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 2011  ottobre 14 Venerdì calendario

LA VIA D’USCITA PASSA PER EFSF, LE DISMISSIONI E IL RISPARMIO - I

mercati anticipano, fuggono in avanti e intanto la politica arranca: è andata così lungo il cammino in salita della crisi del debito sovrano europeo. L’arrivo di nuovi stress test sulle banche europee, più severi nel tracciare gli scenari peggiori possibili sui bond governativi, e l’ipotesi di un haircut sul debito pubblico greco molto più punitivo di quanto previsto finora - non più tra il 5% e il 20% ma piuttosto tra il 40% e il 60% di perdita di capitale - hanno gettato ieri un’ombra lunga sull’asta dei BTp a medio-lungo termine e sullo spread tra Bund e BTp, riportando i Buoni del Tesoro decennali pericolosamente sulla soglia del 6 per cento. Un assaggio di come l’Italia rischia di essere gravemente danneggiata nel caso di una cattiva gestione della crisi o di rischio-contagio galoppante.

Nessuno vieta però di anticipare, in via teorica, il migliore scenario possibile, estendendo il concetto del "what if" - di gran moda di questi tempi - a eventi e soluzioni assolutamente favorevoli alla tenuta dei conti pubblici italiani.

Un primo scenario è quello di una seconda versione dell’Efsf che, invece di emettere un prototipo di euro-bond tra mille paletti, sia autorizzato a usare i suoi 440 miliardi di potenza di fuoco o i suoi 725 miliardi di garanzie statali per garantire a sua volta una certa percentuale di perdite potenziali sui titoli di Stato dell’eurozona periferica. Ieri il Credit Suisse ha calcolato proprio questo: se l’Efsf potesse garantire il primo 25% di possibili perdite sui titoli italiani, con ripartizione 80/20, la leva del fondo-salva Stati sarebbe di 1 a 5. Se la percentuale italiana fosse applicata ai titoli di Stato spagnoli ed elevata a una copertura del 50% delle perdite sui titoli greci, irlandesi e portoghesi, basterebbero 440 miliardi per garantire le necessità di raccolta di Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia fino al 2014: qualcosa come 1.800 miliardi di euro. Le aste di questi Stati non verrebbero alleviate negli ammontari in offerta ma di sicuro i rendimenti e quindi il costo della raccolta dei paesi periferici crollerebbe. Chissà come sarebbe andata l’asta dei BTp quinquennali ieri, con il Tesoro costretto a pagare un oneroso 5,32%, se il 25% delle perdite potenziali (ipotetiche) sui titoli fossero state garantite dall’Efsf.

Un altro scenario che realisticamente potrebbe concretizzarsi, anche se in tempi non brevissimi, è quello dell’abbattimento del debito pubblico italiano con operazioni one-off di dismissioni del patrimonio immobiliare dello Stato: il Mef è stato finora molto prudente, ha preventivato alienazioni possibili di immobili in un arco temporale di qualche anno attorno ai 30 miliardi. Se queste cessioni fossero messe in cantiere celermente, con una tabella di marcia scandita giorno per giorno, il mercato potrebbe intanto anticipare la riduzione dello stock del debito, con conseguente calo degli oneri sugli interessi. Queste dismissioni potrebbero essere affiancate dal collocamento di un nuovo fondo immobiliare sugli usi governativi con il rendimento delle quote generato dagli affitti pagati dallo Stato: un’operazione mirata soprattutto a recuperare quella quota del risparmio degli italiani che con la nascita dell’euro ha varcato le Alpi per non tornare più indietro.

Oltre alla ricchezza del patrimonio immobiliare dello Stato (che potrebbe incidere in maniera decisiva sull’avanzo primario con un taglio dei costi di manutenzione, con la razionalizzazione degli spazi e un potenziamento della redditività partendo per esempio dall’inavvicinabile patrimonio della Difesa e degli enti locali), l’Italia dovrebbe riuscire in prospettiva a contare di più sulla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Ispirandosi sotto questo profilo al modello giapponese: lo Stato nipponico è altamente indebitato, più dell’Italia rispetto al Pil, ma i titoli di Stato denominati in yen vengono collocati prevalentemente in casa. Il Mef ha dotato BoT, CTz, BTp e CcT di una marcia in più: dal prossimo primo gennaio, diventeranno titoli di debito fiscalmente agevolati, con una tassazione favorevole rispetto alle obbligazioni bancarie e societarie. Resta da vedere se questa novità avrà un impatto forte sulle scelte d’investimento delle famiglie italiane che gestiscono 3.650 miliardi di euro, ben oltre i 1.900 miliardi del debito pubblico. Gli italiani detengono oltre 600 miliardi sui conti correnti e sotto il materasso, oltre 300 miliardi in depositi bancari. I risparmiatori continuano a prediligere, tra i loro investimenti finanziari, i titoli obbligazionari a medio termine ai quali destinano oltre 700 miliardi: ma di questi, più della metà sono canalizzati sulle obbligazioni bancarie. Se il risparmiatore decidesse di aumentare anche solo in minima parte la quota dei BTp in portafoglio, l’asta di ieri da 3,5 miliardi di quinquennali al 4,6% netto sarebbe stata spazzata via, lasciando briciole agli stranieri.