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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

Eravamo tre scrittori a Central Park Giovani, carini e rivali- E poi c’è ancora qualcu­no che sostiene che non è necessario cono­scere vita, morte e mira­coli letterari degli scrittori per ca­pire i loro libri

Eravamo tre scrittori a Central Park Giovani, carini e rivali- E poi c’è ancora qualcu­no che sostiene che non è necessario cono­scere vita, morte e mira­coli letterari degli scrittori per ca­pire i loro libri. Qualcuno che dice che si possono leggere le milledue­cento pagine di Infinite Jest senza sapere niente del suo autore, Da­vid Foster Wallace, del perché ab­bia deciso di togliersi la vita più o meno all’apice del successo e del­la sua banda di amici: Jeffrey Euge­nides, Jonathan Franzen, Mary Karr, Mark Costello, Rick Moody, Donald Antrim. Galeotta fu un’estate, quella del 1988, in cui Eugenides guardava fuori dal suo appena affittato appartamento a Prospect Heights, Brooklyn - do­po cinque anni a New York in cui non aveva pubblicato una riga - e rimirando lo skyline di Manhat­t­an si chiedeva come sarebbe arri­vato, grazie alla letteratura, a guar­dare il se stesso di quegli anni a Brooklyn dalle finestre di quei grattacieli. Era la stessa estate in cui Franzen, suo coetaneo, si sen­tiva «totalmente isolato» nella sua reclusione monastica a Jackson Heights, Queens, alle prese con un blocco dopo aver appena otte­nuto un apprezzabile successo con La ventisettesima città e aver riconosciuto Wallace 26enne co­me “ collega” ( La scopa del sistema era uscito l’anno prima). Quei bravi ragazzi diventano una piccola colonia inseparabile: dibattono, si passano i manoscrit­ti, si contendono il primato di pu­rezza letteraria e disprezzano le concessioni di ciascuno alle rego­l­e editoriali, si presentano le ragaz­ze e si a­ffrontano sui campi da ten­nis di Central Park, sfogando le lo­ro gelosie (a Wallace la palma del sentimento in questione) a colpi di racchetta. Perciò non tarderan­no a tirarsi frecce avvelenate: «Mi sembri così matto» diceva Walla­ce a Franzen. «Perché vuoi essere mio amico?»; «Merda, questo ra­gazzo ce l’ha fatta» esclama Fran­zen dopo aver letto il tomo mano­­scritto di Infinite Jest ; «Ho odiato La scopa del sistema » squittiva Mary Karr. «Era il peggior libro che avessi mai letto».Tutti ex “bril­lanti promesse” della letteratura americana, tutti ora sulla soglia dell’essere vezzeggiati come «ve­nerati maestri». Potrebbe basta­re. Il fatto è che poi qualcuno nei propri romanzi, ci mette proprio il periodo «soliti stronzi», il passag­gio intermedio dallo start al po­dio, ovvero i giorni, i mesi, passati insieme ad ascoltare il ronzio del­la macchina da scrivere elettrica nella stanza accanto, occupata dal tuo migliore amico, scrittore proprio come te. Stavolta è toccato a Jeffrey Euge­nides, classe 1960, autore delle Vergini suicide , Pulitzer per Midd­lesex, cattedra di scrittura creati­va a Princeton dal 2007. Il suo ter­zo romanzo in diciotto anni, The Marriage Plot ( Farrar, Straus & Gi­roux, 416 pagine, $ 28 ), è fresco di stampa e, indovinate un po’, è un romanzo a chiave (naturalmente Eugenides nega). Fatto sta che, do­po la scomparsa di Wallace, Euge­nides non è nemmeno il primo a inserirne la figura in un romanzo. L’altro amico del cuore, Franzen, ci aveva già provato con un perso­naggio sputato al genio in banda­na inserito in Libertà (Einaudi) e con un saggio pubblicato sul New Yorker in cui dava conto della loro complicata amicizia. Un conto amaro, al termine del quale Fran­zen non concedeva a Wallace ­suo grandissimo amico anche di penna - nessuna attenuante per aver compiuto l’atto estremo: «La persona depressa poi si uccise, in un modo calcolato per infliggere il massimo del dolore a coloro che aveva più amato, e noi che lo amammo fummo abbandonati al­la nostra rabbia e traditi. Traditi non soltanto dal fallimento del no­stro investimento d’amore ma dal modo in cui il suo suicidio ce lo aveva sottratto per trasformarlo in pubblica leggenda». In The marriage plot , Eugeni­des inserisce elementi inequivo­cabili: bandana, inces­sante masticazione del tabacco, straordinaria competenza in filosofia, struggente quanto falli­mentare battaglia con la psicolabilità. Ed ecco pronto il “suo” Wallace­personaggio. Poi aggiun­ge un Greco- americano di Detroit impegnato in studi religiosi alla Brown University (dove Eugenides si è laureato nel 1983). Ed ecco pronto se stes­so. Se poi si precisa che The Mar­riage Plot è ambientato nel 1982, il gioco della chiave è fatto:il roman­zo è un perfetto ritratto dell’artista da giovane e siccome questo arti­sta era uno degli elementi di pun­ta della meglio gioventù letteraria americana, il romanzo svela, che lo voglia o no, amori, odi, vendet­te, lealtà e rivalità della crema in­tellettuale statunitense.