LUCA FORNOVO, GIANLUCA PAOLUCCI, La Stampa 12/10/2011, 12 ottobre 2011
Le tre settimane che hanno cambiato l’agenda europea - Salvare le banche per salvare la Grecia per salvare l’euro
Le tre settimane che hanno cambiato l’agenda europea - Salvare le banche per salvare la Grecia per salvare l’euro. Nelle ultime settimane, l’ordine degli interventi è diventato questo. Per spiegare cosa abbia sconvolto l’agenda di Unione europea, Bce e cancellerie continentali occorre fare un tuffo nei meccanismi che regolano i rapporti tra le banche e il «traffico» del denaro tra le istituzioni finanziarie. Una premessa: le tre settimane evocate da Jean-Claude Trichet coincidono, non a caso, col taglio da parte di Standard & Poor’s del rating dell’Italia. Le tensioni sul mercato interbancario - la «fonte» alle quale attingono le banche per rifinanziarsi erano però iniziate già nelle settimana precedenti: «I problemi sono cominciati tra fine agosto e inizio settembre - spiega un banchiere d’affari - quando, dopo la tempesta di luglio e agosto, sui titoli di Stato dell’eurozona si sono impennati i credit default swap delle banche europee. Proprio i Cds sono utilizzati come «base» per stabilire il costo del finanziamento interbancario. Se sale il prezzo dei Cds, usati come «assicurazione» da chi presta i soldi, sale il costo del finanziamento. Così sono arrivati i primi segnali di una prima stretta del credito, come ben sanno tante piccole aziende, anche sane, che hanno visto salire i tassi e allungare i tempi per la concessioni di prestiti anche di poche migliaia di euro. Il rating e la fiducia «Dopo il downgrade da parte di S&P del debito italiano la situazione è peggiorata», spiega da Londra un analista di un importante gruppo finanziario. I fondi monetari americani, tradizionale «serbatoio» di liquidità per molti istituti, «hanno chiuso il rubinetto», spiega lo stesso analista. «Hanno ritenuto che prestare denaro alle banche europee fosse diventato troppo rischioso», come era successo in estate coi titoli di Stato italiani scaricati dai fondi pensione Usa. E così è arrivata la crisi di fiducia, con le banche che preferiscono depositare il denaro alla Bce piuttosto che «negoziarlo» sull’interbancario. I depositi «overnight» presso l’Eurotower, tradizionale termometro per misurare la fiducia tra banche, sono tornati pericolosamente vicino al periodo tra fine 2008 e inizio 2009, quando i mercati erano ancora sotto choc per il crac della banca Lehman Brothers. E la Bce è diventata il canale privilegiato per attingere alla liquidità. Ieri le agenzie di rating hanno di nuovo messo nel mirino il credito italiano. Fitch ha messo sotto osservazione Unicredit con rating watch negativo. E tra gli istituti coinvolti ci sono anche Intesa Sanpaolo, Ubi, Banco Popolare e Mps. Ma il problema non è solo delle banche italiane. A rimanere strette nella morsa del nuovo credit crunch sono un po’ tutti gli istituti europei, francesi e tedesche in primis, pieni dei bond dei Piigs. I conti in tasca Sono circa 750 miliardi di euro solo i titoli di Stato nel portafoglio delle banche europee. Poi ci sono gli impieghi delle stesse banche nei paesi «grandi malati» dell’eurozona. Sono altri 5 mila miliardi, secondo i calcoli di un importante broker internazionale. Per la sola Grecia, circa 150 miliardi di debito e oltre 300 miliardi di impieghi. Ma la Grecia è già tecnicamente fallita: i suoi titoli di Stato vengono scambiati a prezzi da default, a circa il 30% del valore nominale. Portando i titoli dei Piigs a prezzi mercato, secondo Reuters Breakingviews , circa 47 banche europee avrebbero bisogno di essere ricapitalizzate per mantenere il capitale di base, il Core Tier 1, al livello di sicurezza del 7%. E per ricapitalizzarle servirebbero 97 miliardi. Più alta la stima che fa Jp Morgan: 148 miliardi. Soldi che al momento o non ci sono o il mercato non è disposto a pagare. Per questo, un haircut del debito greco, una sua ristrutturazione che rimborsi parte del valore nominale, fa paura alle banche. Tedesche e francesi, innanzitutto. A Societé Generale servirebbero 3,9 miliardi, a Commerzbank 4,7, a Deutsche Bank altri 3,8 miliardi. Tra le italiane, si salverebbe Intesa, ma avrebbero bisogno di rafforzare il capitale Unicredit, Montepaschi e Banco Popolare. A fallire gli stress test, sempre secondo Reuters Breakingviews, sarebbero 7 banche greche, 8 tedesche e 17 spagnole. Sommando ai titoli di Stato gli altri rischi, il conto salirebbe ancora. Aggiungendo i Cds venduti sulla Grecia da onorare. Per esempio, Unicredit avrebbe venduto Cds su Atene per 80 milioni e Deutsche Bank per 69 milioni. Ecco perché l’agenda è cambiata radicalmente. Ed ecco perché occorre fare in fretta e bene.