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 2011  ottobre 13 Giovedì calendario

UNA TASSA CHIAMATA CONFINDUSTRIA

Confindustria “va riformata”, ci sono troppe “spese di rappresentanza”, “bisogna organizzare meno passerelle e convegni costosi”. E poi basta con “le missioni pletoriche” all’estero. Domanda: chi ha pronunciato queste frasi secche e impegnative? Un Brambilla padano che se la prende con gli sprechi romani dell’associazione degli industriali? Neanche per sogno. A predicare la riforma, a chiedere a gran voce meno burocrazia e più servizi agli associati, è stata proprio lei, Emma Marcegaglia, la numero uno di Confindustria. Lo ha fatto in un’intervista di pochi mesi fa. Come dire: io ci sto provando, ma le resistenze all’interno dell’associazione sono fortissime. Fin troppo facile interpretare quelle parole come un goffo tentativo di smarcarsi dalle pressioni delle migliaia di padroni e padroncini, che vedono il loro sindacato come un ente sempre più inutile e costoso.
Adesso però il tema della pletorica struttura di Confindustria è diventato uno degli argomenti preferiti di chi si è messo in testa di dare il colpo di grazia alla già traballante leadership della Marcegaglia per spianare la strada all’uno o all’altro dei candidati alla successione, una rosa che al momento comprende Alberto Bombassei, Giorgio Squinzi e Andrea Riello. Così, quando martedì scorso perfino Carlo De Benedetti si è lasciato sfuggire una mezza frase sui costi “oltre 500 milioni l’anno” degli apparati confindustriali a cui “non corrisponde un ritorno sufficiente”, tutti hanno pensato che anche l’Ingegnere avesse definitivamente abbandonato al suo destino la presidente uscente. Una versione smentita con decisione dal diretto interessato.
SOLO che adesso ad alzare la voce ci sono anche quelli che vengono liquidati come i berlusconiani. Imprenditori come il bergamasco Giorgio Jannone, parlamentare del Pdl, che se n’è andato da Confindustria dopo l’attacco della Marcegaglia al governo. “Quando si parla di costi e di tagli, forse e’ bene farlo per primi in casa propria, anche nel mondo delle associazioni”, ha detto Jannone annunciando l’uscita dall’associazione degli industriali.
Già, i tagli, facile a dirsi. Confindustria è una galassia forte di oltre 140 mila imprese che comprende 260 associazioni di categoria oppure territoriali, con almeno 5 mila persone a libro paga e costi che si aggirano attorno ai 530 milioni all’anno. Il contributo degli associati viene calcolato in base al numero di dipendenti. La Fiat di Sergio Marchionne, che se n’è appena andato sbattendo la porta, risparmierà circa 5 milioni l’anno.
Sono tutte cifre ufficiose, perchè Confindustria non pubblica i propri bilanci. Di sicuro però l’organizzazione sul territorio non è esattamente un mostro di efficenza. Gli imprenditori, dal Nord al Sud, si lamentano di non ricevere servizi adeguati. In compenso una struttura pletorica, con decine di uffici in ogni angolo del Paese, si occupa soltanto di fare rappresentanza, cioè chiacchiere, con l’obbiettivo (perlomeno teorico) di tutelare gli interessi della categoria. Per risolvere questo problema e tagliare i costi, negli anni scorsi era stato elaborato un piano per ridurre da 140 a 40 le associazioni locali. Che senso ha, per dire, avere sedi in Campania a Salerno, Avellino, Caserta e Napoli? Non vale la pena accentrare tutto sul capoluogo regionale conservando una presenza simbolica in provincia? Niente da fare. Marcegaglia su questo fronte ha combinato poco, pochissimo.
I SOSTENITORI della presidente danno la colpa alla burocrazia locale che alla fine è riuscita a bloccare il cambiamento. Ma in Confindustria si racconta anche che al vertice alla fine si è preferito non andare allo scontro per non perdere consensi in una fase già abbastanza delicata per via della recessione. I tagli allora sono arrivati solo nelle struttura centrale, dove Marcegaglia vanta risparmi di quasi il 20 per cento. Poca cosa, però, se confrontata ai costi complessivi. Anche perchè, nel frattempo, sono venute a mancare risorse preziose come quelle da anni garantite dal Sole 24 Ore, il gruppo editoriale della Confindustria. I ricchi profitti del passato, con i relativi dividendi, sono ormai un lontano ricordo. Il Sole viaggia in perdita ormai da oltre due anni. Nel 2009 ha perso 52 milioni, altri 40 milioni nel 2010. Il ritorno a un utile sostanzioso è previsto non prima dell’esercizio 2012. Quando, però, sula poltrona di presidente non ci sarà più Emma Marcegaglia.