GIUSEPPE SALVAGGIULO, Luigi Grassia, La Stampa 14/10/2011, 14 ottobre 2011
In Molise due aeroporti elettorali (2 articoli) - Gli slogan sono pindarici: «Provincia di Isernia: pronti a volare» e «I caciocavalli a fianco delle tecnologie aerospaziali»
In Molise due aeroporti elettorali (2 articoli) - Gli slogan sono pindarici: «Provincia di Isernia: pronti a volare» e «I caciocavalli a fianco delle tecnologie aerospaziali». In Molise la fantasia non manca. Domenica si vota e in campagna elettorale il governatore pidiellino Michele Iorio, a caccia del terzo mandato, estrae dal cilindro l’aeroporto del Molise. Lo mette nero su bianco: sorgerà a cavallo tra Cantalupo nel Sannio e San Massimo, metropoli di 756 e 754 abitanti («circa», aggiunge il sito web del municipio) nella piana di Boiano, principale centro della zona con 8 mila potenziali passeggeri, neonati inclusi. Ma la stessa Regione, con un accordo di dieci anni fa con il ministero dei Trasporti mai revocato, aveva deciso di localizzare lo scalo a Sepino, 2 mila abitanti. Dunque ora la seconda regione più piccola d’Italia si ritrova non con uno, ma con due progetti di futuribili aeroporti a venti chilometri di distanza. Adbondandis adbondandum, avrebbe detto Totò. E pazienza se tutti gli esperti giurano che un aeroporto in Molise è inutile, costoso e pertanto irrealizzabile: intanto nascono società ad hoc con presidenti e Cda, si opzionano terreni, si generano incarichi, consulenze, studi di fattibilità per centinaia di migliaia di euro. Da tempo il Molise, a dispetto dei 320 mila abitanti, coltiva il sogno di volare in tutto il mondo. L’ipotesi è prevista anche nel piano dei trasporti. Nel 1999 la Regione sceglie Sepino, stanziando 200 mila euro. Nasce una società «Aeroporto di Sepino» con enti locali e consorzio industriale, che individua e vincola l’area. Nel 2004 la Regione rilancia: l’aeroporto «è indispensabile per contribuire con concretezza alla ripresa economica del Molise». Nel 2006, a ridosso delle elezioni che confermano Iorio governatore, la sua giunta stanzia altri 750 mila euro per il progetto definitivo. Ma nel 2007, due mesi dopo le elezioni vinte, dietrofront: soldi spariti e l’aeroporto di Sepino resta nel limbo. Oggi la società «Aeroporto di Sepino» risulta ancora «in via di scioglimento». Nel frattempo, a venti chilometri di distanza, i minuscoli Comuni di Cantalupo nel Sannio e San Massimo, che insieme radunano 1500 anime, creano un’altra società pubblicoprivata per un altro aeroporto. E via con studi di fattibilità e progetti. «Questa volta noi non abbiamo ancora speso un euro», precisa Iorio che il 12 settembre scorso, in avvio di campagna elettorale, convoca la giunta e dà il via libera. «Aeroporti elettorali? Macché, non mi portano voti. E’ arrivata la richiesta in questo periodo, non potevo certo aspettare la fine della campagna elettorale. Per un presidente è obbligatorio dare risposte, la sinistra nichilista alza polveroni». «Ma anche questo secondo aeroporto è una follia», protesta Michele Petraroia, consigliere regionale del Pd, secondo cui lo scalo non serve nemmeno ai molisani. «Da Termoli, seconda città della regione, si arriva prima a Pescara, un’ora di autostrada, piuttosto che a Cantalupo. Dunque la parte davvero interessata sarebbe di soli 200 mila abitanti, mentre si tagliano i bus locali e si viaggia su una rete ferroviaria ottocentesca». Il Molise è con la Basilicata la peggiore regione per infrastrutture: solo 36 chilometri di autostrada e 23 di binari doppi elettrificati. Andare in treno da Campobasso a Roma (230 chilometri) richiede lo stesso tempo della tratta Roma-Milano, distanza due volte e mezza superiore. Nonostante ciò, si sogna l’aeroporto. Che, a sentire i progettisti di Cantalupo, valorizzerà i prodotti tipici locali, garantirà investimenti stranieri e attirerà passeggeri da Roma e Napoli «grazie alla vicinanza con la stazione ferroviaria di Macchiagodena». Negli ultimi tempi, politici e tecnici fanno il giro di fiere e convegni per presentare il progetto «a livello internazionale». Spiega Iorio: «Entrando in un circuito di scali secondari il Molise potrà godere della sua centralità geografica con enormi vantaggi. Siamo pronti a investire nell’aeroporto e a chiedere finanziamenti al governo». In realtà, il parere dell’Enac su cui si basa l’ok della Regione è tutto meno che un avallo. L’ente dell’aviazione civile scrive infatti che «in relazione alla prevista domanda di traffico commerciale, la particolare natura del territorio non lascia prevedere livelli significativi da giustificare l’onerosa realizzazione e gestione di un nuovo aeroporto». E autorizza solo un’aviosuperficie: velivoli da nove posti al massimo e nessun volo di linea. Altro che «collegamenti con Nord Africa ed Est Europa», come vagheggiano i promotori. E’ ora che il Molise torni sulla terra. GIUSEPPE SALVAGGIULO *** L’Enac: “Basta scali sotto casa” - C’è chi vuole l’università sotto casa, oppure il centro di eccellenza cibernetico o biotecnologico provinciale. Ma il sogno più grande delle amministrazioni locali è avere l’aeroportino a un tiro di schioppo, e il risultato è che il territorio italiano è stato disseminato di ben 48 scali, e qualche altro minaccia di essere aperto a stretto giro. Intendiamoci: l’ambizione è legittima, però deve essere sostenibile dal punto di vista tecnico e del mercato. Aeroporti economicamente sostenibili? Un recente rapporto congiunto di One Works-KpmgNomisma parla addirittura di 24 scali da chiudere, insomma dice di liquidarne la metà «per favorire lo spostamento del traffico verso quelli più efficienti»: e fra questi ci sarebbero vittime eccellenti come Brescia, Foggia, Cuneo e persino Roma Ciampino. Una notazione preliminare per leggere bene le tabelle in pagina: vi figurano meno dei 48 aeroporti censiti ufficialmente dall’Enac, perché l’Ente che supervisiona l’aeronautica civile stila un elenco più lungo, in cui in realtà figurano aeroclub o simili, suscettibili di sviluppo futuro. Però lo stesso Enac dice no all’apertura di nuovi scali, e in questo è sostenuto anche dal rapporto 2010 della commissione Trasporti della Camera. «Ci sono dieci aeroporti in perdita» riferisce alla Stampa il p r e s i d e n t e dell’Enac,Vito Riggio, che stila questa impietosa classifica: «In Italia abbiamo i 4 aeroporti romani e milanesi che concentrano il 50% del traffico, e assieme ad altri 20 definiscono il quadro degli scali strategici o primari; gli altri sono complementari», un eufemismo, e fra questi figurano i dieci in rosso di bilancio. Riggio non si spinge a dire che questi vadano chiusi, non è di sua competenza, ma come minimo «dovrebbero essere dati alle Regioni», che si facciano carico di ripianare le perdite (se già non provvedono). La conseguenza di questo quadro poco promettente è che da un decennio l’Enac non concede autorizzazioni ad aprire nuovi aeroporti. «Ci arrivano continue richieste. A volte non si concretizzano neanche in una proposta formale. Si fermano alla fase declaratoria, alla propaganda politica. Insomma si fanno dei bei discorsi e basta. Altre volte l’Ente aeronautico respinge il progetto perché il regolamento di costruzione e di esercizio non risulta a norma, alla luce dei requisiti internazionali che il nostro ordinamento ha recepito nel 2003». L’Enac può anche negare un’autorizzazione perché la potenziale «zona di cattura» del mercato non giustifica l’investimento. In questo caso, ammette Riggio, «le motivazioni possono essere contestate, perché le valutazioni economiche sono di competenza del ministero dei Trasporti»; ma l’Enac giustifica il suo intervento proprio come attività di studio preparatoria alle valutazioni del ministero. Quindi non vedremo un proliferare di nuovi aeroporti? «Non ci sono spazi, a meno che non arrivino dei privati a mettere dei soldi. E richieste di questo tipo non ne abbiamo». L’Enac lascia aperta la porta all’aeroporto di Comiso, ma il percorso di guerra che finora ha attraversato questo progetto è istruttivo: la domanda è stata formulata nel lontano 2001, poi fra progetti e gare il tempo è passato, adesso, osserva Riggio, mancano i soldi per i controllori di volo e per i pompieri, lo Stato si è rifiutato di metterceli, ma si è fatta avanti la Regione Sicilia e quindi la situazione si è sbloccata; d’altra parte lo scalo di Comiso si presta a calamitare 400 mila turisti e l’Ente aeronautico vede un futuro per questo progetto. Un’altra grande operazione a cui l’Enac non è contrario è far compiere un salto di qualità a Viterbo trasferendoci il traffico che oggi gravita su Ciampino, ma questo è subordinato alla chiusura o al drastico ridimensionamento di Ciampino, che dà problemi di eccessivo rumore. L’Enac si dà anche da fare per ristrutturare gli aeroporti esistenti (tutti quelli del Sud sono stati rimessi a nuovo con appositi fondi europei). Condivide l’esigenza di tenere in vita piccoli aeroporti, anche se anti-economici, quando si tratta di collegare isole; ma quanto ad aprire nuovi scali, «che si cannibalizzano a vicenda», cioè si mangiano l’uno i potenziali clienti dell’altro, sovrapponendo i bacini di utenza, non se ne parla. Vito Riggio è consapevole che molte località, soprattutto nel Meridione, desiderano gli aeroporti per non essere più tagliate fuori dal mondo, ma sostiene che inaugurare nuovi scali sia la risposta sbagliata: «Così non si fa altro che aprire ulteriori buchi di bilancio. Alla fame di infrastrutture del Sud bisogna rispondere con l’intermodalità», cioè collegando meglio un ridotto numero di aeroporti con strade e ferrovie veloci. Luigi Grassia