ALESSANDRO BARBERO, La Stampa 13/10/2011, 13 ottobre 2011
MA PER LA GRANDE STORIA È IL MESE DEL FREDDO
Da oggi è ufficiale: quello del 2011 è l’ottobre più caldo della storia, e il meno piovoso, almeno da quando esistono le statistiche. Ma sarà vero? Se proviamo a ricordare qualche grande evento capitato in ottobre, si direbbe che sia proprio così: le condizioni meteo sono sempre piuttosto diverse da quelle estive a cui ci hanno abituato le ultime settimane. A ottobre, nella storia, piove e fa freddo, e non c’è nessun dubbio che sta arrivando l’inverno.
Faceva freddo il 7 ottobre 1571, quando fu combattuta la battaglia di Lepanto, in un Mediterraneo dove all’avvicinarsi della cattiva stagione le galere si affrettavano a rientrare in porto prima che fosse troppo tardi. I turchi erano già a casa da un pezzo, intenti a licenziare i giannizzeri e i rematori, quando seppero che quei pazzi dei comandanti cristiani erano ancora in mare e li stavano venendo a cercare. Se anziché accettare la sfida il kapudan pascià fosse rimasto al sicuro nel porto di Lepanto, la flotta cristiana non avrebbe potuto far altro che tornare a casa, intirizzita e fradicia di pioggia. Invece i turchi uscirono, e all’indomani della grande vittoria gli ammiragli cristiani parlarono di andare avanti, riconquistare Cipro, invadere la Grecia, cannoneggiare Costantinopoli. Ma le galere erano piene di morti e di feriti, non c’era più niente da mangiare, e soprattutto pioveva, faceva freddo e minacciava burrasca: cosa potevano fare? Tornarono a casa, e la battaglia di Lepanto rimase senza quelle conseguenze concrete che avrebbe potuto avere se fosse stata combattuta a giugno anziché ad ottobre.
Faceva freddo anche a Caporetto, all’alba del 24 ottobre 1917, e non solo per le truppe che tenevano i rifugi in caverna sulle cime delle montagne: faceva freddo nelle trincee dell’Isonzo e più indietro, nelle ville venete dov’erano acquartierati gli alti comandi e dove i ceppi bruciavano già nei camini padronali. La nebbia gelata nascondeva il paesaggio autunnale così come nascose i movimenti delle Sturmtruppen tedesche che s’infiltravano tra gli avamposti, e le nuvole di gas che sorpresero la prima linea addormentata, facendo passare migliaia d’uomini dal sonno alla morte. Faceva freddo e poi piovve, piovve giorno e notte sulle colonne in ritirata raccontate da Hemingway: centinaia di migliaia di uomini, muli e cavalli in marcia nel fango gelido, fino ai ponti sul Tagliamento e poi ancora più in là, fino al Piave.
Cinque anni dopo, pioveva e faceva freddo a Roma e in tutta Italia. Era la notte fra il 27 e il 28 ottobre 1922. Pioveva sulle squadre in camicia nera ammassate sui camion e negli accampamenti improvvisati alle porte di Roma, anche se il cavalier Benito Mussolini era all’asciutto nel suo vagone letto. Quella pioggia l’ha fatta vedere Dino Risi nella Marcia su Roma, ma non l’ha inventata lui: pioveva davvero, e il morale degli squadristi intirizziti rischiava di finire sotto i tacchi, quando si sparse la notizia che il re aveva telegrafato a Mussolini offrendogli il governo. Il giorno dopo, neanche a farlo apposta, smise di piovere...
Già, ma e la scoperta dell’America? Quel 12 ottobre 1492 non risulta che facesse freddo. L’8 ottobre il diario di bordo dell’Ammiraglio annota: «L’aria molto dolce, come in aprile a Siviglia». Qui, però, bisogna capirci, perché nei Caraibi, dove stava per approdare Colombo, le stagioni non sono le stesse che abbiamo dalle nostre parti. Il genovese non arrivò in un posto qualunque: arrivò alle Bahamas, dove c’è il sole 310 giorni all’anno, e la temperatura anche d’inverno non scende quasi mai sotto i 15˚. A ottobre la media è di 26˚; può darsi che all’epoca facesse un po’ più fresco rispetto al clima attuale, ma non c’è da stupirsi che Colombo abbia trovato gli alberi carichi di frutta, «con le foglie verdi come quelli di Castiglia nel mese di aprile o maggio», e gli abitanti nudi. In Europa, a quell’epoca, ottobre era tutt’altra cosa. In futuro invece, almeno a giudicare da quello che sta succedendo in questi giorni, non si può escludere che assomigli sempre più a quello dei Caraibi.