Giorgio Dell’Arti, La Stampa 13/10/2011, 13 ottobre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 215 - L’ITALIA DEL 1861
Di che paese parliamo?
In base al censimento del 1861, abitavano il Regno d’Italia 22.182.000 persone, sui 26.328.000 che vivevano nella Penisola. 7.100.000 abitanti dalle province napoletane, 2.350.000 dalla Sicilia, 900.000 dalle Marche, mezzo milione di umbri. All’unificazione completa mancavano il Veneto, che ci sarebbe stato dato a compenso di una guerra perduta quella del 1866 -, il Trentino, che inglobammo alla fine della I guerra mondiale, e Roma, che prendemmo nel 1870 grazia all’attacco prussiano a Napoleone III. «Grande evento» dice Romeo a proposito dell’unificazione avvenuta nel 1860 con i plebisciti. «Il più grande della storia d’Italia dopo la caduta dell’Impero d’Occidente».
Com’era fatto quel primo parlamento italiano?
I nobili e i proprietari terrieri erano diminuiti, per via dell’anatema pontificio. Il nucleo più numeroso erano gli avvocati: 130. Poi c’erano 20 medici, 19 ingegneri, 7 industriali, 5 banchieri, una trentina di funzionari, venti magistrati e una quarantina di docenti universitari. Anche 13 sacerdoti. E Giuseppe Verdi.
Operai?
Ma era il solito parlamento di ricchi. Votarono 200 mila italiani, su 400 mila aventi diritto. Un rapporto di un elettore ogni 110 abitanti.
La questione principale mi pare quella del Sud.
Uno studio recentissimo della Svimez ha provato che il pil pro-capite del Mezzogiorno era pari a quello del Centro-Nord. La corsa a due velocità è cominciata dopo e nel 1951 la ricchezza prodotta al Sud era circa la metà di quella del paese. Si deve ammettere che dall’unificazione a oggi il Nord ha fatto in modo di crescere anche a discapito del Sud o sfruttando il Sud o saccheggiando il Sud, il quale, a sua volta, ha lasciato fare, preferendo farsi mantenere dallo Stato e stuprare dalla malavita, secondo la filosofia ferocemente rassegnata che già Scialoja e gli altri avevano osservato da subito e con orrore. Pure non si deve dimenticare che, alla vigilia dell’impresa di Garibaldi, il Regno delle Due Sicilie era circondato da un discredito imbarazzante, gli inglesi ricevevano i diplomatici napoletani senza peritarsi di farsene beffe o di riservare al re Ferdinando prima e al re Francesco poi gli epiteti più sanguinosi. I carteggi dei diplomatici traboccano di termini come «ripugnanza», «putrefazione», «negazione di Dio», «verminaio». Non era solo disgusto razzista. All’interno, non c’era nessuna possibilità di rapporto tra monarchia e intellettuali, e lo sfacelo dei corpi dello Stato, a cominciare da quello militare, è dimostrato dalla facilità con cui le camicie rosse risalirono in cinque mesi dalla Sicilia a Napoli.
I briganti?
Una guerra civile, in cui i piemontesi impiegarono più di 100 mila uomini. Carcere duro, massacri. Ma ferocia anche dall’altra parte. I briganti stavano a mezzo tra la malavita comune e l’esercito di guerriglia, finanziato da Francesco e Sofia di Borbone. Una guerra priva di sapienza politica, vinta brutalmente a un prezzo che paghiamo ancora adesso.
C’è poi la questione dei democratici e della rivoluzione tradita.
Ne abbiamo già accennato, mi pare. La lettura marxista di quegli eventi è fortemente fuorviante. Nessuno dei soggetti in campo (Cavour, Mazzini, Garibaldi) aveva la minima vocazione sociale, se non forse in termini sentimentali, fantastici, tutte pappe che comunque non attiravano minimamente il nostro conte, come credo si sia capito. La struttura proprietaria del Paese non era in discussione, la teoria delle classi ignorata. Chi avrebbe dovuto recitare, là in mezzo, la parte del difensore dei poveri? A Garibaldi, che proteggeva gli interessi inglesi e quelli dei padroncini, le insorgenze contadine non facevano la minima impressione. La vera spaccatura, casomai, non fu tra moderati e democratici - destinati negli anni a venire a esser sempre meno distinguibili - ma proprio tra masse diseredate delle campagne e ceto urbano. Il rendiconto di questa tragedia è rappresentato dai numeri dell’emigrazione, milioni e milioni di italiani costretti nei decenni a venire a lasciare il paese per andare prima nell’America del Sud e poi negli Stati Uniti. Ce n’erano già parecchi di italiani emigrati per miseria in quel 1861. Mezzo milione negli Stati Uniti, un altro mezzo milione nel resto delle Americhe, quasi ottantamila in Francia...
Che Paese si vede adoperando il censimento del 1861?
Io ho avuto l’impressione di un paese vuoto: città piccole, villaggi di poche decine di case, in campagna casolari sperduti e dominati dal padre-padrone. 67 analfabeti su 100 al nord, e 87 al sud. Famiglie in media di 4-5 persone, più numerose al nord e al centro - specie in Umbria e Toscana - che nel Mezzogiorno. La città più grande d’Italia era Napoli, 447.065 abitanti. L’italiano medio aveva 27 anni di età, ma non campava più di quarant’anni. Il 70 per cento lavorava in campagna, nell’industria il 18 per cento.
E che industria era?
Manifatture, soprattutto. Cavour pensava che il Bel Paese, col suo sole e le sue opere d’arte, fosse inadatto all’industria pesante. Si produceva tessile e agricoltura. Altro problema, i collegamenti: poche e brutte strade, poche ferrovie, nonostante un migliaio scarso di chilometri di binari.