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 2011  ottobre 14 Venerdì calendario

Applausi e sbadigli (di Bossi) per un discorso senza acuti- Dice: «Signor presiden...», ed è standing ovation

Applausi e sbadigli (di Bossi) per un discorso senza acuti- Dice: «Signor presiden...», ed è standing ovation. Niente di strano: ieri è stata una «giornata a prescindere». Era a prescindere l’opposizione di centrosinistra che in aula non c’è mai entrata ed è stato a prescindere tutto il dibattito, con i parlamentari di centrodestra che sono andati avanti per un’ora e mezzo a dirsi che sì, che va tutto bene, ma come siete bravi voi del governo e come siete belli voi dei gruppi, abbiamo fatto tanto ma faremo di più e anzi, ha detto Giuseppe Marinello, deputato di Sciacca, «lasceremo l’Italia meglio di come l’abbiamo trovata». Una frase in cui l’unica notizia attendibile è contenuta nel verbo «lasceremo». A prescindere dal quale Silvio Berlusconi è stato in grado, dopo un preambolo in cui si coglieva il tentativo di volare alto e non ingaggiare il tafferuglio, di riproporre il tragico elenco di promesse che propina da diciassette anni: meno tasse, meno burocrazia, meno magistrati. Visto l’andazzo, tutta la novità era contenuta proprio in quell’applauso preventivo con il quale «i dementi, i distratti e i furbetti» (copyright dell’onorevole Manuela Repetti) hanno voluto scusarsi col capo per la figuraccia rimediata martedì e per le grane che ne sono conseguite. La contrizione è evoluta in pianto greco quando ha preso la parola il vicecapogruppo del Pdl, Massimo Corsaro, il quale ha prima sentito la necessità di estendere le scuse al Paese, e poi ha solennemente annunciato che «la ricreazione è finita». E senza nessun imbarazzo. Nemmeno nel parlare di ricreazione finita in un consesso di adulti tendenti all’anziano e dopo tre anni e mezzo di legislatura. A questo giro va così. L’altro giorno Umberto Bossi, rimasto lì come uno stoccafisso, con lo sguardo al vuoto dopo la sconfitta sul Def, era stato raccattato da un pietoso Dario Franceschini e ricondotto in Transatlantico verso un drappello di leghisti. E ieri intanto che parlava il premier, e durante le prime repliche, il ministro delle Riforme ha manifestato tutto il suo entusiasmo infilando un’implacabile serie di sbadigli a bocca di leone, uno dietro l’altro, sette, otto, fino a un totale di dodici, secondo i più accreditati contabili di Montecitorio; poi se n’è andato rifilando una pacca in testa, tipo carezza al cocker, alla povera Mara Carfagna. Quale sia il significato di certi riti, soprattutto in certe giornate, è uno dei più entusiasmanti misteri della nostra democrazia. Il protocollo infatti prevede non soltanto che Carolina Lussana, bellicosa parlamentare leghista, si alzi per delineare i luminosi orizzonti che si stanno schiudendo col federalismo fiscale, ma che debbano trascorrere ventiquattro ore dalla richiesta di fiducia al voto, che dunque è previsto per oggi alle 12,30. Una pausa di riflessione incomprensibile (e le cui origini sono perdute nell’archeologia istituzionale), visto che si deve riflettere forse sulle crode politologiche toccate da Arturo Iannaccone, di Noi Sud, che ha spiegato quanto la stabilità occorra al rilancio del Mezzogiorno (purtroppo non ha fatto cenno all’imminente completamento della Salerno-Reggio Calabria). Alla lunga il più interessante è stato Vincenzo D’Anna che ha trasformato don Sturzo in don Struzzo ma, al di là dell’infortunio palatale, ha detto al premier di smetterla di ascoltare mille consiglieri, e di ricominciare a fare quello che sa: Berlusconi. Che è tutto dire. Si potrebbe semmai approfondire la teoria distillata da Domenico Scilipoti del vecchio che si ribella al nuovo, e cioè della lega bipolare fra Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Pierluigi Bersani e Beppe Pisanu che vuole scalzare i rivoluzionari, appunto, alla Scilipoti. Oppure si potrebbe sviscerare l’arguzia rifilata col cappuccino da Renato Farina: «Fuori gli indignados, dentro gli arrapados». O magari elaborare la massima di Winston Churchill (la sinistra è come Cristoforo Colombo, quando parte non sa dove va, quando arriva non sa dov’è, ma fa tutto coi soldi degli altri) diffusa da Raffaello Vignali e che, secondo qualcuno piuttosto fantasioso, era indirizzata a Claudio Scajola, per una deduzione tutta ligure. Poi naturalmente si è notato che Scajola e gli scajoliani non hanno applaudito, aggrappati a giornali e telefonini. E si è notata la cera di Gianni Letta, una specie di sguardo sul futuro. Si è chiuso con le repliche di Berlusconi. Ma come si replica ai peana? Infatti. «Grazie», ha detto il capo. E non è un grazie a prescindere.