Valentina Colosimo, Vanity Fair 19/10/2011, 19 ottobre 2011
INTERVISTA A ALESSANDRO CATTELAN
«Con Facchinetti io non c’entro niente. Lui è uno che urla, io preferisco usare la parola. Lui si sbraccia, fa casino, io sono più compassato». Alessandro Cattelan ha 31 anni, un passato da veejay di Mtv e nel prossimo futuro un pesante paragone da gestire: quello con Francesco Facchinetti, che dal 20 ottobre sostituirà alla conduzione di X Factor, passato a Sky dopo quattro edizioni su Raidue.
Lo incontriamo negli studi del suo agente a Milano. Si comincia a parlare di tatuaggi. Quelli che ha sulle braccia, sulle anche, sulle spalle. C’è un Gesù Cristo, c’è Elvis Presley. Simboli religiosi, la data dell’ultima vittoria della Nazionale ai Mondiali di calcio e diverse citazioni. Quindici tatuaggi, che ha fatto negli ultimi quindici anni di vita. Che poi sono gli anni in cui Alessandro è diventato Cattelan, il personaggio televisivo tutto basso profilo e modi gentili, quello che ha cominciato a All Music, quello che a lungo è stato il veejay di punta di Mtv, quello che per qualche anno si è reinventato spalla ironica di Simona Ventura a Quelli che... il calcio. Quando gli chiedi il perché di quei segni sul corpo, lui risponde che «non ci sono date o momenti particolari da ricordare, la retorica del tatuaggio non fa per me: è solo una forma particolare di comunicazione. Che poi la comunicazione è anche il mio mestiere».
Cattelan, in effetti, sceglie con cura le parole quando si parla del passaggio di X Factor da Raidue a Sky Uno. Un passaggio segnato da molte polemiche, con Simona Ventura pronta a sentenziare che «Cattelan è più bravo di Facchinetti» (Vanity Fair n. 31), scaricando così l’ex pupillo Francesco. Che, nel frattempo, si è messo alla guida di Star Academy, talent show musicale di Raidue, molto (troppo, secondo i maligni) simile a X Factor e partito con ascolti deludenti.
Ma davvero Cattelan è più bravo di Facchinetti?
«Non sono io a doverlo dire. Di certo io e Francesco siamo le persone più lontane che ci siano nel modo di fare televisione. Chi impazzisce per lui forse non mi troverà bravo, e viceversa».
Lei ha dichiarato di avere «una conoscenza musicale più vasta di Facchinetti».
«Ho detto solo che ne ho una, non so se sia più vasta di quella di Francesco. Se lui ce l’ha o no non ne ho idea, non lo conosco».
È partita la faida a distanza?
«Io non mi occupo di queste cose, ma non è una strategia: semplicemente non mi nutro di queste polemichine, non mi divertono».
Ma Star Academy l’ha visto?
«No, ero impegnato con un libro che sto scrivendo. E poi non sono attratto dal dibattito sui programmi, per me la Tv è una cosa che si fa e basta».
Perché la Rai ha affossato X Factor e ora manda in onda Star Academy, che lo ricorda molto?
«Fatico anch’io a capire le ragioni di questa scelta: dicevano che X Factor costava troppo, ma non credo che il budget di Star Academy sia molto più basso. Però, francamente, meglio così: se X Factor fosse rimasto in Rai, non avrei avuto molte chance di condurlo».
È stata Simona Ventura a fare il suo nome per X Factor?
«Simona ha speso belle parole sul mio conto dopo che avevamo lavorato insieme a Quelli che, ma non so di preciso chi mi abbia scelto».
Lei si è definito un presentatore british.
«Il mio stile è anche uno dei motivi per cui sono stato scelto per X Factor, che quest’anno punta a essere più vicino al format originale inglese, in cui ci si concentra di più sulla sostanza, sul talento dei cantanti, e meno sullo scontro tra giudici».
C’erano troppi litigi a X Factor?
«In una competizione è normale litigare, ma di sicuro io non cercherò lo scontro a tutti i costi e non farò neppure la parte del prete che vuole placare gli animi. Se il diverbio ha un senso lascerò che i giudici si attacchino, altrimenti no, non ce n’è bisogno».
Sempre a Vanity Fair, Simona Ventura ha detto che lei «è uno di quei giovani, come Daniele Battaglia, che in Rai sono stati penalizzati proprio perché li ho lanciati io».
«Dopo quell’intervista, Simona mi ha detto: “Ti ho messo un bel mirino sulla fronte, adesso avrai tutti i fucili puntati contro”. Non so se sono stato penalizzato, dico solo che ho percepito qualche differenza tra la Rai e Sky: in Rai ero solo un piccolo ingranaggio di un grande meccanismo, non ho mai avuto a che fare con la dirigenza; a Sky ti fanno sentire più partecipe del progetto».
A proposito, che cosa pensa degli ultimi movimenti alla Rai, come l’addio di Santoro e Dandini?
«Da spettatore mi sembra un grave impoverimento».
Era uno spettatore anche di X Factor?
«Ho guardato solo la prima e l’ultima edizione. Non sono un fissato della Tv, la sera preferisco uscire. Oggi, però, registro i programmi che mi interessano».
È il nuovo pupillo della Ventura?
«Se – e ci metto un se grande come una casa – lo sono davvero, ne sono orgoglioso perché, non essendo un suo parente né un ex fidanzato, vuol dire che ho lavorato bene in questi anni. Le sono molto grato».
Che cosa ha visto in lei?
«Non gliel’ho mai chiesto. Quando mi ha proposto di lavorare a Quelli che, ho risposto solo di sì: avevo grande timore reverenziale nei suoi confronti».
Guarda anche altri talent show? Amici?
«Mai visto. Trovo che Emma Marrone abbia talento, ma i cantanti di Amici hanno uno stile troppo vecchio, troppo nella tradizione melodica italiana, per i miei gusti».
In giuria ci sono Elio, Morgan, Arisa e Simona Ventura. Il suo preferito?
«Elio è quello che ha un’idea dello spettacolo che più si avvicina alla mia. E sono anche un suo grande fan».
Come definirebbe i nuovi giurati?
«Elio è educato, Arisa “cazzuta”, Simona generosa. E Morgan è un prestigiatore».
Prestigiatore ma anche imprevedibile. Come si rapporterà a lui?
«Morgan è innanzitutto un grande artista che stimo. Per quanto riguarda le intemperanze, beh, io non sono suo padre: se darà di matto non mi metterò certo a sgridarlo».
La delusione più grande di X Factor?
«Forse Nevruz (concorrente dell’ultima edizione, era nella squadra di Elio, ndr): sembrava dovesse fare grandi cose, ma se ne sono perse le tracce».
Qual è l’obiettivo di ascolti?
«Non lo so e non mi interessa. Negli ultimi anni in Tv si è guardato troppo ai numeri e poco alla qualità».
I numeri contano, però. E su Sky è più difficile farne di grandi.
«Mi assumerò questo rischio. Ma, vede, a me interessa fare cose in cui credo, non ho la smania di essere riconosciuto per strada. Nella mia carriera ho sempre fatto un passo alla volta, senza scorciatoie e mantenendo un profilo basso».
Come sceglie i progetti su cui lavorare?
«Il mio metodo è uno: fare cose per cui non mi debba vergognare con i miei amici di Tortona, dove sono nato e cresciuto. Anche se in passato non mi sono potuto permettere di fare troppa selezione, perché non sono nato ricco».
Che famiglia è la sua?
«Proletaria. Mio padre è dipendente statale, mia madre ha fatto la parrucchiera per qualche anno. Sono l’unico figlio».
Che ricordi ha della vita a Tortona?
«Ricordi da ragazzo di provincia: ci si ritrovava la sera in piazza, si usciva a piedi e intanto si sognava di andare via. A 14 anni la grande avventura era andare a Milano nei negozi di dischi e da McDonald’s. Oggi a ripensarci mi viene una certa nostalgia, ne parlavo appunto con Ligabue, poco tempo fa: chi lascia la provincia, dopo qualche anno non vede l’ora di ritornarci».
Nei sogni di provincia c’era anche la Tv?
«No, in realtà volevo cantare, mi piacevano i cantanti neri della Motown, Stevie Wonder. Ma purtroppo non ho una voce nera, ho una voce da tortonese».
Com’è cominciata la sua carriera?
«Studiavo al liceo scientifico quando alla metà degli anni Novanta scoppiò la moda dei book fotografici. Un giorno vengono questi due tizi nella mia scuola e ci scattano delle fotografie promettendo grandi contatti per la Tv. Io ero un tamarretto con i capelli biondi e le mèche, feci le foto come tutti gli altri. Per due anni, il silenzio. Poi, a 18 anni, mi chiamano per un provino: lo faccio, mi prendono per fare delle telepromozioni al Festivalbar. Un’estate in giro con il Festivalbar, ha presente? Un sogno».
E poi?
«Silenzio per altri due anni. Poi uno degli autori del Festivalbar mi contatta per Viva, il primo canale concorrente di Mtv, che in seguito diventa All Music.
Mi prendono come veejay e dopo solo due settimane mi buttano a fare la diretta. Dei pazzi».
Come arriva l’occasione di Mtv?
«Dopo anni a All Music, hanno chiamato loro. All’improvviso mi sono trovato a viaggiare in tutto il mondo, presentare gente come Tom Cruise, Beyoncé, Britney Spears... Quando presentavo Trl, in piazza c’erano migliaia di persone, a Milano si è arrivati a centomila. Sceso dal palco le guardie del corpo mi chiudevano in macchina, con le ragazze che mi inseguivano».
Si era montato la testa?
«Beh, Mtv ti faceva sentire una superstar. Era come essere uno dei Beatles».
Perché è finita con Mtv?
«Con Francesco Mandelli avevamo scritto un programma, Lazarus, ma a due settimane dalla messa in onda saltò tutto: per Mtv era cominciata la crisi finanziaria. Per un anno mi hanno pagato ma sono stato fermo. Un periodo amaro. Poi però è arrivato Quelli che... il calcio. E ora eccomi qui a X Factor».
Nessuna ansia da prima serata?
«No, sono solo felice. Se poi X Factor non dovesse andare bene, non sarebbe un dramma. Per uno che viene da All Music, dove eravamo tutti dei poveracci pane e salame... Una volta mi ricordo che All Music fece lo zero per cento di share. Cioè, neanche i nostri genitori ci avevano guardato».