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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

ELLIOTT ERWITT: «DOPO SESSANT’ANNI DI FOTOGRAFIA VOGLIO ANCORA ACCONTENTARE PRIMA ME STESSO»

Nel suo sito Internet Elliott Erwitt si ritrae con un cappello da giullare, l’espressione seria, di fianco a una scritta che recita. «Sono Elliott Erwitt. Lo sono stato per un certo numero di anni». 83, per la precisione. Nomadi. In giro per il mondo dalla nascita. A Milano ha passato i primi dieci anni della sua vita (è nato a Parigi nel 1928) per poi emigrare negli Stati Uniti poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale.

A Milano torna spesso (come ieri alla Triennale, per l’inaugurazione della mostra Lavazza), perché ha ricordi, amici e degli ottimi clienti con i quali lavora da anni. Perché Elliott Erwitt ha ufficialmente una doppia anima: fotografa per i suoi clienti, appunto, e per se stesso. «Sono un fotografo professionista per necessità, un fotografo amatore per vocazione», dichiarava. Ma oggi, come sempre con la macchina fotografica al collo e lo sguardo ridente, si corregge: «Credo di essere stato sempre un professionista. Le distinzioni non hanno più senso. L’unica differenza è che quando lavoro per un cliente lo devo accontentare. Ma comunque devo accontentare anche me stesso».

La sintesi dei suoi quasi sessant’anni di attività lo vede esordire diciottenne a Los Angeles come ragazzo di bottega in un negozio di fotografia (in un giorno ha lavato 25.000 stampe che ritraevano Ingrid Bergman), incontrare Robert Capa a New York all’inizio degli anni Cinquanta, diventare membro dell’agenzia Magnum nel 1953, viaggiare in tutto il mondo, realizzare immagini diventate storiche (l’incontro fra Kruscev e Nixon nel 1959, il set dell’ultimo film di Marilyn Monroe, Gli spostati, nel 1961, i funerali di John Kennedy nel 1963, il ritratto di Ernesto Che Guevara all’Avana nel 1964), realizzare documentari, spot e immagini di pubblicità e di moda con uno stile inconfondibile, acuto e gentilmente ironico.

Sempre riconoscibile. «Sempre no — precisa —. Ho fatto anche food, foto di architettura e di viaggio, e riconoscere la mia mano in quelle foto diventa difficile. Però ho pubblicato circa quaranta libri, otto dei quali dedicati ai cani. Adesso sto rivedendo tutto il mio archivio. Mi piace sorprendermi con immagini che mi sono dimenticato di aver fatto. Scopro e aggiungo continuamente cose nuove».

«Il mio prossimo libro, che esce questo mese, si chiama Sequentially Yours, come nelle firme delle lettere in inglese, e raccoglie sequenze e momenti non decisivi. Mi sono accorto che le foto fatte prima e dopo la realizzazione di un servizio a volte sono meglio della foto che viene scelta. Per esempio ho trovato trentadue foto di persone che cercano invano di chiudere l’ombrello e se ne vanno con l’ombrello aperto. Oppure una trentina di foto degli interpreti de Gli Spostati che si preparano per la foto ufficiale. Poi sto progettando un libro sui bambini: ho un sacco di figli (sei) e quindi un sacco di foto di bambini».

Prima dei bambini ci sono stati i cani, un’altra passione della sua vita: «I cani sono ovunque e si possono fotografare senza chiedere loro il permesso», scherza. Le foto dei cani — antropomorfi, buffi, teneri, umani, sempre divertenti — hanno fatto sorridere lettori di tutto il mondo e contribuito a farlo conoscere ovunque. Il suo primo introvabile e imperdibile Son of a Bitch, del 1974, è diventato un libro di culto per gli appassionati di cani e di fotografia e Dog Dogs, del 1997, ha venduto oltre trecentomila copie. Recentemente ha ripubblicato, con un’applicazione per iPad, Personal Best, un suo libro del 2006. Il suo meglio, cioè le foto che ha fatto per se stesso «mentre mi guadagnavo da vivere facendo il fotografo»: ci sono le foto storiche, le foto di famiglia, ritratti di persone celeberrime e di sconosciuti, piccoli gioielli di freschezza e arguzia realizzati con una straordinaria capacità di raccontare quello che solo lui riesce a vedere. «Ma ho fatto anche un libro sul mio peggio — aggiunge —. Nel 2009, con lo pseudonimo di André S. Solidor, ho pubblicato le mie foto peggiori: The Art of André S. Solidor. Ci sono pesci che fumano il sigaro, in copertina King Kong e una bella ragazza. Ho scelto il nome perché era proprio stupido e perché mi piace il suo acronimo (ASS: sedere), che non c’è bisogno che traduca».

Il suo italiano è sempre impeccabile e conserva un gradevole accento milanese. Questa volta rimarrà a Milano pochi giorni, fra una puntata a Parigi e un’altra a Berlino. Però viaggiare gli piace sempre meno: «Non è più una cosa da persone civili», dice. «Negli aeroporti americani ti fanno togliere le scarpe e la cintura». I suoi progetti immediati, una volta tornato a casa, a New York, sono una mostra per il Giappone prevista per gennaio 2012 e poi riposo: «Farò quelle cose che non faccio mai: saune e sole».
Giovanna Calvenzi