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 2011  ottobre 19 Mercoledì calendario

INTERVISTA A LUCA WARD

Quando ho detto a mio figlio che avrei intervistato l’attore che ha doppiato Russell Crowe nel Gladiatore,
per la prima volta da quando faccio questo mestiere mi ha chiesto un regalo: fargli incidere sul mio registratore alcune frasi celebri di quel film che avrà visto una trentina di volte. È andato a prendere un foglio e ha scritto, prima fra tutte, la celebre: «Al mio segnale, scatenate l’inferno». Poi ha aggiunto: «Dici che Luca Ward si offende?». Non solo Luca Ward non si è offeso, ma si è prestato al gioco con generosità e divertimento, un po’ perché i ragazzi gli piacciono, un po’ perché non se la tira.
Seduto nel bel giardino della sua villa fra Ostia e Roma, mentre il figlio Lupo, 4 anni, che gli dice «cattivo» perché gli ha impedito di tenere un cuscino sulla faccia della sorella Luna, 2, Luca Ward legge e rafforza un mio eterno dubbio, e cioè: senza certi doppiatori, alcuni attori stranieri da noi avrebbero la stessa popolarità?
Cinquantun anni compiuti lo scorso 31 luglio, una figlia, Guendalina, 29 anni, dalla prima moglie, Lupo e Luna nati dalle seconde nozze con l’attrice Giada Desideri, Ward è il numero uno del doppiaggio italiano. Presta o ha prestato la voce, oltre che a Russell Crowe, a Hugh Grant, Samuel L. Jackson, Keanu Reeves, Pierce Brosnan, Antonio Banderas, Viggo Mortensen, Kevin Costner, Dennis Quaid, Kevin Bacon, Alec Baldwin. Continuo? E pensare che recitare non era il suo sogno.
«Da bambino volevo fare il pilota, poi…».

Poi?
«Mio padre Aleardo era un bravissimo attore e ogni tanto doppiava, soprattutto James Coburn. Sua madre aveva sposato in prime nozze un americano ufficiale di marina e, rimasta vedova, un attore italiano, Carlo Romano. Era un tipetto, la nonna: attrice bellissima, amante del re, poi amica di Mussolini, fu lei a organizzare i primi doppiaggi dei film italiani. Andò in America per capire come fare e quali macchinari servivano. All’inizio usò attori italoamericani che parlavano in puro broccolino, ma a Mussolini non piacevano e in effetti non li si poteva sentire quando dicevano: “Bottta la pisctola a Ffrèèènk. Sciendi da accavallo”, così pensò di far tradurre i film dai capitani della marina, che erano gli unici a sapere l’inglese, e farli doppiare da attori italiani».
Ward è il vostro vero cognome?
«Certo. Papà era figlio del primo marito della nonna, l’americano, ma fece il mestiere del secondo. Ha fatto teatro, cinema, radio e poi insegnava all’Accademia di recitazione. Lì, a 43 anni, si innamorò di mia madre che voleva fare l’attrice e aveva 19 anni, una minorenne a quell’epoca. La famiglia di lei, possidenti terrieri molto benestanti e una presenza forte nell’Arma, osteggiò in tutti i modi il loro amore: la diseredarono, cercarono di discreditare mio padre, che fu arrestato per spaccio di droga e fece un mese a Regina Coeli. Era innocente, fu assolto, ma intanto finì su tutti i giornali, si rovinò la reputazione e il lavoro. La Rai non gli rinnovò più i contratti, nessuno lo chiamava più, doveva pietire un ingaggio. E non poteva sposare la mamma perché lui, prima di partire per il fronte, aveva fatto un matrimonio di guerra per garantire a una ragazza del paese un vitalizio nel caso fosse morto. Siamo stati ufficialmente figli illegittimi fino al 1972, quando è stata votata la legge sul divorzio e i miei hanno potuto sposarsi».
Voi figli sapevate dei loro problemi?
«Fino a un certo punto, perché non parlavano mai di fronte a noi tre figli delle difficoltà economiche. Capii tutto da solo molto tempo dopo, quando una mattina il fornaio non volle lasciarci la spesa perché non pagavamo da troppo tempo. Lì vidi mio padre davvero in difficoltà e capii ancora di più la sua umiliazione quando, nella società di doppiaggio per cui lavorava, lo sentii implorare un ingaggio. Gli dissero frasi cattive, come: “Mica te l’ho detto io di fare tre figli”. Un anno dopo mio padre morì. Avevo 13 anni e cominciai a fare mille lavoretti: facchino, venditore di caramelle a Valle Giulia, benzinaio. Mi alzavo all’alba e tornavo la sera, distrutto. Ben presto capii che non avrei mai potuto lavorare e studiare, così decisi».
Che cosa?
«Sarei diventato doppiatore e il più bravo di tutti, per vendicare mio padre e farla pagare a tutti quelli che lo avevano umiliato. Per anni ho fatto i “brusii”, che nel nostro gergo indicano le piccole parti, poi a poco a poco sono arrivati i ruoli importanti. Ho messo la voglia di vendetta davanti alla passione. È la voglia di vendetta che mi ha portato fin qui. Ma non ho mai fatto male a nessuno, sono sempre stato corretto con i colleghi».
Che cosa intende per correttezza?
«Non ho mai rubato la parte a nessuno. Le faccio un esempio. Quando iniziò a girare la voce – falsa – che Keanu Reeves fosse gay, la casa di produzione decise di “virilizzarlo” facendolo doppiare in Italia da una voce più dura. Mi chiamarono, ma io non volevo togliere la parte al suo doppiatore abituale, così gli scrissi che avrei chiesto una cifra esorbitante in modo che rifiutassero. Purtroppo dissero di sì ed ebbi il ruolo, ma non passai per profittatore».
Quando ha cominciato a recitare?
«A tre anni, in televisione. Facevo piccole cose accanto ad attori come Paolo Stoppa, Gino Cervi, Alberto Lionello. Allora la televisione trasmetteva molto teatro in diretta dagli studi, cosa che richiede un’enorme bravura perché bastava una piccola distrazione e tutta l’Italia se ne sarebbe accorta. In studio c’era sempre molta tensione e quando si davano i cinque minuti all’inizio, Paolo Stoppa cominciava a innervosirsi e diceva: “Macchimmelohaffattofare? Macchimmelohaffattofare?”. Gino Cervi invece bestemmiava e una volta Salvo Randone non si ricordò più la sua parte. Fece una cosa geniale: continuò a muovere le labbra senza parlare. Da casa credettero che fosse andato via l’audio. Sospesero la diretta con la scusa di problemi tecnici, mandarono un Carosello, e ripresero. Io non ho frequentato scuole di recitazione, ho imparato il mestiere osservando questi mostri sacri».
Come funziona il doppiaggio?
«Una volta a doppiare un film ci si impiegava un mese perché lo si vedeva, si discuteva, ci si preparava e si registrava insieme. Ora in una settimana si fa tutto: il produttore ti racconta la trama, vai in studio, vedi la scena una volta e devi farla subito, da solo. Non vedi più né copione né film, neanche i dialoghi si fanno più assieme, ognuno registra la propria parte e finisce lì. Mi è capitato di doppiare in nove ore un film intero: per forza la qualità diminuisce. Si pensa solo a risparmiare, non ci sono più i produttori davvero innamorati del proprio mestiere,
come i Cristaldi o i Cecchi Gori».
Che cosa pensano di voi gli attori che doppiate?
«Ci ammirano e ci stimano perché siamo veri attori come loro. E poi sanno che parte del loro successo è legato al doppiaggio. In Italia, da quando è morto Oreste Lionello, Woody Allen sembra orfano di qualcosa; lo stesso successe con Jerry Lewis, che era doppiato dal patrigno di mio padre. Un tempo si doppiavano anche alcuni italiani: Terence Hill e Bud Spencer mica avevano la voce di adesso».
Si diventa amici degli attori che si doppiano?
«Di qualcuno sì, e anche dei registi. Hugh Grant dice che ci guadagna con la mia voce, poi ho un ottimo rapporto con Ridley Scott e Russell Crowe. Conobbi Russell quando lo doppiai in L.A Confidential. Aveva una particina e mi disse: “Vedi, sono troppo piccolo, tarchiato e con la faccia rotonda per avere successo. Nessun regista mi darà mai parti importanti”. Poco tempo dopo Ridley Scott lo scelse per Il gladiatore al posto di Mel Gibson. Da allora lo doppio sempre io ed è un divertimento: è così bravo che ti basta guardarlo una volta per entrare nella parte».
Sul doppiaggio c’è una doppia scuola di pensiero: i detrattori ritengono che tolga verità al film, dall’altra parte ci sono stati sostenitori di rango come Stanley Kubrick, che seguiva personalmente il doppiaggio. Lei lo ha conosciuto?
«Sì. Mi volle per la parte di Animal in Full Metal Jacket. Si faceva un provino registrando alcune scene, gliele mandavano a Londra e lui sceglieva. Era entusiasta di noi, si chiedeva come facessimo a entrare subito nel personaggio quando lui ci metteva mesi di prove con gli attori. Era l’unico regista che mandava al Festival di Venezia i suoi film già doppiati. Diceva: “Perché devo farvi leggere i sottotitoli quando siamo nel Paese che ha inventato questa meraviglia?”. Un giorno, per rendere al meglio una scena in cui Animal corre gridando e sparando, presi l’asta di un microfono a mo’ di mitra e registrai correndo come un pazzo da uno studio all’altro. Era tutta fuori sincrono, ma a Kubrick non importava, voleva solo che fosse vera».
Quindi sono i registi stranieri a chiamare direttamente lei?
«Sì, ed è una grande soddisfazione».
Quanto si guadagna?
«Un doppiatore mediamente bravo può arrivare a seimila euro al mese. I migliori a due o tre volte tanto».
Allora lei è ricco?
«No. Quando ho divorziato dalla prima moglie, sei anni fa, le ho lasciato la casa e tutto il resto. Mi sono portato via solo l’auto e ho ricominciato da zero. Questa villa la sto pagando con un mutuo di 25 anni. Ma va bene così. Sono innamorato di mia moglie, ho tre figli stupendi, un mestiere bellissimo, e ho vendicato mio padre. Che posso chiedere di più?».
Beh, con la faccia che ha, di andare di più in scena, per esempio. Ha recitato in Centovetrine, Elisa di Rivombrosa…
«Sì, e sempre in parti da anima nera, come in quello che sto girando, Le tre rose rosse di Eva. Però la gente mi ferma per strada lo stesso. Vai a capire perché».
La partecipazione all’Isola dei famosi, nel 2009, non la accettò per aumentare la sua notorietà?
«No, dissì sì per amore dell’avventura. Io sono skipper e istruttore di sub, ho anche avuto una scuola. Mi piace il mare e il mio sogno è fare la traversata del mondo in barca a vela. Sull’Isola pensavo di fare la vera vita selvaggia, nella natura. Invece, per colpa di un direttore di produzione incompetente e presuntuoso che non calcolò bene l’alta marea, mi fecero lanciare da otto metri di altezza in un metro e mezzo di acqua. Mi sono rotto cinque vertebre e il coccige, stavo male e non volevano nemmeno lasciarmi tornare a casa, dicevano che fingevo. Fu Aldo Busi a dirmi: “Vattene. Molla qui questi c…” . Sono stato a letto cinque mesi, fermo nel lavoro un anno, e non ho ancora visto un euro di risarcimento. Però quel direttore l’hanno cacciato».
Lo spirito di vendetta che torna?
«No. Solo un po’ di giustizia».

Postilla. Ho dato a mio figlio le frasi lette da Ward il giorno del suo compleanno. Credo le abbia messe sul suo profilo Facebook. Poi ha guardato Il gladiatore per la 31esima volta.