Silvano Petrosino, IL ottobre 2011, 14 ottobre 2011
MISERIA E POVERTA’
Lo hanno sottolineato in molti, senza essere tuttavia ascoltati: la profonda crisi economica di questi anni avrebbe potuto favorire, e in verità lo potrebbe ancora, una seria e rigorosa riflessione sulla natura stessa dell’economia e sul contenuto di alcuni concetti di fondo, come ad esempio quelli di "ricchezza" e "povertà". Si è preferito invece scegliere altre strade, insistendo in particolare solo sulla necessità di rilanciare i consumi per salvaguardare un sistema che si continua a considerare, quasi fosse una verità del cielo, senza alternative. In Italia, poi, ci si è accontentati di "denunciare" i costi dei pranzi del parlamentari per provare il brivido della "lotta contro gli sprechi e a favore della povera gente". Diciamo la verità, cose risibili che possono tutto al più incrementare le vendite di qualche libro, ma che scivolano come olio sul marmo di una crisi che bisognerebbe invece tentare di comprendere, se non proprio di risolvere, con ben altro coraggio e con ben altre intelligenze.
Tra i concetti che a tale riguardo meriterebbero un approfondimento vi sono quelli già citati di "ricchezza" e "povertà". La questione è semplice da formulare ma estremamente complessa da affrontare: che cosa vale per l’uomo, che cosa fa di un uomo un essere "ricco" o "povero"? O anche: in base a quale criterio noi percepiamo e definiamo un uomo come "ricco" o come "povero"? Un contributo in questo senso viene dalla riflessione assolutamente fuori dal coro di Majid Rahnema. ex ministro iraniano, ed ex membro del Consiglio esecutivo dell’Unesco, di cui sono stati tradotti in italiano due importanti volumi: Quando la povertà diventa miseria (Einaudi 2005) e più recentemente La potenza del poveri (Jaca Book 2010, in collaborazione con Jean Robert). Il merito di questi lavori è quello di svolgere una riflessione ampia e approfondita attorno a un concetto, quello di "povertà", che si tende spesso a relegare a oggetto di interesse solo di alcune "buone persone".
L’idea di fondo che questo autore propone è che la "povertà" deve essere ben distinta dalla "miseria", soprattutto perché essa non caratterizza affatto una condizione assolutamente negativa e opprimente.
«È impossibile definire la povertà in modo generale e su un piano universale. Essa non può essere considerata che nel suo contesto storico e culturale, nelle sue forme culturalmente incarnate, o inculturate. Di fatto, nella maggior parte delle culture, il povero è semplicemente l’uomo comune, l’umile il cui numero costituisce la maggioranza dei mortali, e la sua condizione - la "povertà" - è indissociabile da un modo di vivere, un’arte di vivere e fare» (La potenza dei poveri, pp. 43-44).
Come è ovvio, se ne fa esperienza tutti i giorni, l’uomo comune, il povero, l’umile, colui che non ha alcun tratto del cosiddetto "uomo di successo", può senz’altro essere un uomo felice, realizzato, in pace con se stesso e con gli altri, può essere l’artefice di un’arte di vivere ricca e piena di soddisfazioni. Questa idea di povertà come originariamente connessa a uno stato e non a un possesso, come propria di un certo modo di essere e di vivere del soggetto e non come relativa al possesso o meno di oggetti, è una delle costanti della tradizione umanistica di cui Seneca, ad esempio, certamente è uno dei padri nobili: «La povertà, se è bene accolta, non è più povertà. È povero non chi possiede meno, ma chi brama avere di più. Che conta quanto uno abbia nella cassaforte o nei granai, quanti armenti abbia il pascolo o quanto gli rendano i crediti, se pensa sempre alla ricchezza altrui e fa calcoli, non su quello che possiede, ma su quello che vorrebbe acquistare?» (Lettere a Lucilia, seconda). Accanto a questa concezione della povertà, che a ben vedere coincide anche con una certa idea di ricchezza (ciò che basta non è mai poco), ve ne è stata in qualche modo sempre un’altra che ha poi finito per imporsi: povero, come già accennavo, sarebbe colui che manca di qualche cosa, che non possiede determinate cose e oggetti. Scrive Rahnema: «Il linguaggio che definisce le soglie di povertà e ne fa una condizione astratta, disincarnata e quantificabile (il povero diventato un essere caratterizzato da ciò che non ha piuttosto che da ciò che è) non è altro che quello delle certezze economiche moderne. La storia degli ultimi tre secoli mostra abbondantemente come i poteri dominanti abbiano ridefinito "il povero" sulla base delle sue presunte carenze piuttosto che delle sue capacità [...]» (cit. p. 56). Queste «certezze economiche moderne» sono essenzialmente quelle che alimentano il consumismo la cui parola d’ordine è in fondo la seguente: bisogna vendere tutto, bisogna vendere a tutti, ma soprattutto tutti devono consumare.
Ecco risuonare il ritornello che ormai si ripete senza minimamente pensare a ciò che si dice: l’economla va male (non "questa" economia, ma l’economia in quanto tale è in crisi, dato che - ecco il pensiero unico - non ci sarebbe alternativa a questa economia), bisogna aiutare l’economia e per far questo è necessario consumare di più, bisogna trovare il modo di incrementare a ogni costo i consumi. Come fare? L’analisi del funzionamento del consumismo come sistema generale di produzione e distruzione della ricchezza può aiutare a comprendere la risposta data a tale interrogativo. Si tratta essenzialmente di creare (il termine è appropriato, dato che ciò che in gioco è proprio un "dal nulla") la domanda, si tratta di instillare nella coscienza il bisogno di consumare. La creazione di quelli che giustamente sono stati definiti "bisogni indotti" avviene secondo due momenti strettamente connessi tra loro; innanzitutto bisogna rendere molto appetibile, fino a farlo percepire come necessario, il bene da consumare (è questa l’opera che vede impegnata tutta la pubblicità e gran parte del sistema dell’informazione); contemporaneamente bisogna anche indurre l’idea che chi non possiede quel determinato bene è in qualche modo un fallito, un mancante, un deficitario, un non-eccellente, vate a dire, per l’appunto, un misero e talvolta persino un miserabile. Si tratta, in altre parole, di convincere il soggetto-consumatore che il mancato possesso e consumo di quel determinato bene (povertà) ha lo statuto di una vera e propria colpa (miseria). La qualificazione del mancato possesso di un bene come "miseria" è funzionale alla creazione di quel senso di colpa che è il grande strumento attraverso il quale si riesce a trasformare il consumo in una sorta di dovere morale. Questo processo è soprattutto un processo di linguaggio e sul linguaggio. Scriveva Roland Barthes: «Ecco che allora intuiamo che il potere è presente anche nei più delicati meccanismi dello scambio sociale: non solo nello stato, nelle classi, nei gruppi, ma anche nelle idee, nelle opinioni, negli spettacoli, nei giochi, negli sport, nelle informazioni, nei rapporti familiari e privati, e persino nelle spinte liberatrici che cercano di contestarlo: io chiamo discorso di potere ogni discorso che genera la colpa, e di conseguenza la colpevolezza, di colui che lo riceve» (Lezione. Einaudi, 1981, p. 7). Si tratta, per riprendere l’analisi di Rahnema, proprio di quel discorso che, a furia di chiamare "miseria" la "povertà", riesce a far percepire la "povertà" come una "miseria". È doveroso tuttavia chiedersi se sia davvero possibile incrementare "sempre di più" i consumi, se sia possibile per ognuno di noi, esseri finiti e mortali, consumare "sempre di più" e se il mancato possesso di qualche cosa possa essere realisticamente interpretato come il sintomo di una possibile "miseria"; non appartiene forse alla nostra esperienza quotidiana, non di romantici sognatori o di adolescenti impegnati nel volontariato ma semplicemente di uomini, l’evidenza che mostra come la vera ricchezza sia quella formata soprattutto da affetti, legami, amicizie, tradizioni, fedi, in fondo tutte non-cose che non si inventano da un giorno all’altro e che non si possono acquistare, magari durante una pausa lavoro, in un centro commerciale?