Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 12/10/2011, 12 ottobre 2011
MILLE PALESTINESI PER SHALIT
Libero Gilad Shalit, il caporale israeliano sequestrato a Gaza nel 2006, liberi oltre mille palestinesi ma non, come era stato annunciato in un primo momento, Marwan Barghouti, uno dei leader storici dei Territori: l’intesa, ancora da perfezionare, è stata raggiunta con la mediazione dell’Egitto che in queste giornate sanguinose sembrava avere imboccato una traiettoria imprevedibile e preoccupante. La notizia è di quelle che lasciano quasi senza fiato, uno dei quegli eventi repentini che possono cambiare sensibilmente l’atmosfera politica del Medio Oriente. Un evento così eclatante che ogni ottimistica previsione e congettura deve essere frenata per la prudenza dovuta a decenni di amare delusioni, quando, a ogni accordo di tregua o di pace, la parola svolta sembrava ormai scritta a caratteri indelebili e poi rapidamente appassiva, inghiottita dal marasma mediorientale.
Israele ha quindi firmato un accordo con Hamas che prevede lo scambio di prigionieri palestinesi per il rilascio di Shalit, catturato il 25 giugno 2006 da un commando all’estremità meridionale della Striscia di Gaza. L’annuncio è stato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu alla tv: «Abbiamo concluso negoziati ardui con Hamas per la liberazione di Gilad Shalit. Tornerà a casa nei prossimi giorni».
La sua vicenda teneva da anni sulla corda lo Stato ebraico e aveva oltrepassato i confini di Israele: la foto di Shalit compariva anche davanti a scuole francesi, tedesche, britanniche, olandesi, una sorta di memento per non dimenticarne la sorte. Come pure esiste un film di animazione di Hamas in cui Noam Shalit, il padre di Gilad, invecchia nella vana speranza di rivedere il figlio.
Intorno al destino di Shalit era in atto una battaglia politica ma anche una guerra psicologica. Secondo gli israeliani dietro lo scambio di prigionieri - sul quale è stata convocata nella notte una consultazione urgente dei ministri israeliani - c’è stata l’apertura di una «finestra di opportunità» regionale. Una frase che si presta a interpretazioni diverse ma il riferimento più diretto è alla Primavera araba, in particolare alla crisi nei rapporti tra Hamas e il regime siriano. Hamas, in disaccordo con la dura repressione dell’opposizione attuata da Assad, si prepara a chiudere la sede a Damasco, mettendo forse la parola fine a uno dei capitoli storici delle vicende mediorientali: quello che vedeva la Siria come portabandiera del cosiddetto "fronte del rifiuto" e protettore dei movimenti che si oppongono alle trattative tra arabi e israeliani. Considerazioni che basterebbero da sole a ingigantire l’enfasi intorno a questo accordo.
A tutto questo si aggiunge il desiderio della giunta militare in Egitto di conseguire un successo diplomatico in un momento in cui il Cairo sembra ripiegato su problemi laceranti esplosi con lo scontro tra copti e musulmani, a poco più di un mese dalle prime elezioni - per ora assai incerte - dopo l’era Mubarak.
Tra i fattori che avrebbero contribuito all’intesa c’è anche la necessità per Hamas di ottenere un successo agli occhi dei palestinesi da contrapporre a quello del presidente dell’Anp Abu Mazen quando ha chiesto la piena adesione della Palestina all’Onu. L’ala militare di Hamas avrebbe deciso di liberare Shalit: una buona notizia ma forse non del tutto perché potrebbe preludere a nuove e più aspre battaglie.