Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

IL PROCESSO DI SARAH SCAZZI FINIRÀ A POTENZA


Lei dà per scontato che uscirà. Le ultime carte compilate dai magistrati di Cassazione, del resto, la inducono a tirare questa conclusione. Anche se un timore le rigira in testa con l’insistenza di una crivella: dover per forza aspettare quattro anni dietro alle inferriate, come ha aspettato Amanda l’americana. Questo, a Sabrina Misseri del delitto di Avetrana, sembra davvero troppo: «Potrei non farcela a stare qui dentro tanto tempo», dice.
La cugina di Sarah Scazzi, accusata di averla uccisa in concorso prima con suo padre, poi con sua madre, quindi con tutti e poi con nessuno, già vede il futuro davanti. E vai a sapere se dietro a tutto questo ci sia la forza dell’innocenza, oppure un semplice quanto odioso senso di impunità.
Di certo i giudici supremi sembrano spianare la strada verso la libertà, a Sabrina Misseri. Mentre il delitto di Avetrana, con le ultime sentenze di Tribunali svariati, si riduce ad avere tre soppressori della bambina gettata in fondo a un pozzo e nessun assassino. Oggi la Cassazione dirà se il processo dovrà essere trasferito a Potenza, perché a Taranto c’è il rischio di condizionare l’acquisizione delle prove a causa dell’alta «emotività ambientale» venuta a crearsi.
Per questa ragione lo stesso procuratore generale della Suprema Corte, Gabriele Mazzotta, ieri ha con decisione chiesto al collegio il trasferimento dell’inchiesta a Potenza, prendendo atto delle «gravi intimidazioni» che ci sono state nei confronti di persone coinvolte nel procedimento. Il procuratore ha citato il tentativo di linciaggio, con tanto di lancio di pietre, durante l’arresto di Cosima Serrano: madre di Sabrina. Lei, la zia di Sarah, è considerata complice di Sabrina in una ordinanza che tuttavia è opposta a una precedente, che invece vede Sabrina come unica esecutrice del delitto; con il padre complice soltanto nell’occultamento del corpo senza vita della bambina. Una contraddizione che ha spinto i giudici di Cassazione chiamati a pronunciarsi sulla remissione in libertà di madre e figlia ad affermare che nei loro confronti ci sono indizi «insussistenti e contrastanti». A stretto giro di posta, questa precedente Cassazione, aveva infatti annullato le due ordinanze emesse nei confronti di Sabrina, rinviando gli atti ai giudici di merito. Con un avvertimento: attenzione, tenere in piedi due ordinanze di custodia cautelare contrastanti (Riesame del 20 giugno e Riesame del 24 agosto) con due versioni alternative dell’esecuzione dello stesso delitto, crea un problema di «tenuta logica». E contrasta con uno dei principi cardini del nostro ordinamento processuale. Quello che vieta «ne bis in idem» che ci siano due processi per lo stesso reato.
Insomma, la sola certezza, scrivono i giudici è che Sarah è morta. Sì, ma come? Per mano di chi? E dove, se è vero come scrive il Ris, che di tracce del delitto non ne sono saltate fuori da nessuna parte al microscopio. Di Sarah non c’è impronta in casa e nemmeno nel garage. Niente nemmeno sull’auto di Cosima, sulla quale invece dovrebbe essere stata trasportata da uccisa. Nessuna impronta di lei nemmeno sulla corda che zio Miché dice di averle stretto al collo per calarla giù nel pozzo. E sulle cinquanta cinture sequestrate in casa Misseri? Zero: il nulla anche lì. Tanto che neanche l’arma esiste. Un delitto fantasma, se non fosse per la bambina ripescata senza vita e senza vestiti dal budello buio di Contrada Mosca, su confessione di Michele.
Mamma Concetta è una sfinge di dolore e dignità. Mormora senza scomporsi: «Se quelle due escono, non ci sarà giustizia per Sarah su questa terra».
Intanto Gabriele Mazzotta, in aula, ricorda le «intimidazioni» cui era stato sottoposto lo stesso Michele Misseri, che si è dovuto chiudere in casa. Zio Miché, in questi giorni è particolarmente arrabbiato. Tanto da esprimere a mezzo stampa la sua protesta contro la moglie, perché quando lui era in cella, «quella ha tagliato tutta la vigna, facendo vero un disastro». A essere soddisfatti sono ovviamente i difensori. Sia quelli di Cosima, sia quelli di Sabrina. Gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia, al termine dell’udienza a porte chiuse, nella quale la procura ha dato il via libera alla richiesta di trasferire il processo a Potenza ripetono che «il clima venuto a crearsi turba la serenità del procedimento e il codice tutela questa preoccupazione». Come dire: il processo andrà a Potenza. Oggi la decisione del presidente della Corte Severo Chieffi. Qualora il processo venisse davvero trasferito, questa sarebbe la prima volta dall’introduzione del nuovo Codice penale. È infatti dal 1989 che la Cassazione nega il “disco verde” al “trasloco” di un procedimento. E per trovare un trasferimento, con il vecchio codice, bisogna fare ancora più strada indietro.
Sabrina intanto spera e può farlo: il 18 novembre la Cassazione si dovrà pronunciare nuovamente sul ricorso presentato dalla difesa contro l’arresto.

Cristiana Lodi