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 2011  ottobre 14 Venerdì calendario

NELL’ARCHIVIO DEI CARABINIERI LA CARTA CHE POTEVA SALVARE TOBAGI


C’è ancora un documento da ripescare per far piena luce, a oltre 31 anni di distanza, sulla morte di Walter Tobagi, assassinato il 28 maggio 1980 dai terroristi rossi della Brigata XXVIII marzo. Lo nomina il gip di Cremona Guido Salvini, già giudice istruttore di diversi processi per terrorismo a Milano, e che da tempo insegue la verità sul caso.
Ha scelto il convegno dell’Associazione nazionale archivistica italiana, a Milano due giorni fa, alla presenza dell’orfana del giornalista del Corriere della Sera, Benedetta Tobagi, per rompere il tabù sugli «archivi irraggiungibili». Ha già individuato con precisione quel che sta cercando.
Sarebbe la prova definitiva che il commando guidato da Marco Barbone poteva essere fermato prima di compiere l’attentato a Tobagi. Non solo perché, come è emerso dalle indagini, Barbone era già seguito e sorvegliato, ma anche perché la vittima avrebbe potuto essere avvertita, considerando che, come ha ricostruito Salvini, «anni dopo un brigadiere dell’antiterrorismo ha parlato di informative che aveva fatto mesi prima dell’omicidio che avrebbero potuto mettere in allerta diciamo carabinieri e magistratura. Si era indicato, grazie a un suo contatto con un confidente, che Tobagi, già oggetto di un precedente progetto di sequestro, era ritornato nel mirino».
Si tratta di un’informativa del gennaio 1980, redatta dall’allora sottufficiale dei carabinieri Dario Covolo, che tuttavia il generale Alessandro Ruffino, a quei tempi capo dell’antiterrorismo, nega di aver mai ricevuto. All’interno, lo scriveva lo stesso Salvini sul quotidiano Il Riformista il 28 novembre dello scorso anno, «il carabiniere rievoca di aver a lungo e con successo coltivato una fonte all’interno dei gruppi terroristi, il postino Rocco Ricciardi di Varese, che aveva fornito molte informazioni, consentito di procedere a parecchi arresti e infine nel dicembre 1979, sei mesi prima aveva riferito che un gruppo derivante dalle Formazioni Comuniste Combattenti, in cui probabilmente era coinvolto Barbone, stava riprendendo il vecchio progetto di quella formazione di colpire Tobagi».
Se n’era già scritto e discusso in Parlamento, oltre che durante un processo per diffamazione intentato ai giornalisti Renzo Magosso e Umberto Brindani, rispettivamente inviato e direttore di Gente, il settimanale che per primo nel 2004 rivelò l’esistenza dell’informativa. Ora tuttavia il processo, sebbene concluso con la condanna degli imputati confermata in Cassazione nel novembre 2010, potrebbe essere riaperto, se l’altro ieri Salvini è giunto ad affermare che si tratta di «una condanna che forse va un pochino contro l’informazione e che ritengo abbastanza ingiusta», in quanto «io posso dire per certo che quei fascicoli che possono provare con tante relazioni che quel brigadiere diceva il vero e che forse i giornalisti ponevano quindi sul campo qualcosa di utile da approfondire esistono, sono nei comandi dei carabinieri e forse è il caso oggi di cercarli».
L’esperienza di Salvini, già consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’occultamento dei fascicoli relativi a stragi nazifasciste e in seguito consulente della Commissione Antimafia, si è scontrata con l’incredulità di Benedetta Tobagi, convinta che i processi abbiano già scavato a sufficienza nella morte del padre, anche se ha invitato Salvini a «muoversi» e a «segnalare dove sono» i fascicoli.
Il giudice, in realtà, pur nella consapevolezza che «quella famosa informativa da sola magari non bastava», si è spinto oltre, perché si dice in grado di «affermare per certo, e lo dico dopo la chiusura dei processi, che fa parte di un grosso faldone con decine di informative che tutti abbiamo interesse a leggere e che non sono mai state acquisite. Il faldone non è mai stato acquisito ed è ancora presso il comando dei carabinieri». Il suo intento, ha dichiarato, è uno solo. Visto che «si è parlato di mandanti, di P2, addirittura di giornalisti comunisti che avevano in odio Tobagi e avevano in qualche modo ispirato gli assassini» e siccome «è una vicenda su cui non si finisce di parlare, io credo che le ombre vadano diradate, nell’interesse di tutti: è bene che si sappia veramente quello che c’è stato e quello che non c’è stato».

Andrea Morigi