Angelo Mincuzzi, Giuseppe Oddo, Il Sole 24 Ore 12/10/2011, 12 ottobre 2011
I SALTI DI ROVERARO NELLA FINANZA DI DIO
Ogni mattina alla stessa ora il banchiere Luigi Arcuti si reca nell’ufficio di rappresentanza che Intesa Sanpaolo gli ha creato in una palazzina d’epoca che ospita il private banking... È lì che lo incontriamo. Una stretta di mano, un caffè e siamo subito in argomento. Si capisce che ha voglia di parlare. Accendiamo il registratore. Esordisce: «Roveraro lo ricordo nelle cronache sportive quando superò i due metri nel salto in alto. Era ancora uno studente. Aveva vent’anni, credo. E io ricordo sempre una mia battuta: che Roveraro aveva saltato due metri, ma nella vita procedeva scalino per scalino. Quella morte è un insulto al suo modo di fare. Roveraro nasce con il professor Argenziano. E ci sono voluti vent’anni perché i fondi comuni, pensati nel 1964, fossero poi autorizzati nel 1984. Nel frattempo era sbarcato in Italia l’Ios (Investors overseas services), la società americana presieduta da Bernard Cornfeld che nel settembre-ottobre 1967 ... ottiene l’autorizzazione della Banca d’Italia a vendere fondi comuni d’investimento di diritto lussemburghese».
A sottoscrivere quote di Fonditalia - questo il nome del fondo promosso da Cornfeld - accorrono in migliaia. Dice Arcuti: «La filiale dell’Ios in Italia era la Banca depositi e sconti... Le sottoscrizioni di questi prodotti lussemburghesi avvenivano tramite il San Paolo, di cui allora ero condirettore centrale... La Fideuram, invece, viene costituita a Roma nell’aprile 1968. Era la società dell’Ios per i versamenti rateali...».
Arcuti intervalla il discorso con qualche sorso d’acqua. Poi riprende a parlare: «Tra il 1969 e il 1970 l’Ios fallisce e il governatore di Banca d’Italia Guido Carli decide che la Banca depositi e sconti debba andare all’Istituto San Paolo, mentre Fonditalia debba finire all’Imi. L’Istituto mobiliare italiano, che rilevò anche Fideuram, per espandersi nei fondi aveva assunto Roveraro... È in questo contesto che lo incontro per la prima volta durante una riunione...». Arcuti rievoca il suo trasferimento da Torino a Roma: «Ritrovai Roveraro nel 1980, quando... divenni presidente dell’Imi... Mi affidarono un disastro... L’Imi era tradizionalmente impegnato nei crediti alle aziende sul medio-lungo termine e in particolare nei crediti agevolati. Io cambiai tutto...». È la fase di maggiore espansione della Sige, che dai quindici dipendenti iniziali arriverà a occuparne duecento. «Nel 1983, sapendo che l’anno dopo sarebbe entrata in vigore la legge istitutiva dei fondi, scatenai gli uomini della Fideuram, che raccolsero denaro dappertutto. Questo denaro finì per essere amministrato dalla Sige, dove Roveraro nel frattempo era diventato re. Fideuram raccoglieva e Sige gestiva. Roveraro, seduto sulla montagna di soldi che gli arrivavano tutti i giorni da Fideuram, divenne importantissimo, cominciava a essere uno dei maggiori operatori di Borsa»...
Arcuti ricorda Roveraro e Francesco Micheli come due astri nascenti della finanza: «Erano due teste pensanti, ma con una differenza: Roveraro sapeva che la scala è formata da tanti gradini e li saliva uno a uno, mentre Micheli è sempre stato "mordi e fuggi" ed è molto bravo in questo».
Arcuti parla poi delle operazioni che costeranno a Roveraro l’ostracismo di Mediobanca: «Gli anni 1985-86 sono contrassegnati dall’attacco alla Bi-Invest della famiglia Bonomi, che fa parte del sindacato di controllo della Montedison. Ed è la Sige a partecipare all’operazione, accanto a Micheli e alla Lombardfin. L’idea della scalata alla Bi-Invest è di Micheli, la manovra in Borsa di Roveraro... La Sige in Borsa era una macchina da guerra che riceveva liquidità in continuazione e con l’Imi alle spalle poteva ottenere tutti i fidi che voleva, perché nel 1986 l’Istituto mobiliare italiano era tornato a essere un nome prestigioso».
Dopo la Bi-Invest tocca alla Montedison, che annovera tra i propri azionisti la Ferruzzi. A capo del gruppo ravennate della famiglia Ferruzzi c’è Raul Gardini... Riprende Arcuti: «Roveraro con Gardini dà dunque l’attacco alla Montedison e, nel giro di neanche due giorni di Borsa, la Ferruzzi ha il controllo» ... «Roveraro - spiega Arcuti - aveva un rapporto con Gardini, ma non pensate a un Roveraro succube del denaro».
«Nel 1986 - dice l’ex presidente dell’Imi - Roveraro esce dalla Sige... Venne da me per dirmi che lasciava. Cercai di dissuaderlo... La Sige senza Roveraro non fu più la Sige, ma anche Roveraro senza la Fideuram non fu più Roveraro. Non gli arrivarono più le montagne di liquidità che continuavano a venire dalla Fideuram. La Sige lavorò comunque bene anche dopo l’uscita di Roveraro...».
«... A me è dispiaciuto enormemente perdere la sua collaborazione... Oggi un Roveraro avrebbe fatto passi da due metri, non più di scalino in scalino».
... Il Roveraro che esce dal racconto di Arcuti, protagonista dei massimi sistemi della finanza insieme a personaggi come Gardini, fa a pugni con il Roveraro alle prese con Filippo Botteri (il suo assassino)... «Per me è inconcepibile l’operazione che gli è costata la vita, perché non è da Roveraro. Allora c’è da chiedersi perché l’ha fatto. Secondo la mia visione, escludo che a lui interessasse l’esito dell’operazione. Roveraro non ha mai dato importanza al denaro, all’interesse personale. Ha avuto diecimila occasioni per fare soldi e non ha mai esercitato questo suo potere, sia quand’era vincente in Sige, sia quando mollò per passare in Akros. Secondo me, non era un’operazione che avrebbe fatto in proprio, lo escludo nel modo più assoluto. Lo considero al di sopra di ogni sospetto...».
... L’uscita dalla Sige è traumatica per il finanziere, costretto a tagliare controvoglia il cordone ombelicale con la sua creatura... Un ex collaboratore racconta il momento del commiato: «Era il Natale del 1986, eravamo tutti riuniti nel palazzo di corso Matteotti a Milano, che Sige aveva appena rilevato dalle acciaierie Falck. Roveraro tenne un breve discorso durante il quale si commosse. A un certo punto si bloccò e disse: "Una circostanza mi impedisce di continuare". Stava piangendo...».
Alcuni tra quelli che gli sono stati vicini pensano che Roveraro coltivasse in segreto l’idea di prendere il potere nell’Imi e stesse lavorando a questo scopo con un gruppo di persone, organiche all’Opus Dei, che ricoprivano ruoli di primo piano nell’istituto. Zunino, pioniere del risparmio gestito, mancato qualche settimana fa a 89 anni, racconta gustosi aneddoti... Ricorda del suo primo viaggio a Roma con Roveraro: «In aereo mi informò che l’Imi era, se così si può dire, un po’ diviso in due sul piano ideologico-spirituale, con alcuni dirigenti fortemente laici, tra i quali il presidente Arcuti, e altri invece molto religiosi (diciamo Opus Dei) come l’amministratore delegato Cao di San Marco, il vicepresidente Graziosi e forse anche il direttore finanziario amministrativo, il mio vecchio amico Luciano Martino. Aggiunse che ogni tanto, quando usciva da qualche ufficio, sentiva piccole risatine alle spalle per le sue idee».
Zunino ricorda un altro incontro a Roma con Cao: «Gianmario si scusò e ci lasciò soli; Cao si fece una risatina e mi disse: "Vedrai che è corso dal suo amico Graziosi; dopo lo ripeschiamo lì a colpo sicuro... in fondo è anche comodo; sai sempre dove trovarlo. Non credo che dicano insieme le preghiere, ma può anche darsi che ne dicano qualcuna". E giù a ridere, esattamente come Gianmario mi aveva preannunziato».
Questo brano è uno stralcio del libro
Opus Dei. Il segreto dei soldi