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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

LAVORO E SOLDI A CHRYSLER I SINDACATI AMERICANI RUBANO LA FIAT A FIOM


«Meno di tre anni fa quest’azienda viaggiava sull’orlo del baratro. Per giunta nel bel mezzo della peggior crisi dagli anni Trenta. Oggi, invece, vi annuncio un accordo che offre 2.100 nuovi posti di lavoro ad una comunità colpita dalla crisi». Ecco come comincia il messaggio con cui Bob King, leader sindacale dei metalmeccanici americani, annuncia l’accordo di massima con Sergio Marchionne per i 26 mila dipendenti Chrysler. Un accordo che è costato fatica, polemiche furibonde anche in pubblico, minacce di rottura fino all’ultimo, come si conviene ad una trattativa dura, ma leale, senza preoccupazioni di “ordine generale”o“priorità politiche”, come capita ai tavoli di Confindustria e delle segreterie. Un contratto all’americana o, se preferite, alla tedesca, come piace a Marchionne.
Alla fine i dipendenti Chrysler, che non vedevano un dollaro di contratto dall’inizio del Duemila, hanno ottenuto: 3.500 dollari di premio, metà subito, metà in base ai risultati; 500 dollari all’anno per quattro anni di recupero inflazione (contro i 6000 in tutto degli operai nFord e i 3000 di Gm); altri 500 dollari in base ai risultati raggiunti nella qualità.
Ma, soprattutto, il sindacato Uaw ha strappato un accordo che prevede 4,5 miliardi di investimenti per nuovi modelli e 2.100 nuovi posti di lavoro. La cosa più preziosa, di questi tempi. Ma per ottenere quest’obiettivo, Bob King ha fatto ampie concessioni a Marchionne: tutti i nuovi assunti riceveranno una paga ridotta, così come è successo a quelli richiamati in fabbrica dopo l’arrivo della Fiat. Anzi, l’Uaw ha levato il tetto precedente (i trattamenti di serie B non potevano superare il tetto del 25% della forza lavoro). In questo modo la Chrysler si è garantita per i prossimi quattro anni un costo del lavoro inferiore a quello di Ford e Gm, competitivo con Hiunday, Nissan e Toyota. Il sindacato, insomma, ha tenuto conto del fatto che Chrysler è più debole di Gm e Ford, perciò va protetta. Purché, beninteso, garantisca “jobs, jobs, jobs”. Ovvero lavoro. È un discorso di buon senso che non trova orecchie attente nel Bel Paese, dove l’eguaglianza salariale dall’Alpi alla Sicilia e un contratto rigido per tutti sono un dogma ben protetto.
A questo punto, semmai, c’è da chiedersi se i nuovi investimenti in Usa non siano destinati a sottrarre risorse a Fabbrica Italia. Il sospetto è che il contratto abbia aggiunto un nuovo tassello in questa direzione. Del resto, un paio di giorni fa, dopo l’appello di Maurizio Landini contro la fuga degli investimenti Fiat dall’Italia, un’analista indipendente del Center of Automotive Research di Ann Arbour, Kristin Dziczek, aveva detto al Detroit Free Press: «È scontato che un’azienda che opera in più Paesi cerchi le condizioni più vantaggiose per produrre. In particolare se i sindacati di un Paese non garantiscono la flessibilità necessaria e minori costi».

Ugo Bertone