna Tamaro i diritti di Va’ dove ti porta il cuore, come l’autrice ha dichiarato, per la scelta di «non pubblicare più un autore fascista e integralista cattolico come me» (sono parole della stessa Tamaro), be’, allora Dalai avrebbe fatto male i suoi conti. Non c’è editore che possa sottrarsi a compromessi ideologici. Quelli che lo hanno fatto sono tutti falliti o hanno rischiato di farlo, come è accaduto all’Einaudi, acquistata in extremis dal Cavaliere (sì, proprio lui, il distruttore della cultura) e che oggi sopravvive mantenendo tra l’altro la sua forte connotazione ideologica di sinistra.
Grandi esempi
Ma prendiamo l’esempio di Giunti. Un gruppo editoriale attualmente fra i primi per fatturato. Negli anni Novanta Sergio Giunti, con una scelta antisnobistica e rivelatasi vincente, ha aperto la sua storica casa editrice fiorentina alla manualistica. Ha accettato di pubblicare, insomma, un po’ di tutto, anche libri che facevano storcere il naso agli altolocati intellettuali da salotto buono, pur di raggiungere un pubblico popolare, quasi di massa, che gli ha garantito non solo la sopravvivenza, ma anche ulteriore autonomia decisionale. Livio Garzanti inventò le Garzantine, perciò poteva pubblicare Carlo Emilio Gadda senza andare in malora.
Non che valga muoversi a casaccio, come fanno certi manager prestati all’editoria, che trattano i libri come fossero cosmetici o bibite gassate. Libri se ne potrebbero fare anche meno, evitando il conformismo e la cieca sudditanza alla moda del momento, dai vampiri alla cucina facile. La sopravvivenza è più questione d’intuito e di lavoro che di aiuti pubblici.
Paolo Bianchi