Paolo Biondani, L’espresso n.42 20/10/2011, 20 ottobre 2011
CI GIOCHIAMO 72 MILIARDI
Fino a pochi anni fa il gioco d’azzardo era confinato in una nicchia ai margini della legge. Oggi l’Italia assomiglia a una gigantesca bisca di Stato. Solo negli ultimi dieci anni, tra lotterie, new slot, jackpot e scommesse di ogni tipo, ci siamo giocati più di 400 miliardi di euro. Una cifra pazzesca: più di un quinto di tutta la montagna di debito pubblico accumulato dall’Italia in 150 anni di storia. E mentre la recessione sconvolge l’economia mondiale, il business del gioco legale non conosce crisi, anzi è in continua crescita: nel 2011 le puntate degli italiani sono arrivate a superare la quota record di 6 mila milioni al mese e l’anno si dovrebbe chiudere con un totale di oltre 72 miliardi. Il poker cash, che è solo l’ultima trovata on line, è fresco di legalizzazione, eppure già raccoglie poco meno di un miliardo al mese. Un mercato spaventosamente liquido, diviso tra pochi grandissimi concessionari e decine di migliaia di imprese minori, con regole davvero speciali. La più vistosa è che le tasse sono molto basse. E nell’ultimo decennio i governi di ogni colore hanno fatto a gara per ridurle. Quindi l’affare è sempre più ricco, ma l’indebitatissimo Stato italiano si accontenta, a conti fatti, di un settimo della torta. Mentre la Guardia di Finanza svela che l’illegalità è diffusissima. E i magistrati più attenti avvertono che scommesse illecite e giochi anche leciti rappresentano "la nuova frontiera della criminalità mafiosa" .
Primi al mondo. C’era una volta un divieto generale, con rare eccezioni: totocalcio, lotto e scommesse regolari sui cavalli. Dalla fine degli anni ’90 è iniziata la liberalizzazione. All’italiana. In Svizzera, prima di aprire 22 nuovi casinò, il governo ordinò un’indagine epidemiologica per studiare i danni del gioco. In Italia, come avverte una ricerca del Censis sostenuta dal Codacons, "non c’è stato anno, dal 1997 in poi, in cui l’esecutivo non abbia introdotto nuove offerte di gioco d’azzardo pubblico". Senza analisi né precauzioni. Da Berlusconi a Prodi, dai decreti di Bersani alle manovre di Tremonti, tutti i governi hanno continuato a regalare nuovi spazi alle piccole e grandi imprese del gioco organizzato, spesso ben agganciate ai partiti. E nell’illusione di togliere acqua alle scommesse illegali (un business stimato in circa 20 miliardi all’anno: vedi articolo a pagina 42), i politici hanno ridotto le tasse a un’aliquota media al 13,5 per cento, che crolla a una microscopica "imposta unica del 3 per cento" per i giochi di carte on line, il nuovo settore in turbo-accelerazione.
Il risultato è che le puntate degli italiani hanno fatto il botto: dai 15 miliardi del 2003 si passa agli oltre 61 del 2010, con almeno 72,5 miliardi previsti per l’anno in corso (vedi grafico). Le entrate fiscali però restano ferme o addirittura calano. E i super profitti dell’azzardo di Stato vengono privatizzati. Tirando le somme, dal 2003 al 2006, quando gli italiani si erano giocati la bellezza di 103,7 miliardi, lo Stato ne aveva recuperati 23,6, cioè quasi un quarto. Nel successivo quadriennio 2007-2010 le puntate sono raddoppiate (oltre 205 mila milioni), ma le entrate fiscali sono sprofondate a un sesto del totale (32,6 miliardi). Anche perché i giochi di maggior successo, caso strano, sono i meno tassati. Nonostante la crisi e lo stratosferico debito pubblico italiano.
Il fiume straripante di denaro privato sta modificando l’identikit di intere categorie. I tabaccai ormai incassano, in media, quasi metà dei ricavi dalle lotterie d’ogni tipo. E il mercato è dominato dalle macchinette diffuse in decine di migliaia di bar: sui 48,3 miliardi giocati da gennaio ad agosto di quest’anno, ben 27,2 sono stati ingoiati da "new slot" e "videolotterie (vlt)". L’agenzia specializzata Agicos informa che "in Italia sono attivi 320 mila apparecchi elettronici e almeno 30 mila vlt, con altre 27 mila già autorizzate". "Per spesa pro capite siamo già i primi al mondo", spiega il direttore Fabio Felici, "e con l’asta di fine anno supereremo quota 400 mila". Il che equivale a una macchinetta mangiasoldi ogni 150 abitanti: come avere un mini-casinò in ciascun condominio.
I padroni del vapore. Il gioco legale è un mercato chiuso: si entra solo per concessione dei Monopoli di Stato (in sigla, Aams). Sul gradino più basso e più affollato si collocano, secondo i dati di Agipronews e Agicos, "circa 5 mila imprese con 120 mila lavoratori". In cima alla piramide, una decina di grandi concessionari. I big sono due: Lottomatica, controllata dal gruppo De Agostini, che con l’acquisto per 4 miliardi dell’americana G-Tech è diventata leader mondiale. E Sisal che, tramite una holding lussemburghese, fa capo a tre fondi, i britannici Apax e Permira e l’italiano Clessidra di Claudio Sposito, ex amministratore della Fininvest.
Le due società quotate sono entrate anche in Confindustria con una neonata federazione di categoria che, informa Massimo Passamonti, "riunisce il 75 per cento delle imprese del settore, che raccolgono l’80 per cento delle giocate". Insomma, fuori la Fiat, dentro il Superenalotto e il Gratta e vinci.
Lottomatica ha raccolto solo in Italia giocate per 20,6 miliardi nel 2010 (versandone cinque di tasse) e altri 14,4 nel primo semestre 2011. Per l’intero gruppo, il margine di profitto prima delle tasse (ebidta) è balzato a 1,3 miliardi in 18 mesi. Sisal si è accontentata di 7,1 miliardi di giocate nel 2010 e altri 3,8 tra gennaio e giugno scorsi, con guadagni netti per 265 milioni nello stesso anno e mezzo. Al terzo posto tra i colossi c’è la Snai, radicata da anni nelle scommesse sportive (ippica e calcio). Proprietari sono i veneti di Palladio finanziaria e la Investindustrial di Andrea Bonomi. Insieme hanno scalato pure la Cogetech.
Le grandi imprese tengono a sottolineare che gran parte delle puntate tornano ai vincitori: ogni gioco ha le sue quote (e aliquote fiscali), ma la media dei premi è del 71 per cento. L’effetto è una colossale redistribuzione invisibile: l’anno scorso 44 miliardi sono usciti dalle tasche dei perdenti per entrare in quelle di ignoti vincitori. La massa degli esercenti, sempre in media, si divide l’8 per cento della raccolta lorda. Il resto viene spartito fra lo Stato e i concessionari. La nuova gara per le new slot, bandita dopo anni di proroghe, potrebbe garantire spazi per gli austriaci di B-win, i tedeschi di Merkur, gli spagnoli di Cirsa e Codere o i greci di Intralot. Ma per ora i colossi stranieri occupano piccole nicchie del fortunatissimo mercato italiano. Dove non mancano assetti proprietari che i magistrati definiscono "opachi" e "molto sospetti".
L’esempio più chiacchierato è la B-plus, erede della Atlantis, che controlla circa il 30 per cento delle new slot. Nel silenzio delle autorità, fu un’inchiesta de "l’Espresso" a svelare che faceva capo, tramite società caraibiche, a due figli di Gaetano Corallo, amico del boss Santapaola e condannato (ma non per mafia) nel processo sulle scalate ai casinò. I figli però giurano di non aver alcun rapporto con il padre. Ed escludono che i legami con parlamentari di An abbiano favorito la concessione statale.
Al primo posto nel neonato business del poker cash, ora, compare la società Pokerstars: è uno dei tre siti on line che in aprile sono stati banditi dalle autorità statunitensi, per presunte frodi da 3 miliardi di dollari. Dall’estero, i manager ribattono che le accuse dell’Fbi sarebbero infondate. Mentre i Monopoli di Stato osservano che Pokerstars non ha mai violato la legge in Italia.
Illegalità diffusa. Al centro del sistema legale c’è proprio la rete telematica dell’Aams: un super contatore nazionale, a cui non dovrebbe sfuggire neppure una puntata. In realtà i trucchi abbondano: dalle macchinette scollegate alle doppie schede, dalle sale gioco abusive ai siti fuorilegge. Tra gennaio e settembre di quest’anno la Guardia di Finanza ha eseguito 4.484 interventi. Il bilancio? Ben 5.091 multe, 2.691 apparecchi sequestrati, 1.100 punti-scommesse chiusi perché fuorilegge. Nel 2010, a 6.095 controlli corrispondevano 6.295 violazioni, con sequestri di 3.746 macchinette e di 1.918 sale giochi abusive. Per i furbi il guadagno è doppio: tasse azzerate e nessuna percentuale da redistribuire con le vincite.
Almeno fino al 2005, secondo un’indagine della Corte dei conti, anche i grandi concessionari avrebbero beneficiato dei buchi della rete di controllo statale. Sommando le sanzioni per migliaia di apparecchi scollegati, la procura era arrivata a contestare supermulte per 98 miliardi di euro. In teoria i processi sono ancora aperti. Ma i portavoce delle grandi aziende annunciano che "gli importi sono stati molto ridotti o azzerati dai ricorsi delle difese".
Dramma sociale. L’Organizzazione mondiale della sanità classifica già dal 1992 il "gioco compulsivo" (o "ludopatia") tra le patologie che andrebbero curate come la dipendenza da droghe, alcol o fumo. Secondo il Censis, la sindrome più grave colpisce "almeno 105 mila italiani", mentre una ricerca del Cnr di Pisa stima un totale di "tre milioni di soggetti a rischio". Un probema ignorato dai politici, nonostante la mole di notizie allarmanti pubblicate dai giornali. Tra i tanti casi, c’è l’imprenditore veneto che porta la sua fabbrica alla bancarotta per debiti di gioco; la signora toscana ricoverata d’urgenza per un delirio da overdose di slot machine; l’invalido di Napoli che rapina il bar dove si era giocato la pensione; il nonnino derubato e ridotto in fin di vita da un maniaco del casinò.
I ricercatori rimarcano che le nuove tecnologie rendono le puntate accessibili da ogni bar o dal computer di casa a tutte le ore. Con pesanti ricadute sui giovanissimi: secondo uno studio di Nomisma, il 5 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni è "in situazioni di criticità", soprattutto per le scommesse on line. Tra i "giocatori patologici", secondo studi inglesi, i tentativi di suicidio sono il quadruplo della media. E tra gli assistiti dal centro specializzato di Campoformido (Udine), il primo in Italia, "uno su dieci risulta vittima di usura".
In questi anni pochissimi parlamentari, concentrati tra centro e sinistra, hanno proposto disegni di legge per combattere la "dipendenza da gioco". Il governo ha sempre avuto altre urgenze. Solo nell’ultima manovra il ministro Giulio Tremonti ha varato le prime sanzioni contro gli esercenti che non vietano ai minorenni di giocarsi il futuro: multe massime fino a 20 mila euro e chiusura del locale da 10 a 30 giorni. E con lo stesso decreto di luglio il ministro ha istituito tre nuovi giochi di Stato. n
Pupe, Papi e slot
Slot, reality, pupe e guai. Soprattutto giudiziari. Che diventano affari di Stato se di mezzo ci sono le nottate allegre del presidente del Consiglio. Due delle ragazze presenti ai festini di Arcore o intercettate mentre discutevano di cene intime a Palazzo Grazioli hanno rapporti con il lato oscuro del gioco legale: quello dove, stando alle accuse delle procure, si è infilata la criminalità organizzata.
A gennaio gli agenti che indagavano sul Rubygate si sono presentati nella casa del Vomero dove abita Eleonora De Vivo, una delle due gemelline che si sono fatte notare ne "L’isola dei famosi" e poi hanno trovato accoglienza notturna nelle dimore del premier. Eleonora vive con il compagno Massimo Grasso, imprenditore di successo indagato per camorra. Il gruppo controllato dalla sua famiglia e guidato dal fratello Renato ha il monopolio delle new slot e dei videopoker legali in Campania e in altre regioni, con un giro d’affari di 300 milioni di euro. I fratelli Grasso - secondo gli inquirenti - sarebbero spesso venuti a patti con i casalesi, fino a diventarne soci-prestanome: questa è l’accusa del maxiprocesso in corso a Napoli.
Anche Carolina Marconi, l’ex star del "Grande Fratello" che fu introdotta a Palazzo Grazioli da Gianpi Tarantini, ha entrature nel settore. La famiglia dell’ex marito Salvatore De Lorenzis controlla diverse sigle che hanno ottenuto licenze per le sale bingo, battendo i big del settore, e producono slot machines. De Lorenzis ha avuto parecchi guai con la giustizia ma nessuna condanna. La sentenza per mafia e traffico di droga del 2004 è stata annullata dalla Cassazione e il nuovo processo si è chiuso con l’assoluzione. Nel 2008 il suo nome è ricomparso durante le indagini su un boss ucciso a Gallipoli, con il sospetto che De Lorenzis riciclasse soldi sporchi. Il suo matrimonio con Carolina Marconi, c’è da dire, è durato poco: nozze del novembre 2009, separazione cinque mesi dopo. E durante il fidanzamento quelle serate con il presidente del Consiglio.
E le mafie fanno bingo
di Paolo Biondani
Dai Casalesi a Cosa nostra, tutti si infilano nell’azzardo legalizzato. Ripulendo i loro capitali grazie alle licenze pubbliche
Il 5 novembre 2007, al boss palermitano Salvatore Lo Piccolo e a suo figlio Sandro, vengono sequestrati dei pizzini molto strani: resoconti in codice di attività economiche coperte da una cifra misteriosa, "(323)". Quella sigla, dimostrano le indagini, nasconde gli interessi di Cosa Nostra nel calcio-scommesse. E in gennaio un imprenditore siciliano, Giovanni Botta, viene arrestato come prestanome del clan Lo Piccolo nella gestione di sale (legali) per puntate sportive. A quel punto confessa di aver gestito anche l’azzardo illegale: toto nero e scommesse clandestine.
Il gioco organizzato, secondo la procura nazionale antimafia, è "la nuova frontiera della criminalità mafiosa". Cosa Nostra, camorra e ’ndrangheta non si limitano a imporsi anche in questo ricchissimo mercato con i metodi di sempre: estorsioni, usura, rapine, sequestri, attentati, ferimenti e omicidi. Oggi l’emergenza, scrive il pm Diana De Martino in un’allarmante relazione in gran parte inedita, è che i clan finanziati dai superprofitti della droga e del crimine organizzato "si stanno strutturando sotto forma di imprese normali, in apparenza pulite", capaci di beneficiare delle "rendite monopolistiche" garantite dalla privatizzazione delle concessioni statali. E soltanto inchieste difficili, con lunghe intercettazioni e preziose confessioni di pentiti, possono dimostrare che dietro queste aziende d’oro ci sono i boss e i capitali mafiosi.
Il contagio riguarda tutta Italia. Solo per l’ultimo anno giudiziario, il dossier dell’Antimafia elenca decine di casi. Il clan dei Casalesi, secondo l’accusa (29 arresti), era arrivato a controllare la società Betting 2000, che era la numero uno a livello nazionale per volume di scommesse sportive. Tra Campania e Lazio il loro imprenditore-prestanome, Renato Grasso (vedi box a pag. 41), beneficiava di un "monopolio di fatto nel noleggio di new slot e videolotterie", grazie a patti territoriali con decine di boss della camorra. Finora solo questa inchiesta ha portato al sequestro di patrimoni per 150 milioni di euro e di sale bingo sparse da Brescia a Lucca, da Frosinone a Padova.
Nell’area di Santa Maria Capua Vetere il clan Amato-Belforte imponeva con "ronde armate" i propri apparecchi mangiasoldi, ovviamente scollegati alla rete dei controlli fiscali, e s’impadroniva delle vincite (parola d’ordine: "Facciamo scoppiare la macchinette") spiando le giocate al computer. Tra Caltanissetta e Catania (dieci arresti) i clan Madonia e Santapaola controllavano i videopoker attraverso due reclutatori di imprenditori incensurati: Carmelo Barbieri e Antonio Padovani, un colletto bianco che secondo i magistrati antimafia si era costruito "una porta d’accesso privilegiata per il rilascio delle licenze dei Monopoli di Stato".
A Reggio Calabria un ricchissimo imprenditore, Gioacchino Campolo, titolare della società Are, sarebbe diventato "il re dei videopoker" grazie all’appoggio di due famiglie della ’ndrangheta federate al clan Libri. I magistrati gli hanno sequestrato opere d’arte di straordinario valore, tre aziende e la bellezza di 260 immobili tra Roma, Parigi, Taormina, Milano e la Calabria.
Da Lecce è partita l’inchiesta, per un giro milionario di scommesse illegali via Internet, sulla Goldbet Sportwetten, in teoria austriaca, in realtà controllata da soci e amministratori italiani. La Goldbet aveva una rete con 500 agenzie in tutta la Penisola: 50 sono risultate controllate dal boss pugliese Saulle Politi.
In provincia di Modena il clan Schiavone, corrompendo due agenti di custodia, è riuscito a gestire dal carcere duro due bische clandestine, mascherate da circoli privati, che fruttavano ai Casalesi 200 mila euro al mese.
Altre inchieste sulle catene criminali che uniscono usura ed estorsioni al gioco illegale, riciclando denaro anche tramite vincite pilotate, coinvolgono imprese mafiose attive da Roma a Siracusa, da Gallipoli a Palermo. Ma il denaro sporco non ha confini, per cui le filiali abbondano anche in Lombardia, Veneto o Emilia Romagna.
Tra le inchieste più recenti spicca l’indagine della Procura di Napoli sul clan D’Alessandro. Sotto osservazione c’è un mare di "puntate anomale" su circa 150 partite sospette di calcio e altri sport. Tra i fermati, a fine settembre, spuntano due manager di Intralot Italia (che si è dichiarate parte lesa), intercettati mentre vantavano rapporti con i boss di Castellammare con frasi del genere: "La gente con cui sto io, mannaggia la marina, ha trenta omicidi per uno".
Dopo anni di lassismo, ora il ministro Giulio Tremonti ha inserito nella manovra salva-bilancio del luglio scorso le prime misure antimafia. Niente concessioni alle società con dirigenti "condannati o anche solo indagati per associazione mafiosa e riciclaggio". E per il futuro, i candidati alle licenze statali dovranno indicare tutti i "proprietari effettivi" con quote superiori al 2 per cento. Secondo le grandi aziende con azionisti trasparenti, il nuovo decreto è "un primo segnale importante", ma non risolutivo: se un’azienda italiana è controllata da una società estera, che magari fa capo alla classica off shore esotica, la proprietà resta anonima.
Perfino le condanne del passato, in Italia, sembrano pesare poco e insegnare nulla. Il colmo è che in questi mesi è tornato sotto inchiesta perfino il casinò di Sanremo, che negli anni ’80 fu al centro di due clamorose scalate affaristico-mafiose. La nuova indagine, partita da due croupier che rubavano soldi gonfiando i cambi di fiches, ha scoperto un giro di tangenti divise tra porteur (reclutatori di clienti) e almeno un dirigente del casinò. Che prima dell’arresto aveva "continui rapporti" con un fiduciario del clan Zaza: l’ala della camorra con i primi alleati storici di Cosa Nostra.