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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

Crolla il teorema Woodcock «Lavitola non va arrestato» - Dopo Tarantini, anche Valter Lavitola non va arrestato

Crolla il teorema Woodcock «Lavitola non va arrestato» - Dopo Tarantini, anche Valter Lavitola non va arrestato. La pro­cura di Bari smonta l’ipotesi di in­duzione alla falsa testimonianza a carico dell’ex editore de l’Avanti!e chiede al gip la revoca della misu­ra cautelare (che avrebbe comun­que perso efficacia, se non confer­mata, il 16 ottobre). I magistrati pu­gliesi hanno impiegato poco più di due settimane per demolire la ri­costruzione accusatoria prospet­tata dal tribunale del Riesame di Napoli che, a sua volta, aveva azze­rato l’inchiesta sulla presunta estorsione a carico di Silvio Berlu­sconi condotta dai pm vesuviani Woodcock, Curcio e Piscitelli. Lavitola, dunque, resta indaga­to a piede libero, mancando i gravi indizi di colpevolezza a suo carico. Il ragionamento del procuratore aggiunto barese Pasquale Drago, affidato a una memoria di 10 dieci pagine consegnate al gip Sergio Di Paola,si basa sul presupposto fon­damentale che non c’è alcuna pro­va concreta a sostegno dell’accusa di induzione alla falsa testimo­nianza nei confronti di Lavitola. Niente di rilevante. Eppure i giudi­ci di Napoli, su sollecitazione dei pm di Lepore, in extremis l’aveva­no messa giù in un modo diverso. E cioè che l’ex editore avrebbe pa­gato Gianpaolo Tarantini, per con­to del presidente del Consiglio, perché mentisse davanti all’auto­rità giudiziaria sulle serate a Palaz­zo Grazioli, su cui era aperto un procedimento penale. Una tesi af­fascinante forse, ma evidentemen­te no­n condivisa da una toga esper­ta come Drago, che ha ritenuto do­veroso approfondire esattamente come si è svolta la vicenda relativa alla consegna del denaro da parte del premier a Tarantini, proprio per il tramite di Lavitola. Finora, scrive il magistrato inquirente pu­gliese, «nessuno è riuscito a capire esattamente come si sono svolti i fatti». Una valutazione che suona come una solenne bocciatura non solo delle (presunte) nuove certez­ze dei pm che in extremis avevano cambiato idea e ipotesi di reato di fronte al Riesame, ma del Riesame stesso che aveva recepito il «ripen­samento » trasferendo il fascicolo dal capoluogo campano a quello pugliese, cambiando il profilo d’accusa da estorsione a induzio­ne alla falsa testimonianza. Ma an­che (e soprattutto) di quelle della procura partenopea che su Lavito­la, Tarantini e la«parte offesa»Ber­lusconi ha indagato- pur non aven­done titolo, come poi riconosciu­to sia dal gip Primavera sia dallo stesso Riesame - su un reato che non esiste (visto che l’accusa di estorsione a Napoli è stata cancel­lata) e che, per questo reato, ha ad­dirittura chiesto e ottenuto tre or­dini di custodia cautelare in carce­re (Lavitola, Tarantini e sua mo­glie, Angela Devenuto). Nel suo provvedimento, il pro­cur­atore Drago è poi tornato ad af­frontare la questione della compe­tenza territoriale da parte della procura di Bari, rimandandone l’approfondimento al termine del­le indagini. Va da sé che, avendo l’ufficio giudiziario pugliese ridi­mensionato il nuovo filone investi­gativo, anche la posizione di Silvio Berlusconi (che, per il Riesame partenopeo, sarebbe il «mandan­te » dell’induzione alla falsa testi­monianza ai danni di Tarantini) cambia radicalmente: se manca­no le prove a carico del presunto in­termediario, cioè Lavitola, quali potrebbero essere infatti quelle a carico dell’altrettanto presunto ideatore del piano? Tutto ciò acca­de mentre a Roma resta il fascicolo residuale sui supposti ricatti al pre­sidente del Consiglio, che si sareb­bero consumati tra giugno e luglio scorsi con la consegna, da parte di Berlusconi, di somme di denaro a Gianpi e a sua moglie Nicla. Gesti di «liberalità», li ha definiti il Cava­liere in una memoria scritta invia­ta ai pm di Napoli, nati dal deside­rio di aiutare una famiglia travolta da una gravissima crisi finanziaria (successiva all’arresto di Taranti­ni) e di offrire al manager pugliese la possibilità di rimettersi in car­reggiata avviando un’attività im­prenditoriale all’estero. Nessuna estorsione, ma un «aiuto» come lo definì il Cav parlando con Lavitola nella famosa intercettazione pub­blicata da l’Espresso , coperta dal segreto e strenuamente negata dai pm agli avvocati di Tarantini salvo ricomparire all’improvviso fra migliaia di altri atti depositati. A questo scopo sarebbero stati stanziati i famosi 500mila euro di cui gli indagati parlano nelle telefo­nate intercettate a Napoli e ora agli atti del procedimento aperto a Roma. Chi, invece, proprio non riesce a rassegnarsi all’idea di aver perso il fascicolo, è il procuratore di Napo­li, Giovandomenico Lepore che ancora ieri sera dichiarava: «Ma­no a mano che andiamo avanti mi convinco sempre di più che il crite­rio da noi adottato sulla competen­za­territoriale dell’inchiesta sui sol­di erogati a Tarantini e Lavitola era il più giusto. Ora infatti l’inchiesta si è sdoppiata metà a Roma e metà a Bari. E il suo futuro appare incer­to ». Come se gip e Riesame di Na­poli, procuratore aggiunto di Bari, non contassero nulla.