Marco Vitale, il Fatto Quotidiano 13/10/2011, 13 ottobre 2011
NO AL PARTITO DEGLI INDUSTRIALI
Se ci sforziamo di ricordare la figura di qualche imprenditore che abbia svolto, con successo duraturo, una importante funzione di guida politica ben pochi o nessuno ci viene alla mente nella storia moderna di tutti i Paesi. Certo non furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione europea dopo la Seconda guerra mondiale, i cui artefici si chiamavano Churchill, Adenauer, Schuman, De Gasperi. Né furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione degli USA dopo la grande crisi degli anni ’30, quando la leadership fu assunta da Roosevelt . Né furono gli imprenditori a guidare il processo di unificazione italiana i cui alfieri si chiamavano Cavour, Garibaldi, Mazzini.
NÉ FURONO gli imprenditori a svolgere una funzione guida nel processo di unificazione europea, al quale, anzi, molti di loro si opposero a lungo. Ogni tanto troviamo qualche imprenditore che assunse la responsabilità di ministro. Alcuni svolsero, in questa veste, un’azione politica rilevante. Tra tutti, in primo luogo, Walther Rathenau (1867-1922), imprenditore, dirigente industriale (era figlio di Emil il fondatore della AEG) ma anche statista, filosofo sociale, scrittore, pioniere degli studi sulla responsabilità sociale d’impresa, ministro della Ricostruzione nel 1921 e poi ministro degli Esteri dal gennaio 1922 sino a quando fu assassinato da appartenenti alle formazioni giovanili di destra. Un personaggio poliedrico, colto, eminente. Eccellente ministro delle Finanze fu, nel 1925, l’imprenditore e finanziere Giuseppe Volpi, nominato dal fascismo Conte di Misurata (per i meriti acquisiti come governatore della Tripolitania), la cui politica del debito pubblico e delle riforme fiscali andrebbe, ancora oggi, studiata a fondo. Ma molto più numerose sono le figure di imprenditori o alti dirigenti d’impresa che, come ministri, fecero molto male. Come McNamara, grande e ottimo dirigente industriale, che fu un pessimo ministro della Difesa di Kennedy, come Hank Paulson, grande dirigente bancario, uno degli uomini più ricchi d’America e catastrofico ministro del Tesoro del presidente Bush; come il nostro Lunardi disastroso ministro dei Lavori pubblici di Berlusconi, il teorico della convivenza con la mafia.
PERCHÉ DUNQUE è così difficile che un, pur bravo, imprenditore sia anche un buon politico? La spiegazione la si può trovare negli scritti di Ludwig von Mises, a partire dal suo libro Socialismo del 1922, uno dei libri fondamentali del Novecento e, sin dal 1954, di Peter Drucker, il massimo cantore dell’impresa e della responsabilità . La dimostrazione definitiva dell’incompatibilità tra la mentalità, la cultura, la metodologia dell’imprenditore e quelle dell’uomo politico, ci è stata offerta proprio da Berlusconi, la cui azione (a prescindere da tutte le valutazioni di carattere morale) si è dimostrata una delle più inefficienti, inefficaci e inconcludenti della storia italiana, proprio perché come spiegarono, con formula assai concisa, i veneziani nel 1534, riferendosi ad Alvise Gritti: “Ille vult esse dominus et simul vult esse mercator; esse autem dominus et mercator impossible est”. Un ruolo molto importante spetta agli imprenditori associati nella battaglia per la rifondazione di un’economia seria, pulita, produttiva. Proprio per questo dobbiamo dire no al partito o ai partiti degli imprenditori. Qui abbiamo già dato e gli imprenditori devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi. È giusto perdonarli. Ma che non “scendano” in politica, ma piuttosto “salgano” come responsabilità pubblica. Per gli imprenditori in politica abbiamo già dato. A occhio e croce, per un centinaio di anni dovrebbe bastare.