MATTIA FELTRI, La Stampa 12/10/2011, 12 ottobre 2011
Spille e trattorie Fenomenologia dei nuovi postdemocristiani - Come se si aprissero le acque per il popolo eletto e nel solco passassero i democristiani: camminano lungo il Transatlantico di Montecitorio, nell’occasione due gemellini della Prima repubblica, il democratico Pierluigi Castagnetti, già dossettiano, e il casiniano Enzo Carra, già forlaniano
Spille e trattorie Fenomenologia dei nuovi postdemocristiani - Come se si aprissero le acque per il popolo eletto e nel solco passassero i democristiani: camminano lungo il Transatlantico di Montecitorio, nell’occasione due gemellini della Prima repubblica, il democratico Pierluigi Castagnetti, già dossettiano, e il casiniano Enzo Carra, già forlaniano. Oh, un trionfo estetico. Alti uguali, un inno all’orgoglio brizzolato (Castagnetti) tendente al calvo (Carra), vestiti blu notte o blu di Prussia, niente risvolto, calze nere, scarpe nere, un evergreen dalla prima comunione al sottosegretariato. Su è giù a parlare fitti fitti, con le mani dietro la schiena ed è un colpo al cuore. Sarà un caso se anche Gabriellina Giammanco - deputato pidiellino che ancheggia la sua stretta osservanza berlusconiana - era sola al bar, castigata, pantaloni scuri e lunghi? Era una legislatura di rottura, diciamo così. Per tre anni e mezzo l’arrivo del premier in aula è stato annunciato da un rullar di tacchi dodici sul marmo di Palazzo, intanto che le scollature si aprivano come sipari agli applausi del pubblico. In una sorta di bipolarismo antropologico, si è assistito a imbarazzanti sfide fra le destre Manolo Blahnik e le sinistre Birkenstock, e poi c’era il Terzo Polo supercasual, dalle All Star verdi di qualche leghista (o le scarpe a suola parabolica di Roberto Calderoli) alle giacche da balera del dipietrista Franco Barbato. Finalmente l’approccio della Seconda repubblica alla sacralità dell’istituzione aveva trovato un’adeguata espressione estetica, e ognuno aveva la sua cifra, il verde padano, i gabbiani dipietristi sulle cravatte, l’eterno stile aziendalista dei pidiellini maschi, il gusto delle democratiche compreso fra la staffetta partigiana e l’insegnante delle medie. E l’old fashion di Piazza del Gesù? Seppellito? No, qua e là c’era: semplicemente non ci si faceva più caso. Ma da qualche giorno il vento è girato, i nuovi democristiani hanno un’altra presenza, occupano la scena, uno come Antonio Mazzocchi, deputato questore, vecchio assessore comunale dc a Roma, ieri aveva ritrovato il gusto di spiegare le ragioni dei suoi Cristiano-riformisti, movimento con un nome che vorrebbe dire qualcosa in mezzo a partiti che con le loro libertà, i loro futuri e le loro democrazie sono paladini del tutto, cioè di niente. In mezzo al bel caos di ieri qualcuno recuperava il gusto simildemitiano di consigliare libri di teologia editi da Rubettino («Dio esiste», di Alvin Plantinga, cioè come arrivare alla fede col ragionamento, processo metodologico consigliabile ai cattolici in politica). Non è il buon vento di Claudio Scajola, è qualcosa di più: è senz’altro Paolo Cirino Pomicino che arriva a Montecitorio per ora di pranzo, in mensa si attornia di giovani amici, spiega come va il mondo e come dovrebbe andare, e paga lui. Li si vede arrivare alle feste serali. Ecco, c’erano anche prima, ma non si notavano. Ora arrivano sempre in due o tre, per esempio Lorenzo Cesa con Francesco Testa e Antonio De Poli, si presentano regolarmente per ultimi perché sono reduci da qualche riunione di partito, attaccano subito a parlare di politica, solo di politica, con le loro camicie color crema, le cravatte marroni prese con lo sconto da Cenci, o certe Hermes cromaticamente equivocate, lunghe fino al cavallo e annodate strette. E dunque sono giorni in cui i democristiani paiono di nuovo l’ombelico del mondo e per esempio Angelino Alfano, uno che la democristianeria l’ha succhiata per via paterna, non ha nessun imbarazzo nel mostrarsi in pubblico con Gian Carlo Abelli - storico dc lombardo, rara velleità chic e scarpe di vernice nera - al quale chiede consigli. Forse è soltanto il Luna Park che dà l’idea di avere chiuso. Quantomeno si è retrocessi dal dopocena alla cena. Degli scajoliani si sa, riuniti in galleria Alberto Sordi in un ristorante di pretese. Ma, per dire, non si vedrà mai un ex democristiano placare gli appetiti con l’arte di Filippo La Mantia al Majestic di via Veneto: è sempre e solo trattoria, ai tavoli all’aperto di piazza Sant’Ignazio, o da Settimio o da Marco al Sostegno a mangiare la mortadellina, la mozzarellina, il cecio caldo col pepe, un bel piattazzo di amatriciana, si apprezza il rosso quanto la partita interna, l’idea di minacciare la fine del mondo per conquistare l’angoletto vitale. Soprattutto, sorridono. Non si sentivano così da secoli. Fanno capannello e si vedono sorridere Massimo Maria Berruti, Paolo Russo o Fabio Gava, che ha anche un cognome all’altezza delle aspirazioni, il resto non si sa. Si sentono vivi, cruciali, influenti a cominciare dal versante fibbie argentate sui mocassini neri. Sono sprazzi di doroteismo e moroteismo in mezzo al caos, il resuscitare di spiritelli dimenticati, forse soltanto di un’ambizione o l’inizio di una postdemocristianeria di foggia e ancora tutta da valutare, non precisamente chirurgica, lontanissima dalla statura dei padri, visto quello che è successo ieri in una gestione dell’aula piuttosto estemporanea. Comunque vada a finire, uno spettacolo da godere.