FRANCESCA PACI, La Stampa 12/10/2011, 12 ottobre 2011
Speranze e delusioni Duemila giorni con il fucile puntato- Da 1953 giorni un presidio di volontari israeliani si alterna sotto al tendone tirato su alla buona in cima a Gaza street, davanti alla residenza del premier, nel cuore di Gerusalemme
Speranze e delusioni Duemila giorni con il fucile puntato- Da 1953 giorni un presidio di volontari israeliani si alterna sotto al tendone tirato su alla buona in cima a Gaza street, davanti alla residenza del premier, nel cuore di Gerusalemme. Sono «indignados» ante litteram rispetto alla crisi economica, cittadini qualsiasi autoincaricatisi di ricordare giorno e notte al proprio governo il dolore di Aviva Shalit che ogni settimana viene a sedersi qui tenendo in grembo la foto sbiadita del figlio Gilad. «In questi cinque anni sono cambiati i nostri ministri, i palestinesi hanno combattuto tra loro, il Medioriente è stato protagonista di rivolgimenti importanti ma lui è ancora lì», osserva l’insegnante Gali, un’attivista della prima ora che alla notizia del raggiunto accordo era da poco rientrata a casa. Qualcosa di serio si sta finalmente muovendo, pare. Ma chi finora ha aggiornato diligentemente il calendario dell’assenza ha smesso di correre dietro ai falsi allarmi. All’inizio bastava poco per entusiasmarsi. Quando il 29 giugno del 2006, quattro giorni dopo il sequestro, un commando dell’esercito israeliano tentò un blitz nella parte meridionale della Striscia di Gaza i più scommettevano convinti sulla liberazione del giovane militare. Ma il mito dell’invincibilità di Tzahal era ormai in declino e tra i palestinesi iniziava a sorgere l’astro cupo di Hamas che nel giro di un anno avrebbe sottratto con le armi il controllo di Gaza ai fratelli coltelli di Fatah. Da allora in Israele l’ottimismo della volontà ha rincorso senza mai raggiungerlo il pessimismo della ragione. Durante la prigionia del corrispondente della Bbc Alan Johnston, tra il 12 marzo e il 4 luglio 2007, l’allora premier israeliano Olmert parlò più volte delle trattative aperte e della mediazione egiziana per la restituzione di Shalit. Ma bastava frequentare Gaza in quelle settimane per capire la differenza tra i due sequestri. «Sappiamo tutti che Johnston è tenuto in quel quartiere e da quale clan», ripetevano i palestinesi lasciando intendere i negoziati in corso tra Hamas e l’esercito dell’Islam a cui, si mormora, i neopadroni di Gaza avrebbero pagato 4 milioni di dollari per il rilascio del giornalista britannico. Gilad Shalit no. Lui non era in mani mercenarie ma nelle loro, preziosa moneta di scambio per una Hamas potente ma stretta tra l’assedio israeliano, il blocco internazionale e la pressione dei rivali di Ramallah. Nei mesi precedenti mamma Aviva e il suo governo avevano ricevuto la lettera - autenticata dalle perizie calligrafiche - in cui il caporale confermava di essere vivo ma di poterlo restare solo a patto d’uno scambio di prigionieri tra israeliani e palestinesi. Un messaggio ribadito in estate, durante la guerra civile tra Fatah e Hamas, attraverso un video in cui Shalit, occhi spiritati e pallore mortale, ripeteva le condizioni dei rapitori. Cinque anni sono lunghi e in questo caso estremamente bui, anche perché Hamas non ha mai permesso alla Croce Rossa di visitare l’ostaggio. La terza missiva risale al 2008, una comunicazione telegrafica di Shalit per confermare le proprie buone condizioni di salute e la chiave della libertà: la scarcerazione di 250 palestinesi detenuti in Israele. Parole, promesse, annunci nati morti come quello del 2009 arenatosi, dopo l’offensiva israeliana a Gaza, sulla lista dei mille nomi di palestinesi da liberare che rimbalzano senza lasciare traccia sotto al tendone di Gaza street. Il resto è storia dell’ultimo anno. Un tira e molla di rassicurazioni e minacce, 20 prigioniere palestinesi rilasciate in cambio della foto di Shalit con in mano il giornale del 14 settembre 2009, contatti sotterranei e smentite fino all’esplosione della primavera araba. L’Egitto post Mubarak è un nuovo mediatore appetibile ma propenderà per Hamas, a cui si affretta a concedere l’apertura del valico di Rafah, o per Israele, partner indigesto ma necessario per il sostegno americano? «Le cose cambiano ma non la nostra attesa di Gilad» ripete allo sfinimento mamma Aviva. Poi il presidente palestinese Abu Mazen si presenta alle Nazioni Unite e incassa un successo d’immagine che fa impallidire l’avversario Hamas. Ai signori di Gaza, mai così in ombra, non resta che lo scacco matto: Gilad Shalit.