Elsa Muschella, Corriere della Sera 11/10/2011, 11 ottobre 2011
REGOLE INFRANTE, SEGGIO E SUV. MUGUGNI SUI FIGLI «PENALIZZATI» —
Più protettivo di mamma chioccia, orgoglioso come una primipara, l’Umberto Bossi della contemporaneità è un padre accorto. Abbandonata la frenesia della Prima Repubblica — quando stare lontano da casa era il precetto per imporre la Lega all’attenzione di Roma — superate le ansie per quella salute di ferro arrugginita di colpo dall’ictus dell’11 marzo 2004, il Senatùr non ha mai nascosto di voler riscrivere la sua storia personale a partire dalla famiglia: «Dopo la malattia ho capito che dovevo fare tutto in fretta e con più cattiveria. Ti prende la paura che il tempo passi troppo velocemente e vuoi portare a termine tutti i progetti. Non mi sono occupato molto dei miei figli: è ora di recuperare».
Assecondando l’inequivocabile disegno, il secondo tempo del capo è un archivio di dichiarazioni affettuose e difese tenaci. Renzo (già nel consiglio regionale lombardo), Roberto Libertà (nello staff del padre da Venezia 2010) e Sirio Eridano (16 anni, politicamente non pervenuto) ci sono sempre, sui palchi delle feste di paese e alle sorgenti del Po, seduti alle cene nei palazzi del potere e in tribuna al Senato, immanenti nei racconti di un genitore che, puntuale, infila storielle sulla triplice discendenza a ogni comizio. Un po’ meno su Riccardo, nato dal primo matrimonio, espertissimo di auto da corsa ma poco incline all’esercizio istituzionale a patto di non considerare l’incarico (12.750 euro al mese) da assistente parlamentare dell’eurodeputato Speroni che nel 2004 fu costretto a rimettere per sopraggiunta arrabbiatura paterna.
Bossi lo ha ribadito domenica: «Ho allevato i miei figli per essere leghisti, ma nella vita hanno avuto gravi difficoltà». Oggi è proprio questa famiglia — i tre ragazzi e la seconda moglie Manuela Marrone, definita da Panorama «l’anima nera del movimento» capace di offuscare «la vista del Senatùr, trascinando la Lega sull’orlo del baratro» — che da punto di forza si è evoluta dentro e fuori il partito in bersaglio. Sulla linea di tiro, Renzo è il più esposto: nella sua prima uscita significativa, il 6 marzo 2005, si affacciava non ancora maggiorenne alla finestra della casa di Carlo Cattaneo, a Lugano, e accanto al papà convalescente urlava «Padania libera!», ispirando applausi e lucciconi per una consacrazione di là da venire immaginata dallo stesso Bossi: «Quando passerò la mano, qualcosa di me resterà». Attualmente, i militanti notano che il giovane consigliere regionale arriva in via Bellerio alla guida di un Suv Bmw e borbottano per i metodi imperativi di un leader che, impegnato a tutelarlo, «infrange prassi e regolamenti». Un tempo le battute su Renzo suscitavano ovazioni da prato e si sublimavano in metafore caserecce utili a bacchettare lo Stato accentratore: nel 2008, al congresso di Padova, il capo s’ispirò alla non felice esperienza scolastica del figlio per rivendicare la superiorità padana di chi non può «far martoriare i nostri figli da gente che non arriva dal Nord. Uno dei nostri è stato stangato perché all’esame di maturità aveva presentato una tesina su Cattaneo».
Tre anni dopo, al congresso di Varese che apre le sue porte anche a Roberto Libertà, i fedelissimi denunciano urlando i «metodi da Soviet» per l’«acclamazione da farsa» che impone il segretario provinciale e per «il voto irregolare» di Renzo. Al Senatùr che anche stavolta interviene per scagionare la prole — «Scrivono che mio figlio avrebbe falsificato la tessera per poter votare, ma lui è consigliere regionale e quindi ne ha diritto» — replicano statuto alla mano che «al congresso si vota solo se sei delegato e lui non lo è, o se sei consigliere regionale o parlamentare eletto nella circoscrizione in cui si svolge il congresso e lui è stato eletto a Brescia». Se finora la devozione verso il capo inibiva pensieri velenosi, adesso la Lega scopre che la forma è sostanza e non si accontenta più di derubricare a esuberanza giovanile i comportamenti giudicati «politicamente immaturi» di un Renzo Bossi che fino all’agosto scorso «scorazzava in quad a Ponte di Legno devastando i campi di un contadino».
Finita l’epoca in cui i militanti respingevano indignati le accuse di nepotismo, rivendicando la dimensione domestica di un’enclave nata in contrapposizione al resto d’Italia e nella quale l’esistenza pubblica dei figli del leader veniva ostentata come metafisica investitura di una futura generazione di giovani padani, il Carroccio si ritrova a dubitare della reale portata di quelle parole che il fondatore pronunciò il 17 settembre 2006 sul palco della Serenissima: «Il futuro della Lega è dei nostri figli».
Elsa Muschella