Filippo Facci, Libero 12/10/2011, 12 ottobre 2011
LO SPIRITO DEL ’94 È GIÀ TORNATO QUELLO SBAGLIATO...
E finitela con ’sto «spirito del 1994», che porta sfiga - per ora - o che forse non ricordate bene. Voi ricordate il periodo da gennaio ad aprile, gli albori, quando un partito «liberale di massa» venne creato dal nulla e vinse contro il blocco progressista e contro la magistratura e contro la logica e contro tutti: ma poi? Di quel 1994, poi, c’è il periodo da maggio a dicembre che ci riporta a uno spirito che è esattamente quello che stiamo vivendo, ecco il problema. Tutto sta a comprendere se vivremo anche lo stesso epilogo, cioè le dimissioni del governo Berlusconi. Stiamo ricalcando quell’anno, per ora, solo nella parte meno commendevole. È terminata la fase dei grandi propositi e delle ventilate riforme strutturali (che è durata quasi tre anni, nel nostro caso) e mese per mese stiamo rivivendo gli stessi passaggi critici. Parallelo, all’inizio di quella e di quest’estate, fu l’assedio giudiziario, gli arresti, le richieste alla Camera, le manifestazioni. Ai tempi, il decreto che appalesò lo sfilacciamento dell’esecutivo per mano della Lega e del Capo dello Stato (tu guarda) fu il famigerato Decreto Biondi, che giustamente voleva limitare l’uso e abuso della cercerazione preventiva: oggi, benché eternamente in gestazione, è il decreto sulle intercettazioni a tenere banco da intere legislature. Non è neanche il caso di descrivere, oggi, tutti gli accenni di diaspora, di tradimento, le cene più o meno autorizzate, le convergenze coi giudici di una parte della maggioranza che cerca di recuperare consenso popolare: ma basti sapere che allora non era diverso, anzi. Col tramontare dell’estate 1994 si profilarono strane e inafferrabili intese: ucciso sul nascere il Decreto Biondi, ogni ipotesi di legge su giustizia e dintorni trovava ostacoli nella stessa maggioranza; il 26 agosto fu Gianfranco Fini a bocciare l’idea di concedere l’affido sociale per le pene inferiori ai tre anni e mezzo. Il posto che oggi è di una parte della Lega apparteneva ai tempi ad Alleanza nazionale: fu Pinuccio Tatarella a candidare addirittura Antonio Di Pietro (ai tempi ancora magistrato) affinché prendesse parte a un «gruppo di saggi» che rifondassero la Repubblica. L’idea che potesse nascere una nuova maggioranza di destra, senza Berlusconi, serpeggiava disinvolta nei palazzi romani e nelle redazioni dei giornali: convergeva in particolare l’allora Ccd (l’Udc di oggi) ma soprattutto, e rieccoci, premevano gli industriali e Confindustria. L’odierna logorrea di Emma Marcegaglia in chiave anti-governativa, ai tempi, trovava corrispondenza in altre iniziative. Per esempio nello strobazzatissimo convegno di Cernobbio, sul lago di Como, dove nuove ipotesi legislative e fantasmi di governi tecnici facevano capolino nello sperticamento generale, grazie anche alla sponsorizzazione dei principali quotidiani e segnatamente del Corriere della Sera. Il governo Berlusconi, di lì alla fine di dicembre del 1994, fu progressivamente fiaccato dal veleno giudiziario e poi cadde proprio sulla riforma delle pensioni e proprio per mano della Lega: altro che spirito del 1994. Il 13 gennaio successivo il Capo dello Stato, che ai tempi era Oscar Luigi Scalfaro, affidò l’incarico di formare un governo tecnico a Lamberto Dini: fu il celebre e cosiddetto Ribaltone, ciò che oggi, pure, si vorrebbe replicare.