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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

Se Berlino è ridotta a un parco giochi - A disagio tra le gru e i tubi colorati che negli anni post Muro attraversavano l’orizzonte della più grande città-cantiere al mondo, il famoso gruppo industrial berlinese degli Einstürzende Neubauten cantava nel 2000 «il paesaggio di cicatrici / che sparisce lentamente / fa affiorare il lamento dei fantasmi»

Se Berlino è ridotta a un parco giochi - A disagio tra le gru e i tubi colorati che negli anni post Muro attraversavano l’orizzonte della più grande città-cantiere al mondo, il famoso gruppo industrial berlinese degli Einstürzende Neubauten cantava nel 2000 «il paesaggio di cicatrici / che sparisce lentamente / fa affiorare il lamento dei fantasmi». La ferita del Muro, allora, era già svanita e la restaurazione della capitale degli anni d’oro, guglielmina e Anni Venti, in corso. Ma dalla fusione delle due città è emersa nel frattempo una Berlino completamente nuova, inattesa. Una vera e propria calamita per decine di migliaia di italiani che si sono trasferiti lì. Certo, oggi la capitale della Germania unificata ha deluso le aspettative di chi dopo il 1989 aveva tracciato una croce sul continente e aveva decretato che il centro geografico e, dunque, crocevia ideale per i nuovi commerci dell’Europa allargata dovesse essere la città dove Marlene «teneva sempre una valigia». Lo storico dell’Europa dell’Est Karl Schlö gel (che interverrà domani alla VII edizione del FestivalStoria di Torino sui temi del suo nuovo libro Arcipelago Europa ), la definisce ancora un’ enclave e una città «che fa i conti con una grande solitudine». Con quel «complesso di superiorità» che secondo Kurt Tucholsky è sempre stato la cifra della città, Berlino è diventata «un grande parco tematico del Novecento» e allo stesso tempo «un immenso parco giochi». Adesso questo ex avamposto del nazismo e del comunismo, delle due ideologie portanti del ’900, «si merita però un po’ di normalità» secondo il saggista tedesco. «Basta, per favore, con i grandi progetti utopici per Berlino!», sospira. Professore, molti si aspettavano che con l’allargamento a Est Berlino sarebbe diventata la capitale della nuova Europa, soprattutto dal punto di vista economico. «Dopo il 1989 attorno a Berlino si erano coagulate aspettative mostruose e ingiustificate e nessuno aveva fatto i conti con il fatto che non si può cambiare una città in base a una decisione. Ci vogliono generazioni per plasmarne la fisionomia. Soprattutto, ci vorrà tempo per ricostruire un luogo dove la potenza intellettuale è stata spazzata via dal nazismo e quella economica dalla divisione Est/Ovest. Nei decenni delle due Germanie le banche si sono spostate a Francoforte, i media ad Amburgo, le industrie da qui e dalla Sassonia in Svevia o a Monaco. Sono processi irreversibili». Un po’ come la fiera dei libri di Lipsia che dietro il Muro si è atrofizzata a favore di Francoforte... Ma perché Berlino è ancora così speciale, perché attira migliaia di giovani da tutto il mondo? «Anzitutto perché è molto economica. Attira moltissimi artisti, ad esempio, che qui affittano atelier a prezzi molto più bassi che altrove. Ed è pur sempre una città molto grande e molto viva dal punto di vista culturale. Quando torno a Berlino da Orio al Serio gli aerei sono sempre pieni di ragazzi italiani che vanno a fare anche solo un fine settimana lì, nei famosi club berlinesi. E riunisce la gente più inverosimile pensi che ci vivono 200 mila russi con le loro infrastrutture, scuole, ristoranti, negozi». Nel suo ultimo libro, Arcipelago Europa lei definisce Berlino «parco dei divertimenti d’Europa». È anche questo? «Sì e francamente trovo questa dimensione esagerata e ormai insostenibile. Ci sono interi quartieri che chiudono d’estate per giorni perché ci sono le feste. Questo non è il ritmo di una città di lavoratori, di una città che produce. Questa, per Berlino, non può che essere una fase di passaggio». Ma se ha appena detto che l’industria di una volta non si può ristabilire, chi è che può tornare qui? «L’industria classica no, ma c’è una tendenza di aziende high tech, sanitarie ma anche dei media, a installarsi qui. E non dimentichiamoci che questa città è tornata a essere un polo scientifico e universitario importante. Berlino non può continuare ad avere in eterno i bilanci in rosso, non può essere sempre assistita dallo Stato. Deve trovare il modo di finanziarsi da sola». Fa parte però di questo fascino dell’enclave che continua a mantenere, come quando c’era la divisione tra blocchi, non pensa? «In un certo senso sì. Ma resta un’enclave anche perché è una città senza una “metropolitan region” attorno, isolata. Anzi, sola. Con le stimmate di quelle che Hobsbawm chiama le “città estreme” del ’900. L’altra, ovviamente, è Mosca». Quali sono secondo lei i luoghi più belli? Nel libro ricorda una cosa che salta subito agli occhi quando si passeggia per la città: è piena di buchi improvvisi o aree dimesse nel mezzo di zone apparentemente risanate. «Certamente per me i luoghi più belli di Berlino non sono Potsdamer Platz o la Porta di Brandeburgo. Sono quei buchi e il fascino di una città in continua evoluzione da decenni. Sembra un tappeto che qualcuno sta tessendo giorno per giorno. Questa riurbanizzazione è l’aspetto più affascinante». Cosa pensa del fenomeno diffuso in alcuni quartieri di bruciare le macchine di grossa cilindrata o della polemica sui tedeschi ricchi che starebbero rovinando alcuni quartieri? «Non mi identifico in chi tenta di preservare il presunto carattere di Prenzlauer Berg bruciando le Mercedes degli svevi. È sintomo di un grande provincialismo. Ben vengano gli svevi. Ho abitato per anni a Kreuzberg e le assicuro che il 1˚ maggio, con i fenomeni annessi di teppismo, non ha ormai più nulla di politico». E perché Berlino attira in particolare gli italiani? «Per i motivi che ci siamo detti. Ma mi lasci dire che quando io vedo le vostre Rapallo o Monterosso mi chiedo come mai ho girato per tanti anni per l’Est Europa facendomi trattare male dai burberi concierge degli alberghi moscoviti invece di venire più spesso qui...».