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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

RICETTE E PROVERBI, SANTI E PINUP. NELL’ALMANACCO LE NOSTRE CERTEZZE

Il computo dei giorni, dei mesi, dell’alternarsi delle stagioni e dei cicli ha accompagnato da sempre la presenza dell’uomo su questa terra. Anche prima della scrittura, se è vero com’è vero che già nella preistoria si costruivano monumenti per segnare la posizione del sole in una certa data: Stonehenge, per esempio, è allineato perfettamente con il sorgere del sole nel giorno del solstizio di estate. Ma certo, la scrittura prima e soprattutto la stampa servirono a diffondere almanacchi, lunari, calendari. In origine erano destinati ai bisogni di una popolazione per la maggior parte di agricoltori, a cui ricordavano i momenti propizi per la semina, le stagioni dei diversi raccolti, della vendemmia, dell’allevamento degli animali. Riti e abitudini consolidate dai secoli che, anno dopo anno, in tavole variopinte o libriccini con numeri, frasi e figure si continuavano a ripetere.

Ancora oggi, in qualche regione italiana (in Toscana c’è il Sesto Caio Baccelli) si pubblicano questi rustici almanacchi, corredati da proverbi e filastrocche rimate per aiutare a non scordare un santo importante, un giorno significativo. Erede di queste tradizioni, il calendario di Frate Indovino si pubblica ogni anno con un buon successo di vendite. E, grazie ai suoi consigli, alle ricette che a volte regala, ai santi segnati accanto ai giorni viene appeso in cucina come pegno di buona fortuna, come segno di rassicurazione. Un effetto simile ce l’ha il calendario dei Carabinieri, che però osserva una religione secolarizzata, un culto laico e civile, proponendo per immagini le gesta generose dell’Arma Benemerita, gli atti di eroismo, i servigi resi ai cittadini. Figure colorate — c’è sempre la cavalcata delle sfilate solenni — che ricordano le copertine della «Domenica del Corriere», destinate anch’esse a un’Italia semplice e fiduciosa.

Oggi, forse, questa antica ingenuità si è perduta. Ma nemmeno tanto. Sì, perché se continuiamo a comprare e appendere in casa calendari con fotografie di luoghi dove si è stati in vacanza, di animali, di piante, di opere d’arte, lo facciamo quasi cercando una ipotetica, immaginaria soddisfazione di nostri sogni e bisogni. Per cui santi e patroni non possono ormai più nulla. E meno che mai il sacro e le ricorrenze religiose entrano nei calendari dove si ammirano — vedere e non toccare — belle ragazze più o meno svestite.

Già, la donna, supremo oggetto di desiderio: la Francia prima, ma poi con la potenza industriale che la contraddistingue l’America, hanno creato questo nuovo genere. Gli Stati Uniti soprattutto con l’era delle pinup, modelle, a volte attrici, destinate come dice la parola a finire sui muri di qualche caserma di marines o di una stazione di servizio naturalmente on the road. E in fondo Playboy, con la «Playmate», la ragazza del mese (nel primo numero, dicembre 1953, c’era Marilyn nuda), si rivolgeva a quello stesso pubblico di lonely boys, lonely and blue. Proponendo ai maschi del mondo intero, noi italiani compresi, un nuovo modo di usare il più antico richiamo.

Da noi, comunque, la rivoluzione delle ragazze-calendario aveva avuto un lungo preludio. Quello dei piccoli calendari profumati, che i barbieri regalavano per le feste, con figure — verso la fine anche foto — di femmine appassionate, romantiche odalische, zingarelle birichine, Salomè con o senza veli. A volte c’erano le scene di celebri opere liriche, ai tempi dell’impero di Mussolini arrivarono faccette nere e belle abissine. Oggi sono piccoli cimeli da collezione, allora erano i veniali segreti che i padri di famiglia tenevano nascosti. Poi, nel 1963, Pirelli stampò il primo calendario, destinato (salvo una sospensione fra il 1974 e il 1984) a costituire l’esempio singolare di un prodotto insieme nato per una clientela di officine e rivenditori di pneumatici ma sempre più pensato per sofisticati e contingentati estimatori. Così, in tiratura limitata, anno dopo anno le modelle al top e i fotografi più stimati componevano una sorta di percorso lungo i sentieri di un raffinato, esclusivo immaginario erotico. Una formula vincente che col passare del tempo è diventata un rito, qualcosa che si aspetta, che ogni volta deve sorprenderci. E dove, con audacia non comune, il prodotto, cioè lo pneumatico, è drasticamente assente.

Negli edonisti anni Ottanta, fu un fiorire di calendari, spesso abbinati a riviste e periodici. E non poche attrici o belle ragazze in cerca di notorietà ebbero i loro scatti sullo sfondo di mari tropicali, palme e lagune. Lavazza, il nome simbolo del caffè italiano, sarebbe arrivata nel 1991, con calendari folti di immagini femminili molto seducenti. Che facevano un po’ da contraltare alle bonarie campagne tv di Nino Manfredi. In attesa di lanciare (1995) la serie fortunata degli spot del Paradiso — prima Solenghi, poi Bonolis e Laurenti — ecco i grandi fotografi (Newton, La Chapelle, Ellen von Unwerth, Mondino, Erwitt, Scianna) che interpretano il bisogno e l’aroma di una bevanda che più la mandi giù, più ti tira su. Richiami erotici, metafore, fotografie che alternano un bianco e nero aggressivo con i colori di una tavolozza che non sarebbe dispiaciuta a Magritte. E sempre il nome o la tazzina di quella bevanda che promette piacere («Se non è buono, che piacere è?»). Vent’anni nel nome di un caffè che si chiama desiderio.
Ranieri Polese