Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 14/10/2011, 14 ottobre 2011
LA SVOLTA (IN RETROMARCIA) DEI CAMPI —
Le organizzazioni degli agricoltori stanno calcolando le perdite. «Siamo nell’ordine di 240-280 milioni in meno, ogni anno a partire dal 2014», comunica Pietro Sandri, responsabile economico di Coldiretti. Stime e tabelle girano anche negli uffici della Cia (Confederazione italiana agricoltori) e Confagricoltura. «Per l’Italia è in arrivo un taglio complessivo del 25% delle risorse», dichiara il presidente Cia, Giuseppe Politi. A Bruxelles, intanto, si prepara la grande macchina delle lobby agricole, le più antiche, le più rodate alla lunga trattativa che si aprirà sulla proposta presentata due giorni fa dal Commissario europeo Dacian Ciolos. Il Trattato di Lisbona ha introdotto la procedura della «codecisione» anche per l’agricoltura. Il progetto, quindi, dovrà essere approvato dall’Europarlamento e dal Consiglio dei ministri (i 27 Stati). Ci sono da dividere 1.040 miliardi di fondi in sette anni per il periodo 2014-2020, con 972 miliardi di «pagamenti diretti», cioè di sussidi passati direttamente agli agricoltori. Il problema è che la nuova Pac (Politica agricola comune) d’ora in avanti deve fare i conti non più con 15 Paesi, ma con 27. In prima fila i partner dell’Est europeo. Da dove partire? Ciolos fissa un parametro base, la «Sau» (superficie agricola utilizzabile), come dire: consideriamo la terra effettivamente coltivata. Risultato: i grandi Stati, compresa l’Italia, si collocano sopra la media dell’Europa allargata e dunque, secondo il ragionamento di Ciolos, sono loro che devono ridurre le pretese per fare spazio ai nuovi arrivati. Detto in cifre e prendendo come riferimento il 2013, l’Italia, secondo la simulazione realizzata da Coldiretti, dovrebbe rinunciare al 6% circa di finanziamenti all’anno (tra i 240 e i 280 milioni di euro). E qui scatta la reazione di Sandri (Coldiretti): «La scelta del parametro della superficie agricola utilizzabile è del tutto arbitrario. Per l’Italia il danno è doppio. In termini assoluti, per il taglio secco di fondi. E in termini relativi se guardiamo al nostro concorrente più agguerrito, la Francia che perde solo il 3%». Anche Germania e Spagna, però, dovrebbero cedere più o meno il 6%. La Gran Bretagna idem, ma, come sempre, fa capitolo a parte, poiché ha diritto a un rimborso dai tempi di Margaret Thatcher.
Le organizzazioni di categoria stanno valutando l’impatto sul mercato italiano. «Saremo fortemente penalizzati, migliaia di imprese sono in grave pericolo», osserva Politi della Cia. Coldiretti stima che i danni maggiori saranno a carico soprattutto dei grandi allevamenti del Nord Italia e dei coltivatori di olive. Conseguenze pesanti anche per il settore degli agrumi e del tabacco. Ma non piacciono neanche le altre scelte compiute dal Commissario Ciolos. Un solo esempio: la definizione troppo larga e generosa di «agricoltore attivo». È sufficiente dimostrare di aver ricevuto sussidi per un ammontare superiore al 5% del proprio reddito globale (comprese quindi altre attività di «diversificazione») per essere ammessi alla nuova distribuzione di finanziamenti. In serata arriva anche la lunga nota del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Questo il passaggio chiave: «Le proposte della Commissione appaiono complessivamente insoddisfacenti. Tutto l’impianto è caratterizzato da una forte complessità burocratica e da un’eccessiva rigidità. Sarà necessario un forte impegno del governo italiano, delle Regioni e dei rappresentanti italiani nel Parlamento europeo per correggere l’impostazione».
Interessante, però, registrare anche un punto di vista esterno, come quello di Franz Fischler, austriaco, ex commissario all’Agricoltura, oggi presidente di «Ecosocial forum», organizzazione non governativa. «Certo, sulla carta l’Italia perde qualcosa, ma con l’allargamento della Ue era inevitabile. La proposta della Commissione prevede però la possibilità di passare da un sistema di finanziamento diretto ai singoli agricoltori a una distribuzione delle risorse su scala omogenea, magari regionale. Per l’Italia può essere l’occasione per razionalizzare l’utilizzo dei fondi».
Giuseppe Sarcina