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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

C’ERAVAMO TANTO ODIATI. QUEI VELENI NEI PARTITI

Si scazzottano di santa ragione, nel «Partito dell’Amore». Al punto di porre un tema: quanto pesano, nella crisi del Pdl, al di l à dei distinguo politici, le crescenti insofferenze umane, di pelle, dell’uno contro l’altro? Diceva il Cavaliere, pitturando il suo mondo d’azzurro, che «l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio»: anche quelli intestini? Si fa presto a dire che in politica queste cose non contano. La stessa Daniela Santanchè, ai tempi in cui si era scelta la parte di nemica numero uno di Berlusconi, spiegò: «La politica è "solo" rapporti umani. Mi fa ridere chi dice che la politica non è fatta di questioni personali. È solo questione personale».
Non solo, si capisce, in Italia. Si pensi all’odio sordo che a un certo punto separò i destini di Tony Blair e di Gordon Brown. A quello che divideva Nicolas Sarkozy e Jacques Chirac. O ancora quello che dilania i principali partiti di governo del Giappone, che ha visto avvicendarsi sei governi negli ultimi cinque anni.

Né si può dire che, da noi, il problema tocchi solo la destra, anzi.

Basti ricordare il duello fatale, agli sgoccioli della stagione diccì che già aveva visto drammatiche notti dei lunghi coltelli, tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco. Col primo che si spinse a tagliare i telefoni («l’ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza») e l’altro che rispondeva bollando il nemico come «peggio di Amin Dada».

Per non dire della sinistra, dell’Ulivo e dell’Unione, lacerati da duelli gonfi di rancore tra Walter Veltroni e Massimo D’Alema, Armando Cossutta e Fausto Bertinotti, Clemente Mastella e Antonio Di Pietro e poi tutti contro tutti in una bolgia infernale che arrivò a ruotare intorno a una domanda epocale: riuscirà il governo Prodi a sopravvivere al voto di Franco Turigliatto? Ma certo, mentre affiorano odii personali anche dentro un partito monolitico come la Lega, lo spettacolo via via offerto da quella che Berlusconi aveva definito «una nave di sognatori» è sempre più sconcertante. A partire, ovvio, dal conflitto ormai insanabile tra lui, il Cavaliere, e Giulio Tremonti. Ricordate il primo bisticcio pubblico? Fu alla conferenza stampa a chiusura del vertice di Londra in cui il premier fece sobbalzare («Mister Obamaaa!» «Chi è che urla?») la regina Elisabetta.

Si sedettero e il Cavaliere esordì sarcastico: «Do la parola a Tremonti, che vi dirà cose geniali». Replica: «Di solito in questi vertici lavorano molto gli sherpa, i nostri assistenti, moltissimo i ministri e quasi nulla i capi di governo. Qui a Londra è stato il contrario, noi ministri non abbiamo fatto nulla e hanno fatto tutto loro, i capi di governo, lavoravano e si applaudivano anche da soli...». Ancora il Cavaliere: «In compenso voi ministri stavate al cesso...». Ma se lo scontro, durissimo, fra il premier e quello che è stato per anni il responsabile della sua politica economica, è vissuto soprattutto di umori, smorfie, occhiate, titoli omicidi su giornali amici, le risse tra la ciurma della «nave di sognatori» sono state sempre più esibite, rivendicate, plateali. In un crescendo inarrestabile.

Ed ecco Giancarlo Galan contro Aldo Brancher: «Un avvoltoio che conosce solo il Bardolino. Un uomo senza qualità, con tanti peccati politici».

Il coordinatore campano Nicola Cosentino contro Stefano Caldoro, con pettegolezzi che l’avrebbero portato a essere accusato dai giudici di aver fatto «pubblicare un articolo su un blog che riferiva della frequentazione di transessuali da parte dell’attuale presidente della Regione Campania».

E poi Paolo Guzzanti contro «la mignottocrazia»: «È possibile che il capo di un governo nomini ministro persone che hanno il solo e unico merito di averlo servito, emozionato, soddisfatto personalmente? Abbasso la mignottocrazia, viva la Repubblica!». E Antonio Martino, la «tessera numero due» di Forza Italia, contro Franco Frattini: «Ha un unico grande difetto: è un fifone. Non ha coraggio, in questa crisi a Gaza; e quando uno non ha coraggio non può darselo. Solo che in politica l’assenza di coraggio è il difetto peggiore». E ancora Marcello Dell’Utri contro i Circoli della libertà di Michela Vittoria Brambilla: «È come si fa nei supermercati. Crei una "sottomarca" per avere più clienti».

E giù giù, per mesi e mesi... In una balcanizzazione progressiva, continuata anche dopo la rottura con Fini, di quello che appariva come un partito compattissimo. Scontri tremendi rimasti nascosti. E baruffe finite dritte sui giornali, come l’irruzione nell’ufficio di Fabrizio Cicchitto della stessa Brambilla, furente per gli sms che la convocavano per le votazioni alla Camera: «Io non mi faccio trattare come una scolaretta!». Col capogruppo che perdeva la pazienza: «E invece proprio a te è necessario mandarli. Hai il record dell’astensionismo qua dentro!». Chiusura finale raccontata da «l’Espresso»: «Ho dovuto contare fino a dieci per non buttarla giù dalle scale. Con quei tacchi sarebbe stato un disastro».

Perfino «Chi», pur senza fare i nomi (la prima protagonista secondo «il Riformista» sarebbe la Gelmini, la seconda ancora la Brambilla) è costretto a raccontare: «Due ministre molto in vista si sono incontrate a Milano, al Teatro Nuovo. Tra le due, però, è sceso il gelo e non c’è stato nemmeno un ciao. Addirittura una delle due ha chiamato l’altra gentilmente "cagna"».

E come dimenticare le «lezioni» di economia di Renato Brunetta a Giulio Tremonti e la reazione del ministro valtellinese che in una conferenza stampa si fa beccare dalle telecamere mentre, a commento del collega veneziano, ridacchia che «è proprio un cretino»? E l’irritazione contro i «socialisti»? Riassume tutto una battuta ancora di Martino: «Questa è una manovra di conservazione statalista. Accettata perché il Pdl è pieno di socialisti: Frattini, Sacconi, Brunetta, Cicchitto, Tremonti... Volevamo fare un partito liberale di massa, e ci siamo trovati un partito socialista di Carrara».

E mentre si deterioravano i rapporti tra alcuni «notabili» a partire da quello fra Claudio Scajola e Denis Verdini, continuavano i bisticci interminabili fra le donne. Stefania Prestigiacomo contro la Carfagna: «Berlusconi deve essere intelligente e purtroppo non lo è. Dà ragione a Mara su tutto...». La Santanché contro la nipote del Duce: «L’invidia, purtroppo, è terribile. Prenda, per esempio, la Mussolini: sono vent’anni che fa politica e spera. Poi mi vede nel governo ed è ovvio che...». La Mussolini contro la Santanché, che chiama «una super patata ogm» e canzona: «La Befana vien di notte / con i tacchi e la culotte / coi capelli cotonati, / porta doni avvelenati...».

Gli elettori di destra assistono basiti. Tanto più che dietro lo sgocciolio ormai quotidiano di veleni si vede un nodo centrale: sembrano venute meno, dentro il partito, la fiducia, la stima, la solidarietà reciproca. Come convincere gli elettori che il partito è unito, se non paiono crederci neanche loro?
Gian Antonio Stella