Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 12 Mercoledì calendario

I segreti del comunista in camicia nera - Che Nicola Bombacci, longa manus di Lenin in Italia e tra i fondato­ri del Pci, fosse amico per la pelle di Benito Mussolini, al punto tale da farsi uccidere insie­me con lui a Dongo e finire appeso a testa in giù a piazzale Loreto, è co­sa risaputa

I segreti del comunista in camicia nera - Che Nicola Bombacci, longa manus di Lenin in Italia e tra i fondato­ri del Pci, fosse amico per la pelle di Benito Mussolini, al punto tale da farsi uccidere insie­me con lui a Dongo e finire appeso a testa in giù a piazzale Loreto, è co­sa risaputa. Che il compagno Nico­lino prima della scissione di-Livor­no del 1921 avesse stretto col futu­ro Duce un patto segreto dal quale nacquero il Partito nazionale fa­scista e il Partito comunista italia­no ( «Tu buttati a destra, io mi but­to a sinistra, così siamo sicuri che almeno uno dei due ce la farà a bat­tere i padroni»), è invece una sco­perta ora supportata da una testi­monianza di prima mano. Che, in­fine, il sodale di Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci e Palmiro To­gliatti abbia avuto un figlio battez­zato di nascosto alla presenza del principe Umberto di Savoia in ve­ste di padrino, è una novità assolu­ta, tale da lasciare di stucco persi­no Annamaria Bombacci, la nipo­te, autrice del libro Nicola Bom­bacci, rivoluzionario , e Giancarlo Mazzuca e Luciano Foglietta, che hanno appena pubblicato per Mi­nerva Edizioni il documentatissi­mo Sangue romagnolo , sottotito­lo I compagni del Duce: Arpinati, Bombacci, Nanni . Ma a confer­marla al Giornale è Maria Corsini, che per 57 dei suoi 85 anni è stata la moglie di Wladimiro Bombac­ci, figlio del fondatore del Pci e fi­glioccio del re di maggio. Le nuove rivelazioni fanno se­guito a un’intervista con Fogliet­ta, apparsa sulle nostre pagine lo scorso 31 luglio per la serie Tipi ita­liani . In quel dialogo, il coautore di Sangue romagnolo ricordava un aneddoto, riferito da Indro Montanelli a Mazzuca, che ebbe per protagonista Quinto Navarra, segretario particolare di Mussoli­ni. Un giorno Navarra appariva turbato e taciturno. Il Duce gli chiese che cosa mai fosse accadu­t­o e il suo collaboratore gli confes­sò d’aver mandato un assegno di mille lire al comunista Bombacci, perché la moglie di Nicolino ave­va inviato una lettera a Palazzo Ve­nezia chiedendo aiuto per un fi­glio molto malato. Per questo ge­sto di generosità Navarra era stato convocato da Achille Starace, se­gretario del Partito nazionale fa­scista, che gli aveva stracciato la tessera del Pnf. Due giorni dopo aver raccontato l’episodio a Mus­solini, il braccio destro del dittato­re fu riconvocato da Starace, il qua­le gli consegnò una tessera nuova di zecca e, con un buffetto sulla guancia, aggiunse ammiccando: «Ci avevi creduto, eh, cretinetti!». Quel figlio molto malato si chia­mava Wladimiro (probabilmente in onore di Lenin, il cui vero nome era appunto Vladimir Il’ic Ul’ja­nov), quartogenito di Nicola Bom­bacci e della maestra disoccupata Erissene Focaccia, unitisi in matri­monio nel 1905 a Forlì, nell’abba­zia di San Mercuriale. Wladimiro era nato nel 1922 a Roma, dove suo padre due anni dopo avrebbe trovato un posto di lavoro all’am­basciata sovietica. Prima di lui era­no venuti al mondo Raoul, nel 1906 a Forlì, e Gea, nel 1914 a Mo­dena. Tutti e tre avevano mitigato il dolore dei genitori per la perdita prematura della primogenita Fati­ma Idea Libertà, un nome che fon­deva reminiscenze cattoliche e ideali massimalisti: non bisogna dimenticare che Bombacci a 17 anni era stato mandato in semina­rio e che suo padre Antonio, ex mi­­lite pontificio, avrebbe desiderato a tutti i costi vederlo prete. «Ma poi la politica ebbe il so­pravvento e Nicola non fece bat­tezzare nessuno dei tre figli», assi­cura Annamaria Bombacci, che ha condotto approfondite ricer­che in proposito. «Raoul, nono­stante avesse lavorato anche lui presso l’ambasciata sovietica di Roma, si offese con me perché ave­vo svelato questo particolare. Insi­steva nel sostenere d’aver ricevu­to il sacramento. Ma nei registri di battesimo della parrocchia di San Mercuriale il suo nome non figu­ra. Del resto era stato proprio il pa­dre Nicola a­scrivere sul settimana­le che dirigeva a Cesena, Il Cuneo , di non aver fatto battezzare i figli in nome della libertà». Ma un lettore del Giornale , An­drea Abbiati, 76 anni, residente a Roma, dirigente in pensione che ha lavorato nel settore petrolifero (Api,Shell e Agip),è in grado di cor­reggere questa ricostruzione. Ab­biati è stato amico di Wladimiro Bombacci fino alla morte, avvenu­ta nel 2005. «Partecipai anche ai suoi funerali.C’eravamo incontra­ti una decina d’anni prima sulle pi­ste del Terminillo. Era un patito dello sci di fondo, socio del Club al­pino italiano. Aveva fondato l’as­sociazione Amici della Groenlan­dia. Mi chiese se potevo dargli un passaggio in auto per il ritorno. Con me c’erano anche Renato An­daloro e quel grande campione di marcia che fu Abdon Pamich. Du­rante il viaggio gli chiedemmo di parlarci del padre. Ci spiegò che era molto amico di Mussolini, per­ché erano nati a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro da fami­glie assai modeste ed entrambi avevano frequentato l’istituto ma­gistrale. Fecero molte battaglie po­litiche insieme per cercare di mi­gliorare le condizioni dei lavorato­ri. Quando si rese conto che le spe­ranze rivoluzionarie dei socialisti venivano regolarmente frustrate, Bombacci propose a Mussolini di radicalizzare la lotta con una ma­novra a tenaglia contro i padroni: “Facciamo così, tu vai a destra e io vado a sinistra”.E poco dopo il pri­mo fondò il Pci e il secondo il Pnf ». Ma la confidenza più sorpren­dente che Wladimiro Bombacci fe­ce ad Abbiati riguardò il proprio battesimo, avvenuto con ogni pro­babilità nel 1930, a Cortina d’Am­pezzo. È all’inizio di quell’anno, come scrivono Mazzuca e Fogliet­ta in Sangue romagnolo , che la ma­dre Erissene inoltra a Mussolini la famosa richiesta d’aiuto citata da Montanelli. «Wladimiro mi rac­contò che da piccolo s’era frattura­to le vertebre cervicali sbattendo violentemente la nuca contro lo spigolo di un termosifone. Aveva assoluto bisogno di cure, che i ge­nitori non potevano permettersi. I soldi arrivati sottobanco dal Duce consentirono il ricovero nella cli­nica ortopedica Rizzoli di Bolo­gna. Ma lì il bambino apparve de­perito e rachitico, per cui i medici consigliarono di trasferirlo in un sanatorio dell’Ampezzano, l’isti­tuto Codivilla, dove avrebbe potu­to proseguire le cure e giovarsi del clima dolomitico. La madre ovvia­mente rispose che la famiglia non era in grado di pagare un soggior­no in montagna. Un nuovo inter­vento di Mussolini rese la cosa pos­sibile. Fu così che madre e figlio partirono per Cortina». La presenza sotto le Tofane del quartogenito di Bombacci non po­teva certo passare inosservata. Tanto più che lo stesso fondatore del Pci almeno una volta si recò a trovare il piccolo degente: lo com­prova una foto consegnata ad An­namaria Bombacci da Rosina Del Col, a quell’epoca infermiera al Codivilla, che ritrae il barbuto rivo­luzionario insieme con i parenti di altri ricoverati, seduto in prima fila. Dietro di lui, nel primo letto da sinistra, si vede Wladimiro. L’indiscrezione arrivò anche al­l’orecchio di don Pietro Frenade­mez, un prete leggendario, più im­portante di un sindaco, che dal 1922 al 1961 fu alla guida della par­­rocchia di Cortina, ancor oggi tute­lata dal diritto di giuspatronato, per cui il prevosto viene scelto dal Consiglio comunale fra una terna proposta dal vescovo. «Quando don Frenademez seppe dalla si­gnora Bombacci che il bambino non era cristiano e che mai e poi mai il padre Nicola, ateo e anarchi­co, avrebbe acconsentito a farlo battezzare», rievoca Abbiati, «tan­to insistette che alla fine riuscì a strapparle il permesso di ammini­strar­e in segreto il sacramento al fi­glioletto ». A quel punto il parroco fu però costretto a informare il suo diretto superiore, il vescovo di Bressano­ne (Cortina sarebbe passata alla diocesi di Belluno solo nel 1964). Poteva trattarsi di monsignor Johannes Raffl, reggente fino al 2 aprile 1930, oppure di monsignor Johannes Baptist Geisler, che gli subentrò. Non v’è certezza al ri­guardo. È invece sicuro che il ve­scovo in carica, resosi conto di quanto delicata fosse la faccenda, decise di battezzare personalmen­te Wladimiro Bombacci. E qui s’inserisce Umberto di Sa­voia. Il quale, reduce dal viaggio di nozze con Maria José, la principes­sa del Belgio sposata l’8 gennaio 1930 nella Cappella Paolina del Quirinale,si trovava in quel perio­do in vacanza all’hotel Cristallo di Cortina. «Appreso che il vescovo di Bressanone veniva a battezzare il figlio di Bombacci», riprende Ab­biati, «si offrì immediatamente di fare da padrino al fanciullo. Finita la seconda guerra mondiale, Wla­dimiro volle andare a trovare Um­berto II a Cascais, dove il sovrano rimasto sul trono per meno di un mese viveva in esilio. Il re di mag­gio gli gettò le braccia al collo ed esclamò: “Mi ricordo benissimo di te! Tu sei il mio figlioccio”». «Andò esattamente così, re Um­berto fu davvero molto affettuoso con Wladimiro», conferma Maria Corsini Bombacci, la vedova, su­perando l’iniziale ritrosia. «Posso testimoniarlo perché in quel gior­no del 1948 mi trovavo al fianco di mio marito nella Villa Italia di Ca­scais. Eravamo sposati da poco e facemmo scalo in Portogallo du­rante il viaggio verso l’Argentina ». Viaggio di nozze? «Lo chiami così, se vuole. In realtà fu una fuga, con­clusasi con un confino in Sudame­rica che sarebbe durato per molti anni. Se sapesse che brutta aria ti­rava in Italia nel 1948... ». Già. Ave­va cominciato a dare i suoi frutti ve­lenosi l’interdetto pronunciato da Luigi Longo, il rappresentante del Pci nel Comitato di liberazio­ne nazionale di Milano, alla vista dei cadaveri esposti a piazzale Lo­reto: «Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si de­ve parlare mai più».