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 2011  ottobre 12 Mercoledì calendario

COMPLOTTI, INGORGHI E GIORNALISTI COSÌ I DISERTORI» SONO ARRIVATI A 26

La malasorte, già occhiuta di suo, ieri pomeriggio per guardare Montecitorio ha preso il binocolo. Perché, al di là delle cause squisitamente politiche, l’incidente parlamentare numero 76 della XVI legislatura - di gran lunga quello più sanguinoso - è stato il risultato di una serie di sciagure concatenate da fare impallidire il ragionier Fantozzi. I numeri: il governo è andato sotto alla Camera sull’articolo 1 del rendiconto generale dello Stato. La votazione finisce 290 pari e, a fronte di una maggioranza richiesta a quota 291 (la metà più uno dei 580 presenti), per il centrodestra è disco rosso: un voto appena, e il baratro è a un passo. Il festival della jella inizia intorno alle 17. Quando Silvio Berlusconi, reduce dal giuramento di Sergio Mattarella (appena eletto giudice della Consulta) al Quirinale, si presenta a Montecitorio. Sono giorni convulsi, la maggioranza è in fibrillazione e la presenza taumaturgica del capo male non può fare. E invece, il Cavaliere fa appena in tempo a mettere il naso dentro l’Aula che il tabellone luminoso gli sbatte il verdetto sul muso: manca un voto, governo ko. Tabulati e ricostruzioni alla mano, si intuiscono i dettagli della disgrazia. Nelle file della maggioranza gli assenti sono ventisei, contro gli appena sei scranni vuoti nella parte sinistra dell’emiciclo. Il conto degli assenti del Pdl dà 14: Filippo Ascierto, Vincenzo Barba, Elena Cementero, Giuseppe Cossiga, Sabrina De Camillis, Pietro Franzioso, Marco Martinelli, Giustina Destro, Antonio Martino (che jella ha voluto dovesse presentare proprio ieri il libro sul padre Gaetano), Dore Misuraca, Claudio Scajola Umberto Scapagnini e Piero Testoni. Ai quali si aggiunge Alfonso Papa, recluso a Poggioreale ma ancora formalmente in carica (e qui si potrebbe aprire un discorsetto di legittimità democratica). IL SENATUR PLACCATO Nella Lega mancano in due: Matteo Bragantini (che, informa il capogruppo Reguzzoni, «ha avuto un bambino due giorni fa») ed Umberto Bossi. Il quale a Montecitorio c’è, e a votare ci andrebbe più che volentieri. Il problema, al solito, sono i giornalisti che lo bloccano sulla porta per portare a casa qualche virgolettato sul congresso di Varese e gli fanno perdere l’attimo. Non manca la postilla velenosa, con Reguzzoni che denuncia come una giornalista si sia in seguito vantata di avere di fatto impedito l’ingres - so in Aula del ministro delle Riforme. Capitolo terza gamba: nei Responsabili marcano visita Paolo Guzzanti, Pippo Gianni, Andrea Orsini, Francesco Pionati, Amedeo Porfidia e Domenico Scillipoti, mentre nel gruppo Misto risultano assenti Gianfranco Miccichè, Antonio Gaglione, Giancarlo Pittelli ed Andrea Ronchi. E poi c’è il caso Tremonti. Il ministro dell’Economia, ritenendo la propria presenza non decisiva, risulta in missione (dunque non è conteggiato ai fini del quorum). Intuita la malaparata, però, Tremonti prova a convergere su Montecitorio, ma il traffico ha la meglio. E attenzione, quello della viabilità non è un dettaglio secondario. Perché l’ingorgo fatale è quello causato, proprio a due passi da via XX settembre, dai funerali del giornalista del Tg5 Andrea Pesciarelli, esequie alle quali sta partecipando una decina di parlamentari di maggioranza. Fin qui la malasorte. Che però, da sola, non ce l’avrebbe fatta. Perché al momento del voto più di un deputato della maggioranza si alza e se ne va. E, a vedere i nomi, si trovano scajoliani, Responsabili e meridionalisti: ovvero esponenti di tutte le anime della maggioranza che nell’ulti - mo periodo avevano manifestato malessere. La spiegazione più probabile è che i vari frondisti avessero fatto di conto per tenere il governo sulla corda e farlo passare per una manciata di voti. E che abbiano sbagliato clamorosamente le stime. IL PD TROVA IL SUO WELLINGTON Colpa anche di Roberto Giachetti, massimo stratega d’Aula del Partito democratico e della sua nuova, micidiale “tattica Wellington”: l’ex margheritino, onde depistare il pallottoliere azzurro, dà disposizione ad un pugno di deputati democrat di nascondersi sotto gli scranni e di saltare fuori all’ultimo istante (lo stesso trucco che consentì al generale britannico di vincere a Waterloo). Sfortuna, sciatteria, calcolo politico andato storto: un cocktail potenzialmente letale per la maggioranza. Che, a prendere per buona la linea ufficiale, non rischia di finire gambe all’aria. Ma che di sicuro si è potuta permettere certi lussi per l’ultima volta.