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 2011  ottobre 14 Venerdì calendario

RITORNO A BRETTON WOODS, DOVE IL MONDO IMPARO’ DAI GRANDI DELL’ECONOMIA COME FAR GIRARE IL DENARO

Nella Grand Ballroom del Mount Washington Hotel c’è un matrimonio. Sessantasette anni fa qui si firmarono gli accordi internazionali di Bretton Woods, 730 delegati di 44 nazioni riuniti per stabilire le regole economiche del nuovo mondo che sarebbe uscito dalla Seconda guerra mondiale. Oggi ci sono i duecento e passa invitati di Michelle Capozzi e Joseph Gallagher. Hanno preso il posto degli sposi Fricano-Spinello che hanno festeggiato ieri, e dai cognomi si capisce che il New England non abita più qui.
Il Mount Washington Hotel agli immigrati italiani è abituato. Lo tirarono su loro, più di un secolo fa, nel 1902: 250 fra muratori, falegnami, piastrellisti, artigiani del vetro e del gesso, sotto la supervisione di Giorgio Migliarini, «Italian George», come sta scritto nella corrispondenza di Charles Alling Gilford, l’architetto che disegnò questo castello moresco a forma di ipsilon nel bel mezzo delle White Mountains. Nel luglio del 1944, quando la Conferenza internazionale prese il via, Migliorini c’era, richiamato in fretta e furia in servizio per riparare i danni che la Depressione prima e la cattiva gestione, il cattivo tempo, l’economia di guerra poi, avevano provocato: soffitti crollati, allagamenti, impianti elettrici andati a pallino. Nei due anni precedenti era persino rimasto chiuso. «Sarà meraviglioso far rifunzionare tutto a pieno regime», disse a un reporter del Boston Globe. L’Italia a Bretton Woods non c’era: nel 1940 avevamo sbagliato "l’acquisto dello straniero", per dirla in termini calcistici, e nemmeno l’aver cercato in seguito di disfarsene era servito a qualcosa: restavamo dalla parte sbagliata e si sarebbe deciso anche per noi, ma senza di noi. «Italian George» fu l’unica bandiera che potemmo sventolare con nerezza.
«Ruling classes and Bretton Woods? That makes a no sense», mi dice il giovane poliziotto al controllo passaporti. È successo che non ho il visto, mi era stato detto che l’autorizzazione on line Esta ne faceva le veci e invece non è così, ho la cattiva idea di tirare fuori la lettera con cui questo giornale attesta che sto lavorando per lui su - appunto - «ruling classes and Bretton Woods». «A Bretton WoCds al massimo si scia», si infervora l’agente e non posso certo fargli un corso accelerato di economia politica. Annuisco, non insisto, lo blandisco e dopo un’oretta mi stampa finalmente il visto d’ingresso sul passaporto.
Il ragazzo non ha colpe. Nella Social Sciences della Boston Library, l’occhialuta segretaria di meno di trent’anni mi guarda perplessa: sono sicuro, mi chiede, che ci sia stato un accordo con questo nome? Sono sicuro che riguardi l’economia? Nemmeno lei ha colpe, visto che alla fine la Boston in catalogo ha appena otto titoli sull’argomento… Fra questi però c’è A Levite among the Priests, il libro-intervista che Stanley Black fece trent’anni fa al settantenne Edward Bernstein, l’ultimo artefice allora ancora vivente degli Accordi.
Nelle foto d’epoca che introducono alla Gold Room del Mount Washington Hotel, Bernstein non c’è, ed è comprensibile. La Gold Room è dove i 14 delegati delle nazioni più importanti siglarono l’accordo: il segretario della delegazione americana era Henry Morghentau jr, ma era stato il suo assistente Harry White a scrivere il documento sul nuovo ordine internazionale che aveva dato al presidente Roosevelt l’idea della conferenza. Dall’altro lato dell’oceano, l’inglese John Maynard Keynes aveva avuto la stessa idea e così al Mountain Hotelt erano in gioco anche invidie, antipatie personali, capricci da prime donne, fissazioni ideologiche. Morgenthau avrebbe voluto una Germania postbellica agricolo-pastorale, White voleva tirar dentro l’Urss a scapito dell’Inghilterra, Keynes scommetteva sulla futura depressione americana, voleva il "bancor" (la valuta internazionale da lui ideata al posto del dollaro, detestava il linguaggio tecnico e il legalismo guardingo dei suoi colleghi americani: «Scrivono in cherokee», diceva... Come portavoce della delegazione Usa, Bernstein era il più intervistato e il più richiesto, ma se Morgenthau era invidioso di White, non per questo non era geloso di lui. Per evitare ulteriori polemiche, Bernstein scrisse a Keines, che si divertiva a coprirlo di elogi per seminare zizzania nel campo americano, di essere «solo un Levita che serve i sacerdoti nel loro santo compito. Ciò che faccio è vestire le idee degli altri con panni economici». «Noi sacerdoti abbiamo bisogno dei Leviti quanto i fiori delle api», fu la riposta. Bretton Woods fu anche questo: economisti dal volto umano.
Nella Dining Room del Mount Washington da qualche anno hanno ammesso i bambini, ma è ancora di rogore la giacca per gli uomini e l’abito per le donne. Niente jeans, cappelli da baseball, scarpe da ginnastica, accettati invece al Grill del Golf Club o allo Stickneys, il ristorante con vista sul Presidenttial Mountain Range. La sala della Dining Room è di forma ottagonale ottagonale, così che nessuno sedendosi può lamentarsi di essere stato messo in un angolo. Molte delle sedie sono quelle originali, e ci sono ancora le balconate laterali da cui si esibivano i cantori della Bretton Wooods Boys Choir. Alla sera si cena e si balla al suono di una piccola orchestra, il primo tavolo, entrando sulla destra, apparecchiato per una persona, e con una rosa rossa come unica decorazione floreale, è quello che fino alla morte occupò Carolyn, la vedova di Joseph Stickney, il fondatore dell’hotel.
Nativo del New Hampshire, Stickney aveva fatto la sua fortuna coni il carbone e le ferrovie, ma di alberghi e della loro gestione non sapeva nulla. Gli piaceva però stupire e aveva i miliardi per farlo al massimo grado. «Guardatemi, signori. Guardatemi, perché sono io il pazzo che ha costruito tutto questo», disse il giorno dell’inaugurazione, salutata da 13 colpi di cannone. La lobby era talmente vasta che venne ribattezzata Thè Assembly Hall. Ieri come oggi l’albergo aveva oltre mille finestre e duemila porte. Stickney fece appena in tempo ad assaporare il trionfo della sua creazione di granito: un infarto, l’anno dopo, se lo portò via a 64 anni. Al suo funerale, la bara fu portata a braccia da William Rockefeller e J. Pierpont Morgan, e insomma l’economia era nel destino di Bretton Woods...
Da Boston al Mount Washington ci vogliono due ore e mezzo di macchina. Attraversi un paesaggio verde di boschi fitti, aceri, conifere, abeti, querce e all’improvviso in lontananza si staglia ai piedi di una catena montuosa una sorta di castello con tanto di torri dai tetti rossi. «Ogni camera deve essere con vista», era stata la parola d’ordine. E tale si è dimostrata. L’impressione resta quella di un’enorme stravaganza, da qualsiasi punto di vista la si voglia considerare. Stravagante è in fondo la sua stessa storia, perché l’albergo nacque per una clientela estiva di lusso, la stessa che d’inverno svernava in Florida e con i primi caldi si trasferiva nell’aria fresca del New England. Si è dovuto arrivare agli anni Novanta, quando l’albergo finì all’asta dopo un continuo cambiare di proprietari, perché l’idea di un’unica stagione venisse finalmente accantonata e ci si decidesse a farne anche l’hotel per eccellenza della neve e dello sci. Ed è solo con il Thanksgiving del 1999 che si è inaugurata la prima stagione invernale della sua storia: da allora a oggi sono stati investiti oltre cinquanta milioni di dollari e creato un impianto sciistico di prim’ordine, senza per questo rinunciare a un rinnovato campo da golf, 18 buche, una Spa di 25mila metri quadri, campi da tennis, maneggio, piscina all’aperto. Duecento sono ora le camere, rispetto alle 350 originali, il personale tocca quota quattrocento fra primavera ed estate e raddoppia in autunno-inverno. Un esercito.
Alle dieci della mattina e alle tre del pomeriggio, chi vuole può fare un tour guidato dell’albergo. Si parte dal Grandfather Clock, l’ottocentesca pendola inglese in quercia che segnava l’inizio e la fine dell’allora unica stagione, e poi si procede. Siccome soltanto la veranda è lunga più di trecento metri e ha 122 colonne, ce n’è almeno per un paio d’ore. La Gold Room mi dice allegra la guida, ha solo pezzi origiali: 14sedie dorate con il ripiano di velluto color acqua marina, due poltroncine, due secretaires, due divani e uno specchio Impero, un grande tavolo chiaro in stile Biedermeier, tutto di proprietà di Carolyn, la vedova Stickney di cui abbiamo già fatto conoscenza. Nella storia del Mount Washington raccontata da Ted Landphair e Carol M. Higsmith nel bel libro illustrato A Century of Grandeur, Carolyn non è un personaggio secondario: nel 11910 si risposa con un nobile francese, il principe Jean Baptiste Marie de Faicigny Lucinge e da allora venne chiamata "la Principessa". La coppia comprò altri alberghi in Francia e in Svizzera, ma per questo qui ebbe sempre un occhio di riguardo e lo trasformò nel concentrato del jet set americano ed europeo: fece installare una telescrivente collegata con Wall Street, per quelli che non sapevano staccarsi dagli affari, e nei quindici anni il proibizionismo, tenne aperto il Cave Grill, che oggi si chiama Cave Lounge ed è il paradiso del Perfect Martini e del bourbon on thè rocks. Morì nel 1936, ma intanto c’era già stato il «venerdì nero» del 1929 e poi la Grande depressione (2) e insomma e poi la Grande Depressione e insomma era finita un’epoca.
«Ad aprile da Boston ho portato qui per un convegno uno che doveva essere un pezzo grosso. Ha voluto la limousine, non ha fitato sul prezzo, mica come lei, Sir, senza offesa, naturalmente». Cesar Martinez è l’ispano-americano che ho pescato a Boston. «Executive Chaffeur» dice il suo biglietto da visita, più di dodici anni d’esperienza…«Per venirci ho messo in funzione il Gps, di Bretton Wood ignoravo persino l’esistenza». Il convegno in questione è quello che qui al Mount Washinton ha organizzato George Soros, il miliardario spietato e insieme filantropo che da anni invita i Governi a riscrivere da zero, gli accordi monetari internazionali. Per molti economisti, ma anche per molti politici, Bretton Woods è una specie di mantra: rimanda a un momento unico e felice, indica un sistema che per oltre un quarto di secolo governò stabilmente l’economia mondiale. Nella monumentale biografia Henry Morgenthau jr: Thè Remarkable Life of FDR’s Secretary of the Tresaury uscita lo scorso anno, Herbert Levy ha spiegato molto bene come l’idea degli accordi di Bretton Woods risalga addirittura a poco dopo Pearl Harbour e sia stata rodata in una prima conferenza panamericana, a Rio de Janeiro, nel 1942, e in un successivo incontro ad Atlantic City. «La ragione del suo successo sta dunque in una lunga preparazione. Un altro motivo è che il fallimento di un accordo monetario avrebbe avuto serie ripercussioni sul morale degli Alleati».
Ironia della storia, mentre erano occupati a macinare conferenze preparatorie, nessuno si preoccupò di capire dove "la madre di tutte le conferenze" avrebbe dovuto tenersi. Ci fu persino chi avanzò l’idea di farla, perché no, a Washington. «Portarci lì a luglio non sarebbe sicuramente un gesto d’amicizia», fece sapere Keynes da Londra: era un mondo ancora senza aria condizionata... Settecentotrenta delegati significavano inoltre almeno il doppio in termini di personale operativo. Scartata la capitale, si pensò a un resort nell’Indiana, che però non dava garanzie di riservatezza e di sicurezza. Fu un senatore del New Hampshire, Charles Toby, che faceva parte della delegazione Usa, a pensare al Mount Washington: era gigantesco, stava in mezzo ai monti, era inutilizzato e quindi riaprirlo avrebbe aiutato l’economia della regione...
The Rosebrok Bar, che è a fianco della grande scalinata del gigantesco ingresso, è dove la delegazione russa decise di insediarsi. Al primo raggio di sole, le "compagne" si mettevano in costume da bagno ed era difficile schiodarle da lì. Alcuni membri della delegazione cinese decisero invece di esplorare i sentieri che dall’albergo portavano alle cime. Dopo qualche ora furono visti tornare, sorvegliati a vista da montanari armati: erano stati presi per paracadutisti giapponesi... C’erano poliziotti in servizio all’ingresso e gruppi di boyscout facevano da collegamento fra i congressisti. «Un manicomio», definì il tutto Lydia Lopokova, l’ex ballerina di Diaghilev che era diventata la seconda moglie di Keynes. Mentre il marito presiedeva, ogni tanto lei entrava e pn un massaggio a quel suo cuore malato... Alle ragioni prima ricordate del successo di Bretton Woods, ne vanno aggiunte almeno un altro paio. Una la indicò, con la consueta icasticità, il solito Keynes: dopo la Grande guerra, disse, tutti volevano tornare all’idilliaco mondo che l’aveva preceduta, «ma in seguito alla Seconda guerra mondiale, nessuno vuole tornare agli anni Trenta». La seconda, come ricorda Elizabewth Borgwardt nel suo A New Deal for The World è che c’era una potenza egemone, consapevole di essere tale, ma non per questo arroccata a difesa dei propri privilegi. Come dirà Morghenthau nel suo discorso di chiusura dei lavori: «C’è la curiosa idea che la protezione degli interessi nazionali e lo sviluppo della cooperazione internazionale siano filosofie fra loro conflittuali. E invece la sola vera salvaguardia dei nostri interessi nazionali sta proprio nella cooperazione internazionale».
A sera, il tasso alcolico degli invitati al matrimonio Capozzi-Gallagher ha raggiunto livelli considerevoli, e ogni tanto dalla Grand Ballroom qualche invitato tropo sudato esce per prendere aria sulla veranda. Le damigelle d’onore sono ancora in rosa, ma le acconciature cominciano a sfaldarsi. Me ne sto seduto con un vecchio cliente, lungo e magro a chiacchierare del perché io sia lì, in questo paradiso fuori mano. «Naturalmente saprà chi era Morgenthau jr.», mi dice e faccio vedere che sono preparato. «Forse però non sa che era astemio e che Bretton Woods fu anche un susseguirsi di brindisi: di benvenuto, di apertura, di chiusura, di semplice conoscenza. Due settimane di brindisi. Per non sfigurare, aveva sempre un bicchiere di Martini in mano. Solo che c’era acqua dentro, e non gin e vermouth. Era un’altra America». O forse faccia dell’America.