Sarah A. Topol, Internazionale 20/10/2011, 20 ottobre 2011
LA BORSA A PROVA DI CRAC
Nel 2002, quando Nablus era sotto l’assedio israeliano, Mohammad Hijaz doveva scavalcare recinzioni, nascondersi e infilarsi al volo nelle ambulanze per andare al lavoro alla Palestine exchange (la borsa palestinese, Pex). L’operazione Scudo difensivo, con i carri armati israeliani schierati nelle città della Cisgiordania, impediva le contrattazioni, ma Hijaz s’introduceva furtivamente in ufficio per finire i report. La Palestine exchange aveva affittato un albergo in città per i suoi impiegati che venivano da fuori. Hijaz, che si occupa delle relazioni con le società quotate in borsa, poteva passare un’intera settimana senza vedere la moglie o i figli, tornando a casa solo nel weekend. Considerati i tanti checkpoint militari israeliani, era quasi impossibile fare avanti indietro tutti i giorni. "Dovevamo sfidare occupazione per ragioni nazionali e per continuare a lavorare", spiega Hijaz, mentre beviamo un caffè nella luminosa sala conferenze della borsa di Nablus. "In fin dei conti, bisogna lavorare per mantenere una famiglia".
Quando il coprifuoco era sospeso, ricorda Hijaz, telefonava ai colleghi e ai broker per vedere se riuscivano a entrare in città e partecipare alle sedute convocate al1’ultimo momento. Quando, dopo 39 giorni di chiusura, la Pex ha ricominciato a funzionare a pieno regime, il volume degli scambi era decisamente basso ma la borsa ha tenuto.
Negli ultimi quattordici anni la Pex è sopravvissuta alle invasioni israeliane, a una guerra civile e a un embargo internazionale. Durante le rivolte arabe del 2011, quando le borse in Egitto, in Libia, in Bahrein e in Tunisia hanno dovuto sospendere gli scambi per evitare il crollo, la Pex è riuscita a tirare avanti, traendo forza dalla storia tumultuosa dei Territori occupati. Nella prima metà di quest’anno è stata la borsa araba con il miglior andamento dopo quella irachena. "Siamo un caso unico perché la nostra borsa è a prova di traumi", spiega il direttore generale della Pex, Ahmad Aweidah, nel suo ufficio di Ramallah. "L’instabilità politica non ci influenza negativamente perché la Pex è nata in mezzo a un caos ancora più grande. Dal nostro punto di vista, quello che è successo al Cairo è un gioco da ragazzi".
La borsa palestinese è nata nel 1995, due anni dopo gli accordi di Oslo, ed è minuscola. Il valore complessivo dei titoli scambiati su questa piazza è di circa 2,8 miliardi di dollari, contro i 65 miliardi della borsa egiziana. Il suo listino comprende 46 importanti aziende palestinesi, anche se il grosso degli scambi si concentra solo su diciotto di queste. La più importante è la Palestine telecommunications (Paltel), che vale circa un miliardo di dollari, ma ci sono anche la Palestine electric di Gaza e la Golden wheat mills di Ramallah. Secondo i dati della Pex gli operatori palestinesi realizzano circa il 50 per cento degli scambi, il resto è attribuibile a operatori stranieri.
Vantaggi non scontati
Gestire un mercato azionario sotto occupazione e nell’epicentro di un conflitto regionale può avere dei vantaggi. Se non altro, questa situazione ha costretto la Pex a prevedere delle misure d’emergenza per affrontare le stesse difficoltà che hanno fatto chiudere molte altre borse arabe. Il mercato è virtuale - non c’è una sala delle contrattazioni - e può essere gestito a distanza anche durante i periodi di coprifuoco o le manifestazioni. Gli scambi avvengono sulle linee telefoniche di un’azienda locale, con un sistema di backup affidato a una ditta israeliana che garantisce lo svolgimento delle contrattazioni anche se le linee telefoniche vengono tagliate. I server si trovano in due luoghi diversi, nel caso scoppiassero degli scontri. "Se ci colpisce un missile possiamo continuare a lavorare", spiega Aweidah, facendo notare che le attività palestinesi, compresa la borsa, non si fermano neanche nei momenti più difficili.
Gran parte delle contrattazioni avviene al telefono, e il 20 per cento su internet. La Target investment & securities, una società di intermediazione finanziaria con sede a Nablus, è uno dei pochi luoghi dov’è possibile assistere dal vivo alla compravendita dei titoli. In una stanza poco illuminata della sede di Target, un gruppo di uomini di mezz’età guarda verso il muro dove vengono proiettati in tempo reale i valori dei titoli quotati alla Pex. L’immagine sulla parete è un foglio di calcolo simile a un documento Excel. Occupa gran parte del muro e rimane ferma finché una casella non diventa verde, il segnale che il prezzo di alcune azioni è aumentato. A quel punto un mormorio riecheggia nella stanza e Youssef Halaweh si alza in fretta.
Halaweh, un falegname in pensione, esce dalla porta e percorre il corridoio fino alla postazione dove si comprano e vendono i titoli. Riempie un modulo per vendere diecimila delle sue azioni a un prezzo leggermente superiore a quello corrente. Halaweh ci pensa su qualche minuto prima di consegnare il modulo firmato al broker. Poi il suo volto segnato s’illumina di un sorriso imbarazzato, che rivela qualche dente mancante. "Vendo perché ho bisogno di contanti", spiega. "Devo comprare alcune cose per la mia famiglia".
Halaweh ha cominciato a investire alla borsa palestinese nel 1997. Inizialmente aveva comprato le azioni di un’unica società. Ora sostiene di possedere più di centomila azioni di tredici aziende diverse. Ha perfino venduto dei terreni per poter continuare a investire. "A volte ci ho rimesso, ma nel lungo periodo ci ho guadagnato", dice con orgoglio. Per Halaweh e per molti altri palestinesi, investire in borsa è una questione di orgoglio nazionale.
Intanto, nella sala delle proiezioni, un’altra casella diventa verde e Hikmat Duekait, anche lui in pensione, lancia un fischio di approvazione. "Adoro il colore verde", si rallegra, confessando di far parte di un gruppetto di irriducibili, talmente ossessionati dalla borsa che frequentano gli uffici di Target tutti i giorni. "Non ho nient’altro da fare", spiega Duekait. "In casa mi annoio. Vengo qui e parlo di tutto, di politica, dei mercati. È come stare al bar". Ha cominciato a investire nel 2004 e conosce il nome di tutti i broker di Target.
Io investo in Palestina
La borsa palestinese ha dovuto affrontare alti e bassi a causa delle varie fasi del conflitto. Cresciuta più del 300 per cento nel 2005, è crollata dopo le elezioni del 2006, quando nelle strade si scontravano i militanti di Al Fatah e quelli di Hamas, e l’embargo internazionale ostacolava le attività commerciali.
"Nel 2005 questa stanza era così piena che alcuni rimanevano nel corridoio", ricorda Duekait. Quell’anno molti palestinesi hanno venduto i loro terreni e i gioielli delle loro mogli per comprare delle azioni, ma poi sono rimasti praticamente senza niente quando la borsa ha perso il 50 per cento del suo valore verso la fine del 2006. "Nessuno è immune dalle perdite", ammette Majdi Aqqad, il proprietario di una fabbrica di scarpe che investe in borsa dal 2005. "Ma è come giocare d’azzardo: quando perdi vuoi rifarti guadagnando di più", dice con gli occhi incollati allo schermo.
Come molti mercati azionari emergenti, la Pex soffre della mancanza di liquidità e della scarsa professionalità degli investitori. Gli uomini nella sala di Target non sanno spiegare bene perché comprano o vendono azioni, e una legge vieta ai broker di offrire consulenze sugli investimenti. La Pex e le società di intermediazione come Target hanno cercato di incoraggiare gli investitori a prendere informazioni sulle aziende in cui investono. "Consigliamo agli investitori di procurarsi i bilanci aziendali. Devono leggerli e capire qual è la migliore, quale ha registrato dei profitti e quale invece è in perdita", dice Assmaa Mohammed Saeed al Masri, direttore generale di Target. "Devono sapere chi siede nel consiglio d’amministrazione, sapere se si tratta di persone buone o cattive, se sono ladri o se si fanno corrompere".
Gli uomini nella sala delle proiezioni si consultano tra loro per decidere quando vendere e quando comprare. "Sono un vecchio investitore. Tutti mi chiedono consigli", si vanta Halaweh. Ci racconta che grazie ai soldi guadagnati è riuscito a far studiare i suoi nove figli.
Non è stato facile convincere i palestinesi a investire in borsa. All’inizio le attività finanziarie venivano associate al divieto islamico di fare scommesse. "C’è voluto molto tempo per far capire alle persone che il mercato finanziario non è haram, proibi- to dalla religione, perché non si tratta di scommettere, ma di investire su determinate aziende", racconta Masri.
Target offre anche un accesso al mercato finanziario giordano, ma molti investitori comprano solo sulla Pex. "Io investo in Palestina per far crescere il mercato locale", dice Halaweh. Ultimamente giocare in borsa è diventato redditizio. Secondo il Fondo monetario internazionale l’economia palestinese è cresciuta del 9,3 per cento nel 2010 e del 7 per cento nella prima metà del 2011. Quest’anno la borsa ha quotato sei nuove aziende. Alla fine di agosto l’indice Al Quds, che segue l’andamento di una decina di aziende quotate alla Pex, era aumentato dello 0,4 per cento rispetto all’andamento dei primi otto mesi dell’anno. I broker e gli operatori ammettono che il mercato è ancora soggetto ai capricci della politica legata al conflitto. Una nuova esplosione di violenza potrebbe azzerare gli ultimi successi. "Senza la speranza non si fanno investimenti", dice Masri.
L’economia palestinese è cresciuta soprattutto grazie agli aiuti dei governi occidentali. "La comunità palestinese dipende dai donatori internazionali, e questo ha effetti negativi sull’economia", dice Khaied al Sabawi, direttore generale della società immobiliare Union construction & investment, con sede a Ramallah. "Con il fiume di aiuti che si riversa in Cisgiordania, prima o poi dovremo affrontare una bolla economica".
Invece, se le donazioni straniere subissero un brusco calo, gli effetti si farebbero sentire sui profitti delle aziende, con un abbassamento del valore delle azioni e della disponibilità dei palestinesi a investire in borsa. "Sembra che la crescita economica sia stabile ma è solo una sensazione. Dipende fortemente dalla situazione politica o dalle condizioni imposte dalla comunità dei donatori", fa notare Al Sabawi. "Al primo problema politico ci tagliano i fondi ".
Nonostante i rischi, gli investitori stranieri hanno già notato questo piccolo mercato. La Lotus financial investment è una società di intermediazione finanziaria creata nel 2005 con l’obiettivo di far entrare gli stranieri nel mercato palestinese. "Abbiamo avuto successo. Ora siamo la più grande società di intermediazione finanziaria presente qui e trattiamo con investitori stranieri ", dice Tareq Shaka, il direttore generale della Lotus. "Molte persone non hanno la più pallida idea dell’esistenza di una borsa valori da queste parti", dice Shaka ridendo. In questi giorni l’80 per cento degli scambi trattati dalla Lotus proviene da investitori stranieri.
La possibilità di una conclusione pacifica del conflitto potrebbe far decollare definitivamente la Pex. "Non vedo l’ora che arrivi un vero accordo di pace con Israele", dice Aweidah. "Immaginate che una domenica Abu Mazen e Benjamin Netanyahu firmassero un accordo di pace. Il lunedì sì che ne vedremmo delle belle".
Bloomberg Businessweek