Giorgio Dell’Arti, La Stampa 14/10/2011, 14 ottobre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 216 - IL CONTE FEDERALISTA
C’ era dunque questo bisogno di costruire ferrovie, e costava molto a uno stato già parecchio indebitato.
Tra l’altro non era neanche un calcolo del tutto esatto, perché i grandi traffici della seconda metà del secolo si svolsero soprattutto via mare e dunque la cantieristica… In ogni caso, senza ferrovie non si sarebbe potuto unire davvero il paese e infatti nella relazione governativa di quel maggio (dunque con Cavour ancora all’opera) si legge: « Suprema necessità della nazione, supremo dovere del governo e del parlamento si è di avvicinare fra loro quanto prima si possa le varie provincie ». Francesco II aveva affidato la realizzazione di 1500 chilometri di binari ai maggiori costruttori ferroviari europei, tra cui Delahante e Talabot. Giunto a Napoli, Garibaldi aveva tolto la commessa ai francesi per affidarla ad Adriano Lemmi, non ancora il gran massone che sarebbe diventato, ma mazziniano della prima ora e adesso in affari col banchiere Pietro Adami. Erano tutti e due di Livorno, come Bastogi. Cavour criticò violentemente il cambio di fornitore e rimise la faccenda in mano a Talabot, obbligandolo a cominciare subito i lavori... Fermiamoci qui, è un intreccio che andrà avanti ancora per parecchi anni fino alle Ferrovie meridionali dello stesso Bastogi e relativo scandalo. I disegni di legge di Cavour prevedevano la costruzione di 2125 chilometri, 1800 dei quali al Sud. Ma di questi 1800, come ho detto, la maggior parte erano stati deliberati da Francesco II.
Per analogia, mi viene in mente che movimenti di denaro così imponenti come quelli previsti per questo piano ferroviario avevano bisogno di una struttura creditizia adeguata...
Specialmente a Napoli, dove spedì Bombrini a studiare l’apertura di una sede della Banca nazionale, ormai di stanza a Torino. C’era già, da gennaio, una filiale a Milano, che aveva però già di suo un buon tessuto creditizio. Il problema era che tutti gli stati avevano avuto una banca d’emissione e Cavour pensava invece che di banche di emissione dovesse essercene solo una. Una situazione che porterà dritti allo scandalo della Banca romana di fine secolo. Le vecchie banche d’emissione non volevano saperne di disarmare e c’era poi tutto un pensiero economico, capeggiato proprio da Scialoja, secondo cui era meglio avere più banche d’emissione che una sola. I napoletani poi non gradivano di avere in casa una banca torinese, chiesero di poter dar vita a una Banca Napoletana con 25 milioni di capitale, Cavour era contrarissimo, e insomma alla fine si fece la filiale il 18 agosto (il conte era già morto) ma lasciando in vita il Banco di Napoli, filiazione del Banco delle Due Sicilie. Il Banco delle Due Sicilie s’era infatti scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia e anche questo, il 18 agosto, continuò a operare, ad onta dell’apertura a Palermo della sede locale della Banca Nazionale.
In queste resistenze localistiche potremmo vedere un germe di federalismo? Cavour era federalista?
Parecchio federalista, direi, anche se piuttosto centralista in materia creditizia. E poi l’architettura dello stato era stata disegnata da Rattazzi, nel periodo dei pieni poteri, con un certa vocazione centralista, benché ritoccando un vecchio disegno cavouriano del ‘58. Ma, conquistata l’Italia centrale e poi il Mezzogiorno, tra federalismo e centralismo si giocavano i modi in cui le nuove province avrebbero partecipato al governo del paese. Inizialmente Cavour fu convinto federalista, lasciando che Farini preparasse prima la riforma del consiglio di stato, con una nuova sezione in cui far confluire i rappresentanti dei territori appena annessi, e poi presentasse al medesimo consiglio una nota in cui si proponeva di organizzare il Paese per regioni (13 agosto 1860). Erano intenzioni che Cavour aveva preannunciato parecchie volte: « Le riforme da operarsi dal Parlamento nelle leggi amministrative debbono avere per iscopo di dare molto maggiore libertà d’azione alle varie parti del regno, agli individuali come ai corpi morali, ai comuni come ai circondari e alle provincie » (27 aprile 1860). Più tardi disse che il governo intendeva procedere « nel senso della maggior libertà, della scentralizzazione, in modo che essendo più liberali, meno centralizzatrici, daranno, oltre a tutti i benefici della libertà e della scentralizzazione, i vantaggi dell’autonomia ». E Minghetti preparò infatti quel famoso progetto dell’Italia organizzata in sei macroprovince, che Cavour approvava, ma il consiglio dei ministri poi bocciò.
Perché?
Conquistato il paese, le spinte centrifughe, specie al sud, erano talmente forti... Lo stesso Cavour rinunciò alle sue inclinazioni regionaliste: « un Consiglio numeroso deliberante, con larga autorità sugli interessi di regioni ampie, in città che furono capitali di Stati, renderebbe immagine di Parlamento e potrebbe, colla prevalenza degli interessi e delle gare locali, offendere l’autorità dello Stato e menomare la libertà dei solenni deliberati che appartengono al solo Parlamento della Nazione ».